31 dicembre 2011

Vini che lascino nuovi segni

Angelo Peretti
Massì, è stato un anno strano. Per tutti, ché l'Italia e il mondo vanno come vanno. Eppoi per me, che sono stato per tre mesi assente dal web ed ho molto pensato a me stesso e al mio rapporto col mondo del vino. È stata un'assenza che mi ha trasformato, come ti trasformano certe fasi della vita. Forse, mi ha preparato a cose nuove. Vedremo: inutile star qui a fare calcoli e previsioni, così com'è perfettamente inutile, nella vita, coltivare il rimpianto.
Ora ecco alle porte questo 2012. Il mondo non è più quello di prima e non lo sarà più. Tutto è cambiato, e c'è chi si illude di poter tornare al vecchio ordine. Invece niente, non si torna indietro. È ora di pensare al nuovo che verrà e forse è già lì che bussa alle porte, solo che non lo vediamo. Anche nel mondo del vino.
Intanto, mi sono goduto alcuni vini, e di certi ne ho scritto, di altri ho gli appunti, che non si sono ancora trasformati in testo compiuto.
Qualcuno è curioso di conoscere il vino che più mi ha sorpreso fra i tanti tastati nell'anno? Be', ne ho scritto di recente: è un Lambrusco fatto nel Mantovano, si chiama Al Scagarün, tutto frutto e tutta beva e costa due soldi appena. Lo fa Lebovitz. Ecco, credo che questo vino possa essere un archetipo di una parte del nuovo che verrà, e cioè quella parte del vino che vuole dare beva senz'essere sempliciotta. È il concetto che avevo cercato di schematizzare nel mio Elogio del vinino.
Anche un altro vino ha segnato la mia sete di novità, e anche di questo ho scritto recentissimamente: è uno straordinario rosé, il Palette di Château Simone. Ho avuto la fortuna che m'abbia accompagnato, con bottiglie di tre diverse annate, in questo 2011, e sempre mi si è disvelato grandissimo. Un rosé di carattere, come non t'aspetteresti da un rosé, ma t'accorgi che non te l'aspetteresti solo perché sei pieno di pregiudizi, di preconcetti, e dunque viva la libertà. Anche questo è il nuovo che avanza.
Ecco, due vini lontanissimi per idea, scuola, pensiero, origine e anche prezzo: popolarissimo il primo, elitario il secondo. Eppure due vini che lasciano il segno. Questo vado cercando: vini che lascino nuovi segni. Ce ne sono, ce ne saranno. Ho fiducia.
A proposito: buon anno. Siate felici, o almeno provateci. Un buon vino che ci accompagni lo troveremo. Sempre. Basta essere disposti ad accoglierlo.

30 dicembre 2011

Il vino appiccicoso

Angelo Peretti
Invidio la capacità di descrivere il vino che hanno alcuni. Oh sì sì, parlo di invidia pura. Per esempio Massimo Zanichelli, soprattutto quando parla in pubblico. Oppure Alessandro Masnaghetti e il suo sodale Francesco Falcone su Enogea. Io sono molto schematico, quando descrivo l'assaggio. Loro usano felicemente la libertà espressiva e un ampio lessico enoico. Non ci riuscirò mai.
Per esempio, sul numero 39 di Enogea, il numero di fine anno, Falcone si occupa della docg di Conegliano Valdobbiadene. Di un Prosecco, e non vi dico quale, perché l'importante non è quello, dice, tra l'altro: "Chiude appena addolcito ma non appiccicoso". Ecco, appiccicoso. Accidenti, è l'aggettivo che cerco da sempre per dire della sensazione finale che ho bevendo certi Prosecchi o anche certi Moscati, ed evidentemente anche troppi passiti o roba del genere. Che ti lasciano, appunto, la bocca che appiccica. Per lo zucchero in eccesso, non compensato da freschezza o struttura. Nei miei appunti scrivo a volte che quel tal vino chiude scricchioloso, per ricordarmi che, appunto, ho i denti che scricchiolano per il troppo zuchero residuo. Ma scricchioloso non è riproducibile, non è chiaro. Appiccicoso è semplice, immediato, diretto, e chiaro. L'uovo di Colombo. Opps, di Falcone, volevo dire. E mi sa che l'appiccicoso glielo rubo, prima o poi.

29 dicembre 2011

Andoni, o dell'amore forzato

Enrico Lucarini
Mi piace il sale. Ne ho collezionati molti, da ogni parte del mondo: dai cristalli piramidali delle saline di Cipro ai granelli del sale di canna del fiume Nzoia alle salgemme persiane.
Mi diverte a tavola improvvisare nuovi abbinamenti, provando ad anticiparne con la mente gli effetti sulle pietanze.
Spesso, quando apro la madia e m’interrogo se sia meglio prendere l’uno o l’altro prodotto, mi torna alla mente quando conobbi Andoni Luis Aduriz (chef del blasonato ristorante Mugaritz in terra d’Errenteria) e del discorso che fece.
Spiegò che sin da piccolo apprezzava la cucina, e in particolare quanto preparava sua madre, e che una volta le chiese quale fosse il segreto per cui un suo piatto fosse tanto squisito. La madre rispose che era buono perché l’aveva preparato con amore. Una risposta che credo tutti han ricevuto nella loro vita da parenti di un qualche grado. Ma Andoni non si fermò qui, si chiese invece cosa volesse dire “cucinare con amore”. E trovò pure la sua risposta: cucinare con amore voleva dire prestare la massima cura in ogni dettaglio. Bella risposta, peraltro condivisibile, forse non esaurisce la questione ma di sicuro ne pone in luce alcuni aspetti. E nel suo ristorante, lo chef Andoni vuole che si cucini con amore, visto che i risultati che si ottengono son poi migliori. E come ottenere tutto ciò? Semplice, obbligando la brigata in cucina alla massima attenzione. Ovvero “costringendo” a maneggiare gli alimenti solo con minute pinzette, a pesare anche la singola spezia. Anche il sale. Anzi, per il sale solitamente usava delle comprese prepesate (che oggi ritroviamo peraltro in molte cucine professionali).
Confesso che la cosa mi colpì molto, e tuttora mi chiedo se i risultati ottenuti con tale metodo siano effettivamente validi. A ben pensarci, quando andiamo a pranzare in un ristorante pluristellato, un po’ per l’impegno economico, un po’ per il titolo che sfoggia, non siam disposti a perdonar nulla. Una tovaglia con un errore di stiratura o una pietanza fuori temperatura non sono accettabili, così come una troppo sapida. Preferirei però che si miri ad ottener tale risultato non con una standardizzazione dei processi produttivi, ma con una vera e spontanea passione per cui ogni collaboratore in cucina assaggi, mediti, sbagli, corregga quanto sta preparando secondo il suo gusto, e non misurando i decimo di grado e il peso della foglia di basilico da usare.
Razionalità contro utopia? Può darsi, ogni giorno me lo chiedo.


28 dicembre 2011

Finita la collaborazione fra l'Ais e Ziliani

Angelo Peretti
Ecco, questa è una di quelle notizie che non avrei voluto ricevere: Franco Ziliani non collabora più con il sito dell'Ais, l'Associazione italiana sommelier. Lo comunica lui stesso nel poscritto del suo ultimo intervento on line: "Prendo congedo, salutandoli idealmente uno per uno - scrive Franco -, dai lettori del sito Internet dell’AIS di cui ho curato larga parte delle news dal marzo 2007. Anche le cose belle, come è stata per me questa collaborazione, a volte finiscono e spero che il lungo dialogo che ho avuto con il mondo AIS, una famiglia dove, semplice collaboratore esterno e amico, mi sono sentito come a casa mia, e con i tanti lettori di questo sito Internet che penso di aver aiutato a diventare più visibile e frequentato, possa, presto o tardi riprendere".
Mi dispiace, davvero mi dispiace. Credo che il servizio che Ziliani ha offerto in questi anni attraverso le pagine web dell'Ais al dibattito e all'approfondimento sulle maggiori tematiche del vino sia stato fondamentale. Dico: fondamentale, e so che cosa sto dicendo. La sua rubrica WineWebNews, in particolare, consentiva un costante, puntuale aggiornamento di quanto si scrive nel web in Italia e nel mondo. Un appuntamento atteso da molti, che ora temo nessuno rinnoverà, ed è un gran peccato.
Certo, ognuno ha diritto di fare le scelte che vuole, e tanto più ogni editore ha tutta la libertà di decidere quanti e quali siano i redattori di cui avvalersi, e dunque anche l'Ais ha fatto le proprie scelte e certamente non sarò io a sindacarne il merito, ma a perderci stavolta siamo prima di tutto noi lettori. E lo dico col cuore in mano ad Antonello Maietta, il presidente dell'Associazione sommelier, persona che ho imparato ad apprezzare e che stimo. Non dico che questa scelta sia un errore: una scelta è una scelta, e basta. Dico però che fra i molti servizi che l'Ais dava al mondo del vino e a chi nutre passione per il vino c'erano anche le rubriche di Franco Ziliani. Adesso a rimetterci non sono, in primis, né l'Ais, né Ziliani, ma certamente lo sono i tanti che quelle pagine leggevano. Ed è, ripeto, un gran peccato. Non ci voleva.

27 dicembre 2011

Un vecchio rosso borgognone

Angelo Peretti
Oh, certo, in questi giorni sui blog e su Facebook spopolano le informazioni essenziali sui pranzi e sulle cene del periodo natalizio: io ho bevuto questo, io quest'altro. Vabbé, perché sottrarsi? Tra le varie (forse troppe) bottiglie stappate in questi ultime giornate decembrine io cito un pinot nero borgognone che avevo comprato tempo fa da un mio pusher di fiducia. Un Morey-St-Denis 1er Cru Clos Sorbés del 1990 di Truchot-Martin. Buono. Direi buonissimo.
Perché scelgo proprio questo vino per il mio outing natalizio? Ma perché non sono una grande bevitore di vecchi rossi borgognoni: confesso che in fatto di rossi d'antan preferisco i Bordeaux, purché ante '83, al massino '85 (poi si sono parkerizzati anche loro). Epperò questo m'è piaciuto davvero. Colore tra il bruno e l'aranciato e il porporino. Naso tra la spezia e il frutto macerato. Un'incredibile bocca di lampone e fragolina di bosco. E una bella, minutamente rotonda lunghezza. Austerità è gioiosità insieme. Ecco: se ne avessi un'altra bottiglia ne sarei felice. Non ne ho più, ma sono stato contento di condividerla con degli amici. Che hanno gradito. Sennò a che servono gli amici?
Morey-St-Denis 1er Cru Clos Sorbés 1990 J. Truchot-Martin
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

26 dicembre 2011

Spaghetti con le acciughe

Dopo aver sbraitato nuovamente insulti e minacce, il barone aprì un armadio, pieno zeppo di provviste d'ogni genere. Tirò fuori un grosso fornello a spirito di rame, un pacco di spaghetti ("Tre casse me ne portai!" mormorò, strizzando un occhio) un barattolo d'acciughe sotto sale e una vasetto con la scritta "Ail en poudre". Da un altro ripostiglio cavò una rispettabile pentola di coccio, la empì d'acqua nel bagno attiguo all'ufficio, la mise sulla fiamma della spiritiera, aspettando il bollore pulì le acciughe, preparò l'aglio, il pepe e una dose di peperoncino tritato.
Gian Carlo Fusco, "L'Italia al dente", Sellerio 2002

25 dicembre 2011

Vino rosso per Natale

È tutto scritto su un libro che è sopra, in qualche angolo. Abbiamo già tutto segnato. Coraggio, Lucia, appena un sorso. Mamma, un po' di vino rosso per il giorno di Natale. Nel vino rosso c'è ferro, lo sapete? "Prendi un po' di vino per la salute dello stomaco".
Thornton Wilder, "Il lungo pranzo di Natale", Il Melangolo 1993

24 dicembre 2011

Buon Natale

Angelo Peretti
Oh, non ho la minima idea di come fare gli auguri di buon Natale a chi mi legge. Soprattutto a chi ha ripreso a leggermi dopo la mia lunga "pausa di riflessione" estiva e a chi mi ha spronato ad andare avanti nel periodo dei miei ripensamenti. Come fare a ricambiare? Mi piacerebbe poter bere un bicchiere di vino insieme con voi. Lo possiamo fare solo vitualmente, ma non è poco neppure questo. E allora alzo il calice in vostro onore e vi dico: "Siate felici". Non c'è vino migliore di quello che può mescervi la felicità. Cercatela, insistentemente, la felicità. Ricordate che sta nelle piccole cose: ogni giorno ci può essere un attimo di felicità. Anche a Natale. Se possibile, soprattutto a Natale.
Buon Natale.

23 dicembre 2011

Fico!

Enrico Lucarini
Fico!
Questa è la prima cosa che ho pensato quando sorpassata Isera son giunto in un punto in cui il rumore del traffico era assente, e la vista sulla valle si donava.
Fico, quando ho visto l’insegna de Il Gallo, l’agriturismo in cui avevo prenotato la cena.
Fico, quando son arrivati gli antipasti…

22 dicembre 2011

Rosé rosé e poi rosé

Angelo Peretti
E se per il pranzo di Natale stappassimo dei rosé? Mica le bolle, i rosé rosé, quelli fermi. Oh, me li vedo i detrattori del vino in rosa, quelli che il vino è bianco e rosso, pronti a dire: ma dai, il rosé, quel mezzosangue, quel vino leggerino. Mezzosangue leggerino? Be', convertitevi.
Vi racconto di una degustazione che ho organizzato quest'estate. In agosto. Non ne ho scritto allora perché ero in "pausa di riflessione". Poi me ne sono dimenticato. Adesso la cosa viene buona proprio perché si avvicina il Natale e qualcheduno dei vini bevuti quella sera mi pare perfettissimo per la mangiata cui ci stiamo avvicinando.
Ordunque, a tavola con me c'erano bevitori e produttori. Gente che comunque di vino se n'intende, e che di bocce ne ha aperte sin qui tante e tante. In ogni caso, gente di manica mica tanto larga quando si tratta di valutare un vino. Ebbene, quando a fine cena, com'è mia abitudine, ho chiesto di esprimere per ciascun vino tastato un giudizio decimale che indicasse la piacevolezza del vino (da zero a dieci, compresi i mezzi punti, tenendo conto solo della piacevolezza personale), per quattro rosé sono fioccati punteggi tra il nove e il dieci. Con tanti dieci. Mica scherzi.
I rosé in questione venivano dall'area della Provenza e dintorni, sud della Francia. Li descrivo qui di seguito, rapidamente, mettendo il mio personalissimo voto decimale, giusto per rendere l'idea (e dunque, per una volta, non i faccini). Ovviamente, quelli con punteggio da 9,5 a 10 son vini da tre lieti faccini, e son perfetti per Natale. Dico: perfetti, perché ormai del tutto pronti per una bevuta indimenticabile. Indimenticabile, giuro.
Oh, dimenticavo: fra parentesi metto anche il prezzo: acquisto on line. Vedrete che in alcuni casi la grandezza ha il suo prezzo, e il prezzo, garantisco, ha il suo perché.
Côtes de Provence Cuvée Marie 2010 Château Saint Pierre
Spezie, fiori bianchi. Leggerissima vena aromatica. Ben fatto. 8 (11,40 euro)
Coteaux Varois en Provence 2010 Château Margüi
Polposetto e fresco. Frutto. Fiori. Molto "italiano" nello stile. 7 (11,80 euro)
Tavel 2010 Guigal
Il solito fuoriclasse. Tanto frutto, tanta spezia. Potenza ed equilibrio. 9,5 (13,10 euro)
Côtes de Provence Cru Classé Éloge 2010 Domaine de la Croix
Asciutto, sapido. Piccolo frutto. Acidulo. Da estate. 7,5 (13,30 euro)
Côtes de Provence Cru Classé 2010 Château Sainte Marguerite
L'inconfondibile eleganza di Sainte Marguerite. Semplicemente splendido. 10 (13,50 euro)
Côtes de Provence Cuvée Lampe De Méduse 2010 Château Sainte Roseline
Potente, speziato, ampio, croccante, succoso. Grande personalità. 9 (14,50 euro)
Bandol 2010 Château de Pibarnon
Polpa e potenza. Un vino "enorme", forse troppo. Persistente. 8,5 (21,10 euro)
Bandol 2010 Domaine Tempier
Grande naso! Fragola, lampone, cassis. Perfetta corrispondenza in bocca. 10 (21,60 euro)
Côtes de Provence La Londe Confidentielle 2010 Domaine Saint André de Figuière
Oh, che profumi! Fruttini, fiori macerati, spezia dolce. Strepitosa lunghezza. 10 (25,80 euro)
Palette 2010 Château Simone
Come sempre, si offre con ritrosia. Poi si apre ed è spettacolare. Infinito. 10 (29,50 euro)

21 dicembre 2011

Il vino che è stato e che sarà

Mauro Pasquali
La garganega è un vitigno eclettico e sorprendente. Pensi sia adatta solo a vini freschi e di grande sapidità e te la ritrovi dolce e suadente nel recioto passito. La immagini appassita e fermentata a lungo in quel capolavoro che è il Vin Santo di Gambellara e poi la scopri, inaspettata e  quasi “nordica” nelle vendemmie tardive che alcuni produttori cominciano a sperimentare, riprendendo, di fatto una antica tradizione: la garganega era l’ultima uva ad essere vendemmiata, ad ottobre, quando ormai tutte le altre uve avevano ormai completato la fermentazione.
Virgilio Vignato, ben supportato dalla moglie Mariucia e dai figli Ilario e Vincenzo continua a sperimentare e selezionare le uve per produrre dei cru di cui va giustamente fiero. Così, passo dopo passo, anno dopo anno, nascono questi piccoli gioielli. Piccoli nel numero delle bottiglie prodotte ma grandi nella qualità dentro le bottiglie.
Gambellara Capitel Vicenzi 2010 Virgilio Vignato
Un vino che sarà. Non è ancora in commercio e il consiglio è tenerlo in cantina ancora un anno, per completarne l’evoluzione e portarlo in vendita nel momento in cui sarà, credo, al suo massimo. Nasce da una selezione dei migliori grappoli dell’appezzamento collinare Monte Alto e prende il nome da un capitello che sorge vicino alla casa di famiglia.
Immediatamente ti spiazza: l’ho definito Gambellara atipico ma per esaltarne le caratteristiche positive, magari tutti i Gambellara fossero così. Il naso di frutta tropicale, soprattutto frutto della passione, nasconde una prepotente nota minerale che, gradualmente, prende il sopravvento. La bocca, piacevolmente sapida e con un leggero retrogusto di mela renetta preclude al ritorno delle note tropicali. Chiude lunghissimo con una piacevole nota di mandorla amara.
Tre beati faccini :-) :-) :-)
Garganega del Veneto Caliverna 2010 Virgilio Vignato
L’idea di produrre una Garganega da vendemmia tardiva nasce nel 2008, complice una delle più belle annate degli ultimi anni per questo vitigno nel territorio di Gambellara. Ora è quasi pronto questo 2010 che si presenta subito con un bel biglietto da visita: un naso che richiama i grandi vino del nord. La pietra focaia, un che d’idrocarburi e gomma vulcanizzata ti avvolgono immediatamente e, poi, lasciano gradualmente il passo ad una grandissima mineralità.
In bocca entra con una nota di mandorla dolce e si apre con una bella sapidità. Una bocca piena, di frutta matura chiude con una notevole lunghezza. Anche in questo caso il consiglio: avere la pazienza di aspettare che il vino si perfezioni ulteriormente. Ancora qualche mese in bottiglia non guasterebbe, anzi!
Due beati faccini :-) :-)
Garganega del Veneto Caliverna 2008 Virgilio Vignato
Il vino che non è più: di questa prima annata ne furono fatte davvero poche bottiglie. Peccato perché ora, a tre anni dalla vendemmia, si esprime al massimo della sua piacevolezza e maturità. Al naso una leggera speziatura di noce moscata (il vino non ha fatto legno!) apre a note di frutta tropicale matura con venature balsamiche.
Dopo un quarto d’ora escono sentori di pietra focaia e sasso moro, il basalto di cui il terreno di Gambellara è ricco. Una leggera tannicità preclude a un finale pieno, quasi grasso. Peccato che non ce ne sia più!
Tre beati faccini :-) :-) :-)

20 dicembre 2011

Pane vino formaggio e felicità

Angelo Peretti
Pane, vino e formaggio: ecco la formula della felicità. Adoro prendermi il tempo necessario per sgranocchiare un po' di pane, magari ancora caldo di forno, e un pezzo di formaggio, bevendoci assieme, con calma, un buon bicchiere di vino, e anche di più d'uno. Meglio se conversando, ma anche in solitudine.
Lo dico perché ho appena letto l'editoriale di Matt Kramer sul numero di metà dicembre di Wine Spectator. "One cheese, one wine" s'intitola: un (solo) formaggio, un (solo) vino. Dice, Kramer, d'essere un appassionato di formaggi, e che la sua passione è nata girando la Francia e inevitabilmente finendo il pranzo col carrello, in genere sontuoso, dei formaggi. Finché, proprio in Francia, non accadde l'imprevedibile. Alsazia. Fine pasto. Chiese del formaggio. Gli portarono un solo tipo, cosa strana per la ristorazione francese. Un formaggio locale, a giusta maturazione. Insieme, un Gewürztraminer: "Ne beva quanto vuole", gli disse l'oste. "Divorai il formaggio - ricorda - e feci una sostanziosa incursione nel vino. Per Dio, questo era il paradiso!" Un formaggio, un vino.
Condivido, totalmente. Preferisco un solo formaggio con un solo vino e un pezzo di pane. A fine pasto o fuor di pasto non importa.
Ricordo un paio di estati fa. Forse inizio estate, o anche non ancora estate, magari intorno alla metà di giugno. Ma era estate o quasi, perché i gerani erano fioriti. Ero andato a Cavaion, nell'entroterra del mio lago di Garda, a prendere il pane da Zambiasi, il forno migliore della zona. Accanto c'è un negozietto che si chiama Pizzicheria e che a quel tempo teneva un formaggio grasso, abbastanza stagionato. Finì che mangiai pane e formaggio e stappai uno Champagne: allora amavo il réserve di Michel Furdyna. E c'era profumo di gerani, i fiori scaldati dal sole, e il sole mi entrava dentro. Ecco, fu un attimo di felicità. Magari non il paradiso, ma felicità sì. Quella fatta di piccole cose. Che ti restano nella mente e nel cuore. In fondo, la vita è fatta proprio di piccole cose, e quando le vivi ti sembrano inutili, ma sono le cose inutili, quelle apparentemente inutili, che danno sapore all'esistenza. Come pane, vino e formaggio e una giornata di sole d'inizio estate, o quasi.

19 dicembre 2011

Due settimane dal Mercato dei Vini

Angelo Peretti
Sono passate due settimane dal primo Mercato dei Vini dei Vignaioli indipendenti. Insomma, da quella che potrei definire la prima uscita ufficiale della Fivi, la Federazione italiana dei Vignaioli indipendenti, appunto, capitanata da Costantino Charrère, valdostano. Qui e là sul web ho letto qualche commento. A dire il vero me n'aspettavo qualcheduno di più (e pensavo a Piacenza di incontrarci anche più gente tra giornalisti e blogger del vino), ma se la più parte di quelli che c'erano hanno fatto come me, e cioè hanno atteso un po' di tempo per farsi un'opinione, ci sta che qualcosa sia ancora sulla tastiera o nella penna, in attesa.
Ordunque, che dire?
Primo: a Piacenza, al Mercato, ci ho trovato un clima che fin qui non avevo mai toccato con mano in rassegne del vino. Non mi riferisco al meteo, ché quello era posizionato, ahimè, sulla nebbia stabile. Intendo invece il clima umano. Si respirava un'aria rilassata, coi vignaioli che chiacchieravano tra di loro, serenamente, che assaggiavano i vini degli altri, che volentieri discorrevano con i visitatori, senza manie di protagonismo, senza pr in agguato del giornalista o del buyer, senza ossessioni commerciali. Come definirlo, questo clima? Direi con un aggettivo: familiare. Sì, un clima familiare: i vignaioli che creano una grande famiglia. Bene. Molto bene. Se questo è lo spirito, la Fivi è proprio nata, ed è nata felicemente.
Secondo: oh, sì, stavolta i vignaioli la loro fiera se la sono organizzata e gestita, senza mediazioni, se non un supporto tecnico, in autogestione. Chi fa da sé fa per tre, dicono. Io credo che chi fa da sé fatichi per tre, e di fatica penso ne abbiano fatta, e magari non era tutto perfetto, anche perché di strutture, almeno per ora, alla Fivi non ne hanno. Però l'importante è che ci abbiano provato e che ci siano riusciti, dando un segno palese, esplicito della loro determinazione, ed è questo che conta.
Terzo: buono l'allestimento. Tavoli tutti uguali, sufficientemente distanziati l'uno dall'altro, file con ampio spazio per il passaggio, produttori mescolati tra di loro senza un ordine preciso, a significare che quel che conta è la squadra. Condivido.
Quarto: se doveva essere un mercato, quello di Piacenza somigliava poco a un mercato. Intendo che benedico e sempre benedirò le rassegne che permettono al visitatore di comprare il vino che ha appena assaggiato. Questo era anche l'obiettivo della manifestazione della Fivi, tant'è che l'hanno chiamata, appunto, Mercato dei Vini. Ma quando vado ai mercati rionali, non c'è banco che insieme al prodotto non esponga, bene in vista, anche il prezzo. Ebbene: a Piacenza i vini si potevano comprare, ma chi fosse entrato senza sapere della vendita, difficilmente se ne sarebbe accorto. Salvo rarissime eccezioni, niente prezzo sulle bottiglie, niente listini. Col risultato che il visitatore, soprattutto i più giovani, veniva in un certo qual modo dissuaso dall'acquisto. Peccato.
Quinto: i vini. Ho sentito qualcheduno dire che c'era qualche disparità qualitativa tra i vini in assaggio. Dico: e chi se ne importa? Credo che la Fivi non debba focalizzarsi prevalentemente sul vino, bensì sul vignaiolo. Questa è la missione: il vignaiolo, non il vino. Il vino è la conseguenza della consapevolezza del vignaiolo, e se attraverso la Fivi questa consapevolezza cresce - e per consapevolezza intendo anche e soprattutto l'appartenenza a un preciso terroir, naturale ed umano - allora la Fivi è destinata a giocare un ruolo fondamentale nel sistema del vino italiano. Bene così.
Sesto ed ultimo: la comunicazione. Ecco, scrivo solo questo: che i vignaioli si ricordino che la comunicazione è importante, e stavolta su quest'aspetto hanno un po' latitato. Ma era la prima volta, e i vignaioli non sono dei professionisti dell'organizzazione di eventi. Faranno meglio in futuro, ne sono sicuro. Perché un futuro ci sarà. E spero sia un futuro di Mercati regionali, provinciali, insieme ad un Mercato annuale di carattere nazionale.
Finisco. Sono passate due settimane (a me sembra un secolo, visto quello che nel frattempo è cambiato nella mia vita) e la Fivi esiste, e mi pare possa crescere. Spero ci credano soprattutto i vignaioli.

18 dicembre 2011

In paradiso

Entrò in cucina e rimase impietrita.
Era appena arrivata in paradiso. Sua nonna era lì, in ogni profumo.
Zuccheroso e dolce.
Erboso e aspro.
Lievitato e fresco.
Era così che cucinava nonna Waverly.
Sarah Addison Allen, "Il profumo del pane alla lavanda", Sonzogno 2010

17 dicembre 2011

Mi piace il vino di Michel Rolland

Angelo Peretti
Sì, lo so, ne sono certo. Ora verrò messo all'indice dalla Casta del Territorio, bandito dal Nobile Consesso dei Veri Estimatori del Terroir, linciato sulla pubblica piazza dai Naturalisti della Prima Ora (e anche della seconda e della terza), perennemente vilipeso dagli adepti del Verbo Antiglobale. Lo so, e non me n'importa niente, ma proprio niente, ché se dovessi affidarmi solo alle mode, alle tendenze, ai momenti, temo che il vino non mi piacerebbe come invece mi piace.
Ebbene sì, m'è piaciuto, e parecchio, un vino di Michel Rolland. Oh, sì, lui, il Male Assoluto secondo il Mondovino di Jonathan Nossiter. L'Essere Malvagio che ha globalizzato il pianeta, l'archetipo del winemaker internazionale. Eppure sì, m'è piaciuto un suo vino.

Quante volte m'è piaciuto? Due volte, padre, e chiedo perdono. No anzi, non chiedo perdono nient'affatto, e se n'avessi una terza bottiglia peccherei nuovamente.
Il vino in questione di chiama Bonne Nouvelle, la buona notizia. Viene dal Sudafrica. Ha un'etichetta semplice e bellissima, che vorrei aver disegnato io: un francobollo azzurro, con tanto di timrbro "autografato" MRolland. Vendemmia del 2004. Partnership fra Michel Rolland e Murray Boustred. Terre sulla montagna di Simonsberg, fuori da Stellenbosch, e sto dicendo di una delle più celebrate zone della vigna sudafricana. Cuvée: sessantadue per cento di merlot, trentadue di cabernet sauvignon e sei di pinotage. Del merlot ha il velluto, del cabernet il frutto maturo carnoso, del pinotage la nota selvaggia, animale. Fa quindici gradi di alcol e non te n'accorgi. Certo, è denso e serrato, ma anche morbidamente fruttato, senza stucchevolezze, e sulla tavola ci sta benone, e si beve: due bicchieri la prima volta, tre la seconda, non oso pensare che succederebbe la terza.
Ora, l'obiezione la so: ma dov'è il terroir? La risposta che posso dare è una sola: ecchécavolo ne so? Mai stato in Sudafrica. Non posso giudicare, non ne ho i mezzi, i parametri. Devo limitarmi al vino in sé, dentro al bicchiere. E il vino dentro al bicchiere mi piace, tutto qui. E non me ne pento, e anzi ne godo.
Cape Blend Bonne Nouvelle 2004 Remhoogte Estate
Tre lieti faccini :-) :-) :)

16 dicembre 2011

Ho paura del legno

Angelo Peretti
Ho paura del legno: non avevo mai sentito un produttore di vino dirlo prima. Prima, intendo, di sentire Elio Ottin che lo diceva spiegando il suo vino agli Stati Generali del Pinot Nero che si sono svolti qualche tempo fa in Oltrepò Pavese.
Ottin non è mica oltrepadano: è valdostano. Era tra gli ospiti. Nella guida degli Stati Generali, curata da Massimo Zanichelli, leggo che faceva il tecnico agrario per l'assessorato regionale all'agricoltura, nella Vallée. Poi ha deciso di mollare il pubblico impiego per seguire le vigne di famiglia e dal 2007 s'è messo a imbottigliare in proprio.
"Ho paura de legno. Ho paura che il legno nasconda troppo il vitigno e faccia perdere identità al vino. Per questo ho scelto l'acciaio": questo ha detto. In acciaio ci fa anche il Pinot Nero, doc Valle d'Aosta. In degustazione c'era il 2009. Buono. Lo comprerei. Anche se il primo impatto, quello visivo, m'ha un po' confuso: troppo scuro per essere un Pinot Nero che piace a me, mi sono detto. Invece poi mi è piaciuto. Perché i profumi erano intriganti: floreali, le rose soprattutto. Eppoi ecco una bocca fruttatissima e "dolce" (morbida, intendo) di frutto maturo e una freschezza che bilancia e dà slancio. Di seguito ecco che tornano i fiori e vanno a braccetto col frutto. Ed emerge un tannino saldo. C'è equilibrio tra frutto, fiore, freschezza, tannino.
Zanichelli, commentando il vino, dixit: "Ha un carattere varietale molto spiccato e grande naturalezza nello sviluppo". Ecco, lui 'ste cose del vino le sa dire meglio di me, e un po' gliel'invidio questa capacità di descrivere. Condivido sulla naturalezza dello sviluppo durante la bevuta. Vorrei poterlo bere di nuovo.
Vallée d'Aoste Pinot Noir 2009 Ottin
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

15 dicembre 2011

Il magico Vinturi

Angelo Peretti
Non credo nella magia, neppure negli oroscopi, nei vaticini. Ho dei dubbi perfino sulle previsioni del tempo. Così pure sono scettico sugli aggeggi tecnologici che promettono effetti strabilianti: troppo spesso sono delle fregature. Non ero dunque granché convinto quando Umberto Menini, direttore ed enologo, secondo me bravissimo, della Cantina di Castelnuovo del Garda, mi ha regalato un aeratore per vino che si chiama Vinturi.
Mi diceva, Umberto, che lui l'aveva provato e che il risultato era strabiliante. Ho accettato il dono solo perché ho stima di lui. Be', volete che vi dica? Ne ho già regalati a mia volta tre, di questi Vinturi. Credetemi: questo qui è un oggettino spettacolare. Mi verrebbe da dire che è magico.
L'ho provato la prima volta su un vino biodinamico con la classica puzza di riduzione di molti vini biodinamici. M'ha aperto il vino in un lampo, restituendomi il frutto. C'era poi un altro vino che trovavo chiuso, compresso, ostico. Veloce passaggio dal Vinturi, et voilà, ecco uscire netto il frutto. Stento ancora a crederci, ma funziona.
Di fatto, 'sto Vinturi è una specie di imbuto di plexiglas o roba del genere. Tenete l'aggeggio con una mano sopra al bicchiere, versate il vino, e da un buchino il vino passando risucchia aria con violenza. Ci si mette un attimo, insomma. Confrontate lo stesso vino versato senza e con il passaggio dal Vinturi: differenze abissali.
Quest'affarino applica il principio di Bernoulli, che se non ho capito male (con la fisica ho sempre fatto fatica anche al liceo) dice grosso modo che nel mentre la velocità di un fluido aumenta, la sua pressione interna decresce. Ora, quando un vino viene versato nel bicchiere attraverso il Vinturi, il design interno dell'oggetto induce un incremento della velocità del vino, e di conseguenza una diminuzione della sua pressione, che a sua volta fa sì che venga aspirata aria, che si mescola col vino producendone un'ottimale aerazione. Oh, non so se la legge fisica l'ho descritta bene, ma il risultato è esaltante e d'ora in poi sui vini che siano per qualunque motivo un po' ridotti o chiusi (perché son giovani, perché sono nel tappo a vite, perché son bio-qualcosa, fate voi) lo adopererò, il Vinturi.

14 dicembre 2011

Al Domaine de la Tournelle

Angelo Peretti
Premetto: adoro i bianchi del Domaine de la Tournelle. Così, andando ad Arbois e scoprendo che in paese hanno anche un bistrot, non ho saputo proprio resistere e ci ho fatto una sosta, e consiglio a chi dalla primavera in poi avesse intenzione di passare di là di fermarcisi a mangiare a bordo fiume (ci sguazzano le trotelle), sotto i muraglioni vetusti: pane e formaggi e salumi e vini da tastare, tutti, e ve li servono a bicchiere. Relax, tranquillità assoluta, splendida sosta davvero.
Detto questo, eccomi ai vini. I bianchi, dicevo, mi piacciono da tempo, e mi hanno raccontato di Arbois e del Jura ben prima che ci andassi a fare una gita. Mi piace la loro affilata freschezza, la loro personalità montanara. Ma ho scoperto che... Ho scoperto che fanno anche un rosso che metterei al top nella categoria dei miei adorati vinini e che fanno un vino dolce fortificato, il Macvin, che non ho mai bevuto così buono.
Arbois Rouge Ploussard L'Uva Arbosiana 2010 Domaine de la Tournelle
La sorpresa. Un vinino rosso da uve ploussard. Rosso da bere, ribere, strabere. Leggermente vivace. Piccolo frutto. Succosissimo.
Due lieti faccini :-) :-)
Arbois Rouge Trousseau des Corvées 2009 Domaine de la Tournelle
L'uva è il trousseau, semisconosciuto. Colore nero. Naso di ciliegia stramatura. Bocca tannica. Frutti di bosco. Rusticissima personalità.
Un faccino e quasi due :-)
Arbois Chardonnay Les Corvées sous Curon 2007 Domaine de la Tournelle
Vero, in genere non amo lo Chardonnay, ma in Arbois è un'altra cosa. Avvolgente di spezie e frutti gialli. Scattante. Elegante e favoloso.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Arbois Savagnin de Voile 2006 Domaine de la Tournelle
Oh, che profumi intriganti! Da Vin Jaune, direi. E in bocca è un rincorrersi tra note evolute e sensazioni giovanili. Splendido match.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
ArboisVin Jaune 2003 Domaine de la Tournelle
Strepitoso per freschezza, nonostante sia figlio dell'anno della calura. Tipicissimo nelle sue memorie di noce e di fiori secchi e di fieno.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Macvin du Jura Domaine de la Tournelle
Wow! Un terzo di marc, due terzi di chardonnay. Sa di albicocche sotto grappa e ti avvolge come una coperta morbidissima. Grande.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

13 dicembre 2011

Colfóndo: le bottiglie

Angelo Peretti
Dicevo ieri della questione - come dire - filologica del colfóndo, quella tipologia di Prosecco che è frizzante - non spumante - e che resta sui lieviti, sur lie come dicono i francesi, e che è dunque torbida, perché è "con il fondo", e questo è il suo bello. Dicevo che è una tipologia che sta suscitando crescente interesse da parte di chi beve e anche, evidentemente, di chi produce. Insomma, c'è un rinascimento del Prosecco col fondo, pardon, colfóndo, e quest'è un bene, perché più si reinterpreta la tradizione - modernamente, senza difetti enologici - meglio è per chi ama il vino di terroir.
Devo dare ora un paio di suggerimenti - come dire - tecnici per chi voglia approcciare la tipologia. Primo: spesso - ma non sempre - il colfóndo è col tappo a corona, e piantiamola di pensare che il tappo buono sia solo chiuso con il sughero, ché corona e vite sono splendidi. Secondo: prima di stappare, mettete la bottiglia - delicatamente! - a testa in giù, in modo che il fondo - i lieviti - di disperda nel vino. Sennò, fate gli gnorri, versate il vino ai vostri commensali e tenete per voi l'ultimo bicchiere, quello più torbido, più giallastro, pieno di lieviti, che è il bicchiere migliore.
Detto questo, non ho invece dato alcun "consiglio per gli acquisti", o meglio, "per la bevuta". Dunque, provvedo ora, con quattro colfóndo che ho tastato di recente e che non mi dispiacerebbe ora avere con un panino caldo e una qualche fetta di soppressa trevigiana (quella trevigiana, dico, perché è senz'aglio).
Prosecco Treviso L'Essenziale Ruge
L'ultimo nato, da parte di Andrea Ruggeri, consulente e produttore. Vino tesissimo. Che sa di Prosecco appena lo versi nel bicchiere, con quei profumi netti di pera. Si strabeve.
Due lieti faccini :-) :-)
Frizzante Naturalmente Casa Coste Piane
L'archetipo, il precursore e, in certa qual misura, il mito. Lo versi, lo bevi e magari non t'impressiona, abituato come sei ad altri Prosecchi. Poi ti trovi che hai finito la bottiglia in un lampo.
Due lieti faccini :-) :-)
Prosecco Superiore Asolo Colfóndo Bele Casel
Luca Ferraro e la sua interpretazione del Prosecco con il fondo: di fatto, oggi il benchmark della tipologia. Si apre gradualmente verso un frutto croccante, netto. Una beva che non passa inosservata.
Due lieti faccini :-) :-)
Colli Trevigiani Col Fondo Selezione Zanotto
Un frizzante fatto con l'uva glera, quella del Prosecco, e che si beve, si beve, si beve. Floreale, tanto. E c'è memoria di fieno secco. E fruttino bianco. Piacevolissimo vino mosso.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

12 dicembre 2011

Colfóndo?

Angelo Peretti
Nascono come i funghi. Le bottiglie del Prosecco sur lie, intendo, quelle frizzanti, sui lieviti, e dunque torbide, con il fondo, ma scrivo alla francese, sur lie, perché dovrei scrivere - come si usa da un po' - "colfondo", ma c'è una questione che mi inquieta, riguardo a questo nome, e sulla quale vorrei tentare, qui, di proporre una qualche soluzione.
Ordunque, vedo di chiarire.
Colfondo è una geniale intuizione linguistica di Stefano Caffarri, che ama giocare con il vino e col cibo e con le parole sul suo blog appunti digòla (è scritto proprio così nella testatina). Gliel'ha provocata, l'intuizione, Luca Ferraro, vignaiolo-blogger di Bele Casel, azienda prosecchista dell'area dell'Asolo docg: è stato lui, attivissimo su blog, siti e social network, a lanciare in rete tutto 'sto can can sul Prosecco con il fondo.
Di fatto, "colfondo" è un termine, a mio modo di vedere, perfetto per identificare 'sta tipologia di vino insieme antica e moderna. Però c'è un però. Ed è questo: come si legge? Ossia: quale suono ha quella parola? Si riesce a leggerla in forma univoca senza indicare un accento? La riposta è no, non si può leggere in maniera univoca se è priva d'accento. L'accento è necessario. Ma qui c'è un altro quesito: dove e come si mette l'accento? In rete e sulle bottiglie il nome l'ho letto scritto così: colfondo, colfòndo, colfóndo, còlfondo, perfino còlfòndo. Qual è la versione corretta? In passato mi sono sbilanciato per il colfóndo scritto mettendo l'accento acuto sulla seconda o. Credo sia la versione migliore, ma qualche problema di chiarezza resta.
Intanto, che differenza c'è fra l'accento grave e l'accento acuto? Il primo, m'insegnate, è presente sulle vocali dal suono più aperto (come in cèlla, pòrta), il secondo su quelle dal timbro più chiuso (come in céra, mónte).
Ora, "colfondo" è la sommatoria di due parole dal suono chiuso: una preposizione articolata, cól (con il) e, un sostantivo, fóndo. Dunque, le o vanno per forza con l'accento acuto: ó. Non con l'accento grave: ò. Bocciate dunque le versioni scritte così: colfòndo, còlfondo.
Adesso c'è da decidere come usare la ó acuta, chiusa. Verrebbe da pensare che siccome sia cól che fóndo hanno l'accento acuto, varrebbe la pena usare il doppio accento: cólfóndo. Ma questo doppio accento è un'assurdità: inammissibile.
Allora non resta che fare una scelta legata alla migliore chiarezza di lettura possibile. E a 'sto punto l'unica temo sia accentare la parola fóndo. Sperando che il mancato accento su "col" non dia adito a problemi di lettura, non lasci cioè aperta la porta a chi pronuncia la o aperta. La parola "col" può essere infatti sia una preposizione articolata ("con" e "il") pronunciata con l'accento acuto, sia un sostantivo (il colle) pronunciato con l'accento grave, aperto (per esempio, il Còl di Lana). Si pone dunque una questione interpretativa per chi non conosca la tipologia del vino: è "colfondo" perché è "con il fondo", oppure è "colfondo" perché proviene da un qualche "Còl Fondo"? L'accento su fóndo, da solo, rischia di non essere sufficiente a risolvere il problema. Ma il rischio va corso: colfóndo.
Uff, che fatica!

11 dicembre 2011

Se conoscete il bar

Se conoscete il bar, sapete benissimo che la ragazza si chiama Tiziana e che la prima cosa che uno nota in Tiziana sono due puppe meravigliose. Un'altra cosa che sapete, se non siete nuovi dell'ambiente, è che il tipo con l'aria da pirata si chiama Massimo, è il proprietario del bar e per qualche strana ragione è convinto che non sempre il cliente sappia ordinare da solo.
Marco Malvaldi, "Il re dei giochi", Sellerio 2010

10 dicembre 2011

Haiku e Amarone

Angelo Peretti
Insomma, finché dura, dura. Dunque, continuo a pubblicare questi brevissimi testi che mi prendo la libertà di chiamare haiku e che mi servono - che servono a me, personalmente, intendo - a fissare quello stupore che m'ha preso nel tastare un qualche vino. Stavolta è il turno dell'Amarone, vino della mia terra veronese, col quale ho uno strano rapporto, nel senso che non mi viene spontaneo stapparne una bottiglia, e raramente infatti lo faccio, ché trovo difficile portarlo in tavola, col vino, ed io amo soprattutto i vini che possano stare col cibo. Però talvolta ecco che avverto il bisogno d'un sorso di Amarone, e ho la fortuna d'averne in cantina. Quelle volte, è un piacere berne un calice. E d'improvviso torna a scaldarsi il cuore.

indosso l'abito
di velluto,
è giorno di festa


Amarone Classico della Valpolicella Capitel Monte Olmi 2000 Tedeschi

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mi avvolgo nel torpore
della mia donna,
estate sui monti


Amarone Classico della Valpolicella Sergio Zenato 2000 Zenato

9 dicembre 2011

Il Prosecco di Carpenè Malvolti

Angelo Peretti
Oh, il fenomeno Prosecco è di quelli che fanno discutere, con tutte quelle bollicine nordestine che ormai te le ritrovi dovunque: all'ora dell'aperitivo le ho viste di recente imperversare a Napoli come a Catania. Il Prosecco "tira" e non c'è bar o bottega che venda bottiglie che possa prendersi il lusso di non averlo. Magari anche un paio.
Ecco, a proposito di Prosecco e di valanghe di bolle, questa qui è stata una piacevole e inattesa (e casuale) riscoperta: il Prosecco di Carpenè Malvolti.
Il marchio è di quelli che han fatto la storia del vino e mi ricordo 'ste bottiglie ai banchetti di nozze d'un bel po' di tempo fa, quando con la torta si stappava il Prosecco, che faceva a pugni con la crema, ma vabbé. Insomma, per farla breve è successo che al supermercato ho comprato una bottiglia del Prosecco Superiore di Conegliano e Valdobbiadene appunto della Carpenè Malvolti, aziendona storica del mondo prosecchista. Il vino è il docg, in versione extra dry. Credo proprio esca in numeri piuttosto consistenti: mi pare di aver letto da qualche parte che l'azienda complessivamente produce più di cinque milioni di bottiglie, che sono decisamente un bel po'.
Perché l'ho presa, 'sta bottiglia? Semplicemente perché mia figlia voleva qualche bottiglia di Prosecco per farci lo spritz con gli amici (già, lo spritz: i ragazzi non bevono altro e così pure i turisti che vengono a far le vacanze dalle mie parti, soprattutto i tedeschi), e allora ho comprato un po' questo e un po' quello, giusto per togliermi la curiosità e assaggiare una volta tanto le portaeree del Prosecco da grande distribuzione.
Be', volete che vi dica? Ha superato la prova.
Colore tra il bianco quasi carta e il verdolino. Naso poco appariscente, ma comunque sul tono della mela verde. In bocca una bella tensione, una linea fruttata sottile sottile (in sintonia con l'olfatto) ma ben modulata, una bolla gestita a dovere, una succosità di tutto rispetto e anche una morbidezza per nulla sopra le righe
Ebbene: me ne son bevuto tre bicchieri uno in fila all'altro. Vabbé che faceva caldo e che il Prosecco era bello freddo, ma mi pare che il test abbia dato esito positivo. Senza l'ausilio dell'Aperol e senza finire nello spritz: non mi par poco.
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry Carpenè Malvolti
Due lieti faccini :-) :-)

8 dicembre 2011

La gastronomia

La gastronomia è la conoscenza ragionata di tutto ciò che si riferisce all'uomo in quanto egli si nutre.
Il suo fine è vigilare sulla conservazione dell'uomo per mezzo della miglior nutrizione possibile.
Essa vi arriva dirigendo, in base a princìpi certi, tutti coloro che cercano, forniscono o preparano le cose che possono convertirsi in alimenti.
Anthelme Brillat-Savarin, "Fisiologia del Gusto o Meditazioni di Gastronomia Trascendete", Rizzoli 1985

7 dicembre 2011

Lambrusco, viva lo scagarun!


Angelo Peretti
Antefatto. Sto tornando da Bologna, ho fame. Siccome sono entrato in territorio mantovano, perché non cercare un posto per mangiare un po' d'agnoli in brodo? Esco dall'autostrada e punto in direzione di San Benedetto Po, così ne approfitto anche per vedere l'abbazia di San Benedetto in Polirone, di cui ho letto tanto nei testi di storia. Sulla piazza dell'abbazia - la piazza s'intitola a Teofilo Folengo, frate scrittore buongustaio, quello che col Baldus inventò il latino macaronico - s'affaccia il ristorante Scacciapensieri. Entro: hanno gli agnoli in brodo e anche i tortelli di zucca. Affare fatto.
Col cibo dei mantovani ci vorrei anche il vino della terra virgiliana, e dunque Lambrusco. Eppoi mi piace fare il bevr'in vin col Lambrusco versato nel brodo degli agnoli, che così diventa violaceo e fruttato. Tra le opzioni disponibili mi oriento sul Rosso dei Concari di Lebovitz, che conosco e che mi piace. La signora, gentilissima, in sala mi porta la bottiglia, ma prima di stappare butta lì: "Non è che vuole Al Scagarün?".
Detta così, a bruciapelo, la domanda mi mette un attimo in imbarazzo. Scagarün non è che sia vocabolo così tanto, come dire, appetitoso. Mi verrebbe da tradurlo con qualcosa come scagazzone, e non è bello nella sala d'un ristorante. Ma la signora mi soccorre e mi spiega che in dialetto mantovano lo scagarün è lo sporcaccione e il vino i Lebovitz l'hanno chiamato così perché è così denso di colore che si sporchi la tovaglia o la camicia fai fatica a pulirli.
Vada per Al Scagarün, allora. E benedetto la proposta dell'ostessa: 'sto rosso frizzante mantovano l'ho trovato proprio buono. Morale della favola: finito di pranzare e visitata l'abbazia, ho puntato la macchina in direzione di Governolo e sono andato dai Lebovitz a compramene una scatola.
Sul sito aziendale leggo che è fatto con un uvaggio di quattro uve lambrusche: Ruberti per il 45 per cento, Maestri per il 30, Marani il 20 e il resto Ancellotta.
Nel bicchiere è viola scuro impenetrabile, e dopo che hai bevuto il vetro rimane colorato. La spuma è giocosa, gioiosa. Al naso e in bocca ha il fruttino, la mora, la prugna, la ciliegia, la marasca, l'amarena. Il fondo è morbido senza cedere alla stucchevolezza. L'alcol non è altissimo: sugli 11 gradi. Si beve che è un piacere. Nel suo genere, è un gioiellino. Evviva i vini da bere. Magari, ecco, magari cambiandogli l'etichetta: questa qui non mi piace, ma pazienza.
Provincia di Mantova Lambrusco Al Scagarün Lebovitz
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

6 dicembre 2011

Amo la colatura di alici

Angelo Peretti
Non mangio aglio. Mi dà noia. Un'intolleranza. Ecco, capisco che a volte l'aglio ci vorrebbe. Per esempio per completare gli spaghetti fatti nella maniera che più mi piace. Spaghetti di Gragnano. Olio extravergine di oliva. Peperoncino. Prezzemolo tritato. E colatura di alici di Cetara. Ci vorrebbe anche l'aglio, ma non lo metto, non posso.
Mai stato a Cetara, mai avuta l'occasione. Di fatto, sono un supporter a distanza dei pescatori cetaresi. Grandi predatori di tonno, e c'è chi vorrebbe che il nome del borgo derivi dal termine latino che indicava la tonnara. E sono poi pescatori di alici. Senz'offesa per chi ama il tonno, compro quello che per me è il loro prodotto principe, la colatura, e la uso per prepararmi in pochi attimi uno dei piatti più ghiotti che si possano fare in casa senza diventar matti: pochi gesti e il Mediterraneo è dentro al piatto.
Cetara è in Campania, costiera amalfitana, provincia di Salerno. La colatura lì la ottengono dalle alici pescate con le reti e la lampara. Appena preso, al pesce si strappa via la testa, e con quella se ne vanno le interiora. Poi le alici si salano, sale grosso, dentro a un coccio, grosso modo per ventiquattr'ore, e dopo si passano (testa-coda, testa-coda) sul fondo d'una botte e ci va ancora sale e si chiude la botte con un disco di legno e lo si pressa con delle pietre. Un tempo, i sassi si prendevano dalla spiaggia o dal mare. Come i miei pescatori del lago di Garda, che quando facevano le aole salè, le alborelle sotto sale, le pressavano con delle pietre prese dal lago, dai luoghi di fréga, di riproduzione dell'alborella. Più che d'una necessità, si tratta di un rito, altrimenti perché andare a cercare proprio le pietre che hanno avuto contatto con le acque da cui si è preso il pesce?
Pian piano, dalle alici salate e pressate esce fuori un liquido che finisce in boccioni di vetro e viene esposto per quattro o cinque mesi alla luce solare perché si concentri, perdendo acqua. Poi si ripassa il liquido nelle botti che contengono le alici, e lì si ricarica di afrori marini. Adesso si è pronti: da un buchino il liquido cola fuori di nuovo e passa per un telo di lino perché si filtri e va in preziosissime boccette. È giallo ambrato, e sa di sale e di alice e di mare (ecco, è il mare dentro a una boccetta).
Credo si facesse così anche in epoca romana, quando si preparavano il garum o il liquamen: quello migliore, fatto con lentezza, ricco di sapore, andava alle corti dei ricconi, quello fatto in fretta era destinato al popolo. Ci si insaporivano i cibi. Con la colatura io ci insaporisco gli spaghetti. Mica a tutti piace. A me sì. Ma deve piacerti il mare e il pesce e l’odore dei cibi antichi e la rusticità che si fa eleganza.
Ne ho scritto ora, della colatura di alici di Cetara, perché questo è il momento buono. Viene pronta ai primi di dicembre, in tempo per condire i piatti ricchissimi dei pranzi e delle cene del tempo del Natale. Da me, al nord, c'è grigio e c'è nebbia. Un po' di sole ce l'ho nelle boccette. Peccato che non posso aggiungere l’aglio. Lo so, è un limite: mica colpa mia.

5 dicembre 2011

San Giobbe e il Pinot Nero

Angelo Peretti
C'è stato un tempo che in campagna si tirava avanti allevando i bachi da seta, e così ai margini delle corti rurali o delle vigne si piantavano i gelsi, che facevano le foglie di cui son ghiotti i bruchi. Era così importante quell'integrazione di reddito proveniente dai bachi che occorreva votarsi a qualche santo perché la bachicoltura ne avesse protezione, e in Brianza si scelse san Giobbe, e non so per quale motivo, e probabilmente nemmeno m'interessa tanto saperlo. Sta di fatto che 'sta storia del protettore dei bachicoltori l'ho letta andando a vedere il sito d'una piccola azienda brianzola che si chiama La Costa e che sta a Perego, provincia di Lecco, e che da qualche tempo ha rivitalizzato quella tradizione enoica che in zona era andata perduta.
Ne parlo non perché ci sia andato in visita, ma perché invece m'è capitato di berne un vino agli Stati Generali del Pinot Nero che si son tenuti qualche settimana fa in Oltrepò Pavese, e quel vino m'ha decisamente incuriosito. Già, un Pinot Nero brianzolo del 2008 che si chiama San Giobbe, quel Giobbe dei bachi da seta di cui ho letto sul sito aziendale.
Ora, cosa gliel'abbia fatto fare a 'sta gente di cimentarsi proprio con una brutta bestia come il pinot nero credo che sia destinato a restare tra i misteri immensamente vaghi del mondo dei vigneron. Però il risultato è buono.
Leggo ancora sul sito dell'azienda che mediamente d'uve di pinot nero lì se ne fanno otto etti per pianta e che si vinificano poi in parte in acciaio e in parte in tini di rovere da vent'ettoliti e poi l'affinamento avviene nella tina di rovere da quindici e da vent'ettolitri e poi ancora per sei mesi in vasca di cemento.
Ha colore, questo 2008, tra il rosso scarico e l'aranciato, ed è colore tipicamente pinonerista, dunque. E anche il naso è tipico, con quel fruttino e quella venatura speziata, cui si somma un curioso, invitante accenno agrumato. In bocca ecco che subito è rustico, perfino quasi scorbutico, e vorrei dire, con una parola contadina, "aspro", ed è un'asprezza che ricorda quella dell'arancia bionda, e dunque ecco tornato l'agrume che avevo già colto all'olfatto. Ma poi invece t'avvince la beva, che è notevole. E il frutto maturo. E quel ricordo di tamarindo e di rabarbaro. Vino curioso, anomalo, che probabilmente sa invecchiare bene qualche annetto, e infatti è per ora ancora giovanissimo. Concludo dicendo che è stata la sorpresa inattesa della giornata trascorsa in Oltrepò e che è un Pinot Nero mica da degustazione, ma da bere in compagnia, ed è un complimento.
Pinot Nero San Giobbe 2008 La Costa
Due lieti faccini :-) :-)

4 dicembre 2011

La torta di mirtilli

Era la prima volta che avevo modo di avvicinarla e di guardarle la bocca. Il gonfiore era sparito, ma si vedevano ancora i segni dei denti, piccole grinze blu sulle due labbra. Le toccai con le dita, erano molli e umide. Le baciai, piano, dei baci leggeri come non ne avevo mai dati. Restò con me per un'ora, fino al ritorno del greco. Non facemmo niente, solo stesi sul letto. Lei mi arruffava i capelli e guardava il soffitto, con l'aria pensierosa.
"Ti piace la torta di mirtilli?"
"Non so. Sì, penso di sì"
"Te la farò"
James M. Cain, "Il postino suona sempre due volte", Adelphi 2009

3 dicembre 2011

Haiku e Moscato

Angelo Peretti
Ritento la strada della forma di scrittura dell'haiku per cercare d'esprimere che cosa m'abbiano lasciato alcuni vini dopo, magari molto dopo, che li ho bevuti. Vini che m'hanno generato stupore non tanto per il calice in sé, ma per quanto quel bicchiere m'ha evocato. Ed è evocazione ti te stesso, quella che provi talvolta dopo il sorso. Credo che il vino possa in qualche modo raccontarti un po' della vita, appunto, ed è questo che rende fascinoso alcune volte l'assaggio. Come per le altre sperimentazioni sui testi brevi che ho provato a pubblicare sin qui, usare la definizione dell'haiku è formalmente improprio, perché in realtà non ne rispetto i canoni. Ma questo è quanto m'è venuto da scrivere, e mi fa piacere provare a proporlo a chi mi legge. Stavolta è il turno d'una tipologia che amo e che è sottostimata, e cioè il Moscato. Quello astigiano. Che talvolta rasenta la grazia.

ancora pioggia,
mi riscalda
la fiamma del ceppo

Moscato d'Asti Vigna Vecchia 2003 Cà 'd Gal

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suono di carillon,
non c'è un'età
per essere bambini

Moscato d'Asti 2010 Paolo Saracco

2 dicembre 2011

Austere bollicine dell'Etna

Angelo Peretti
Questo qui è un pezzo che avrei dovuto proporre a Franco Ziliani per il suo Le Mille Bolle Blog, che narra solo di bollicine, e soprattutto di quelle fatte col metodo classico, con la presa di spuma in bottiglia. Invece no: me lo scrivo e me lo pubblico qui, su InternetGourmet, 'sto pezzo. Parlo di bolle sicule.
È andata in questa maniera. Arrivo a Catania che sono le sei passate del pomeriggio. Alloggio in centro, al Katane Palace Hotel (è un buon punto di riferimento, tenetene conto se dovete dormire in città: io ho trovato la stanza a un prezzo più che equilibrato, prenotando on line, e alla reception sono gentilissimi). Sono stanco e ho voglia di un aperitivo. Chiedo se nelle vicinanze ci sia un'enoteca, un wine bar o qualcosa del genere e mi dicono che se voglio fra pochi minuti in albergo comincia l'happy hour.
Non amo particolarmente gli happy hour, ma per stavolta vada: la stanchezza è tanta e l'idea di non muovermi mi stuzzica. Sul bancone del bar vedo, nel ghiaccio, alcune bottiglie di bianchi siciliani. Noto che ce n'è anche uno a marca Murgo - leggasi Barone Emanuele Scammacca del Murgo, con terre sull'Etna -, e dico al barman che ricordo che l'azienda fa anche bollicine. Lui, il barman, mi risponde che se voglio me le apre, apposta.
Non mi lascio sfuggire l'occasione e opto per il rosé. Ecco dunque il bicchiere (generosa porzione) del Murgo Brut Rosé Metodo Classico 2008, fatto con sole uve di nerello mascalese, autoctone. Lo provo: accidenti, è proprio buono. Soprattutto la bolla, è finissima, cremosa, vellutata, gestita benissimo. E i toni sono austeri, asciutti, diretti, per niente cedevoli a quelle sdolcinature che sono presenti in tanti italici rosati. C'è il fruttino rosso, croccante. E c'è un che di minerale, e d'altro canto le vigne - l'ho letto poi su internet - sono sopra i cinquecento metri d'altitudine sulle sabbie vulcaniche etnee. Lo vedrei bene in tavola, 'sto rosé siciliano con le bollicine.
Visto che in hotel c'è anche un ristorante, decido di cenare lì, in modo d'andare a letto presto. A tavola, chiedo l'altra bolla del Barone del Murgo, il Brut, sempre 2008, sboccatura luglio 2011 (l'ho letto sull'etichetta, dov'è lodevolmente scritto). Anch'esso è da solo nerello mascalese preso dalle vigne sull'Etna: blanc de noir, insomma. Giovane giovane, certo, e sono sicuro che gli farebbe bene un po' di sosta in bottiglia ancora, e comunque anche qui la bolla, pur più incisa che nel rosé, è interpretata piuttosto bene. E c'è una tensione notevole. Vino affilato, di bella personalità. Ancora asciuttissimo. Col ribes e la crosta di pane in sottofonfo. E nuovamente gli accenni minerali. Altro bel vino. Ed anche per questo mi viene l'aggettivo che ho usato per l'altro: è austero.
Ecco, le bollicine del Barone Scammacca del Murgo sono austere. Piacevolmente austere. Sì: austere bolle siciliane fatte sull'Etma con nerello mascalese. Da provare. Se mi ricapitasse di trovarle, le berrei di nuovo, e con convinzione.
Brut Metodo Classico 2008 Murgo
Due lieti faccini :-) :-)
Brut Rosé Metodo Classico 2008 Murgo
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

1 dicembre 2011

I biodinamici in suv

Angelo Peretti
Nella personalissima top ten delle migliori bottiglie che io abbia potuto sin qui stappare, almeno metà sono vini di produttori (in genere piccoli) che hanno abbracciato la biodinamica. Altri sono nelle posizioni immediatamente successive. Attenzione: non li ho scelti perché erano bio-qualcosa, quei vini. Spesso li ho tastati e poi bevuti insieme ad altri della stessa area d'origine, ma ottenuti da vigne coltivate in maniera convenzionale. In molti casi, solo dopo ho saputo che quelli che mi piacevano venivano da uva coltivata in biodinamica. Ergo: credo che al vigneto le pratiche steineriane facciano bene, e che consentano di dare ottima uva (e basse rese, ma senza forzature), che nella mani di qualcheduno che in cantina ci sa fare è materia prima strepitosa per degli splendidi vini.
Detto questo, ci sono però poi i biodinamici che mi fanno incavolare. Sono quei parvenue che comprano composti biodinamici e li irrorarno sulle vigne e che per questo - visto che va di moda, e che fa vendere - si definiscono biodinamici. Ritengo che chi imbraccia la filosofia - perché questo è, altroché - della biodinamica debba invece adottare uno stile di vita, più che una pratica agronomica, e che debba essere coerente, perché non gliel'ha mica detto il medico. La scelta impone la coerenza.
Mi piace l'idea dei biodinamici, quella che vede nel vigneto un corpo vivo complesso, nel quale la pianta dev'essere in comunione con il cosmo, il suolo e il sottosuolo. Mi piace l'idea che la microfauna che sta sottoterra debba essere rispettata come la vigna, come le piante che affiorano. Non a caso molti tra i cultori della biodinamica utilizzano il cavallo per i lavori nel vigneto, piuttosto che pesanti trattori: perché anche il suolo e il sottosuolo vanno rispettati, e non li si può violare con il peso opprimente dei mezzi meccanici.
Bene, questo mi piace. Ma non mi piace invece chi se ne frega, e per dirsi biodinamico gli bastano le fatture d'acquisto dei preparati da irrorare.
Cito un caso. Di un'azienda presso la quale sono stato in visita tempo fa. Azienda biodinamica, secondo espressa dichiarazione. Bene: mi hanno fatto vedere la cantina e anche il dinamizzatore (ci vuole, ecchécavolo, in un'azienda biodinamica che si rispetti). Poi siamo andati nei vigneti. Li abbiamo percorsi in lungo e in largo, passando tra i filari. A piedi, a cavallo? Macché, col Bmw X5 dell'azienda. Bella macchina, ma del peso (compresi noi a bordo) di circa tre tonnellate. E questi qui che schiacciano la terra passandoci sopra con una macchina da tremila chili sarebbero biodinamici?

30 novembre 2011

Il gaglioppo e il Cirò

Angelo Peretti
La Calabria è, per me, un mistero immensamente vago. Mai stato. Pochi i vini bevuti. Sono peraltro, quando m'è possibile reperire quella buona, calabro-dipendente per via della 'nduja, quel pirotecnico, morbido salume calabrese fatto con le parti più grasse del maiale e col peperoncino che là è piccante assai e saporitissimo.
Da più di un anno, a proposito della Calabria enoica, leggo delle polemiche scaturite dalla decisione di modificare il disciplinare del Cirò, aprendo le porte ai vitigni internazionali, cabernet in primis. Pensare che la cabernettizzazione del Cirò sia la soluzione ai tanti problemi della viticoltura locale è, a parer mio, un'idea sbagliatissima. Un'illusione coltivata in tante parti d'Italia tra la seconda metà degli anni Novanta e l'inizio del secolo nuovo. Un'idea fallimentare. Ora, con vent'anni di ritardo, ecco che riaffiora in Calabria, generando tardive fallaci illusioni. Sono convinto che anzi che produrrà danni ulteriori ad un comparto che non mi pare stia vivendo momenti di grazia, e che la grazia probabilmente non l'ha mai vissuta, coi contadini che non sanno più a che santo votarsi. Ma votarsi al santo cabernet è errato, e se ne sono già accorti i vignaioli di tant'altre parti d'Italia, prima dei calabresi.
Di recente ad una manifestazione di settore ho avuto modo di tastare una serie di rossi calabri nei quali le uve autoctone erano mischiate, appunto, col cabernet, e il risultato è stato deludentissimo. Vini enologocamente corretti, certo, ma concettualmente vecchi almeno - appunto - di vent'anni e per di più senz'anima, senza personalità, o meglio, portatori di quell'anonimo carattere che connota i vini internazionali, e dunque irrimediabilmente perdenti, ché se si fa vino uguale identico a quello di mezzo mondo, alla fine per venderlo hai una soluzione soltanto: sbracare sul prezzo, riducendo il viticoltore ad ulteriore miseria.
Eppure la Calabria del Cirò avrebbe avuto - ed ha - una strepitosa carta da giocare, ed è il gaglioppo, l'uva locale. Penso che, se han deciso di cabernetizzarla, da quelle parti ci credano poco. Però ho paura che il problema è che, oltre a non crederci, su quell'uva ci abbiano investito poco, ché invece, quand'è ben gestita, offre vini di fantastico carattere, modernamente antichi.
Lo dico perché di recente ho avuto modo d'assaggiare due volte - ed in entrambi i casi altro che assaggiare: me lo son bevuto - il Cirò Rosso Classico Superiore 2009 di un'azienda che si chiama 'A Vita e che usa solo e soltanto gaglioppo e che fa agricoltura biologica e che alla Calabria e alle sue autoctonie mi pare ci creda. Ed è, questo loro Cirò, un vino avvincente, coinvolgente, intrigante, affascinante. Austero e bevibilissimo, nobile e popolano insieme. Colore scarico. Naso che rimanda alla buccia dell'arancia, al cedro, alla spezia (tanta), al fruttino macerato. Bocca succosa e tesa. Bel tannino, epperò per nulla aggressivo. Si beve che è un piacere. Si beve e si ribeve.
La strada giusta è questa qui.
Cirò Rosso Classico Superiore 2009 'A Vita
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

29 novembre 2011

Macle, leggi Chateau Chalon

Angelo Peretti
Ecco, una delle differenze tra l'Italia e la Francia del vino è questa: di là dalle Alpi i produttori non fanno fatica a consigliarti altri vignaioli, ed anzi ci tengono a farlo. Ad Arbois, Jura, terra dei Vin Jaune che amo, quando dicevo che volevo fare un salto a provare i vini gemelli di Château Chalon, a pochi chilometri da lì, non c'era uno fra i vigneron che non mi dicesse che dovevo assolutamente passare da Macle. Così ci sono passato. Mi ha ricevuto Elyane Macle, che s'è scusata e riscusata perché il suo Jean non poteva esser lì ad accogliere il visitatore, sebbene io fossi visitatore sconosciuto, turista per caso.
M'ha fatto tastare i vini del domaine, fatti, come tradizione vuole, sous voile, sotto cioè quel velo di microrganismi che da noi chiamano fioretta ed è vista, da noi, generalmente male. Mi ha spiegato che lì da loro i lieviti per la voile non occorre inocularli, perché la cantina ne è piena e dunque si attivano naturalmente.
Dico che il Côtes du Jura è fatto per l'ottantacinque per cento di chardonnay e il quindici savagnin, entrambi sous voile e assemblati solo quando il vino va in bottiglia. Lo Château Chalon è tutto savagnin che sta in legno pressappoco sette anni. Il Macvin è quella strana, fascinosa cosa che si fa con una mistella di mosto e di marc, la grappa del Jura, ottenuta dagli acini.
Côtes du Jura 2008 Jean Macle
Naso "da Jura", con quei tipici toni di lieviti, di noci, di spezie. In bocca s'espande: da mangiare, da masticare. Alcol un po' sopra le righe.
Due lieti faccini :-) :-)
Côtes du Jura 2007 Jean Macle
Elegantissimo bianco di carattere. Floreale, perfino. Ed ha tracce di fieno secco e le classiche memorie di noce. Lunghissimo e croccante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Château Chalon 2004 Jean Macle
Tanto, tanto fieno secco, un pizzico di curry, la nocciola. Delicato, elegante. C'è bisogno di aspettarlo un bel po' d'anni ancora prima di berlo.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Château Chalon 2003 Jean Macle
Si sente l'annata calda, eccome. Se ne avverte il calore quasi bruciante. Eppure l'interpretazione è comunque degna di nota, ed è lunghissimo.
Un faccino e quasi due :-)
Macvin du Jura 2006
Quanta mandorla che trovi subito al naso e poi in bocca. E poi ancora il mirto e il frutto succoso. E il tono del marc. Morbido, avvolgente.
Due lieti faccini :-) :-)

28 novembre 2011

Mazzon e il pinot nero

Angelo Peretti
Ecco, sì, magari il titolo era un pelino pretenzioso, però quegli Stati Generali del Pinot Nero che si sono tenuti, per iniziativa del consorzio dei vini dell'Oltrepò Pavese, presso il - altro titolone - Centro di Ricerca, Formazione e Servizi della Vite e del Vino Riccagioia a Torrazza Coste, be' devo dire che sono stati davvero interessanti. Un bel confronto fra produttori pinoneristi di mezz'Italia su questo vitigno così difficile e sfidante e avvincente. Per di più, Massimo Zanichelli, che coordinava i lavori, ci ha messo la sua parte, stuzzicando con le domande giuste i vignaioli sul palco e quelli in sala. Mica male.
Tra le sessioni degli Stati Generali ce n'era anche una affidata a Michela Carlotto, giovane enologa dell'azienda di famiglia, che fa, appunto, Pinot Nero in uno dei più grandi terroir pinoneristi italiani, quello di Mazzon, proprio sopra Egna, all'inizio dell'Alto Adige, se lo si guarda da sud, e che in tutto è fatto di ottanta ettari quasi ai piedi del monte Corno, dove il sole arriva tardi, e dunque di mattina resta a lungo la frescura della notte, e poi va giù molto più tardi che sul fondovalle. Ancorché nata solo nel 2000, l'aziendina di papà Ferruccio Carlotto - appena due ettari e mezzo, di cui uno e mezzo a pinot nero a Mazzon, e il resto è lagrein - si è già ricavata la sua bella visibilità, e l'ha fatto giocando tutte o quasi le carte sul terroir.
Ha insistito, la Carlotto, sulle escursioni termiche, fondamentali per il pinot nero, e sulla necessità della completa e lunga maturazione di quest'uva, e ha detto chiaro e tondo alla platea che è vano il tentativo che certuni fanno di compensare gli effetti della latitudine della Borgogna con l'altitudine dei vigneti nostrani, perché "il pinot nero così non matura e invece deve maturare". Sembra ovvio, ma non lo è affatto. Eppoi, certo, "ogni viticoltore ha il proprio stile, ma l'importante è il rispetto del vitigno nella sua zona vocata ed evitare il protagonismo aziendale, che mette davanti al vitigno le scelte del mercato" (sono parole della giovin donna). Magari arrivando per questa via a far sì che un giorno lo stile del Pinot Nero di Mazzon sia così netto e preciso che in etichetta si possa scrivere solo Mazzon, senza citare il nome del vitigno. Perché il vino che viene da Mazzon è "fruttato, salato e saporito", per usare i tre aggettivi adoperati da Michela Carlotto. Eppoi, lei ancora ha spiegato che il Pinot Nero di Mazzon ha da avere un colore scarico, con sfumature aranciate, "delle quali non bisogna assolutamente vergognarsi", e son parole che sottoscrivo in toto. E Massimo Zanichelli ha aggiunto che il vino di Mazzon "è più rarefatto, più stilizzato di altri nella regione". Verissimo.
Ora, qualche parola mia sull'ultima uscita del Pinot Nero di Mazzon firmato Carlotto, il 2009. Ha colore scarico e brillante e cristallino, affascinante, elegante. Il naso, ancora velato dal legno - ma l'esperienza mi dice che si aprirà, basta pazientare -, ha fruttino e spezia. In bocca è piacevolmente fruttato e croccante e c'è tannino saldo, ma che non aggredisce il frutto.
Alto Adige Pinot Nero Filari di Mazzon 2009 Carlotto
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

27 novembre 2011

Peperone in salsa di noci

Il fatto che nessuno mangi l'ultimo peperone di un vassoio si verifica generalmente quando la gente non vuole mostrarsi golosa e sebbene abbia una gran voglia di divorarlo non ne trova il coraggio. Ed è così che si rinuncia a un peperone ripieno che contiene tutti i sapori possibili, la dolcezza del cedro candito, il piccante del peperoncino, la delicatezza della salsa di noci, la freschezza della melagrana, un meraviglioso peperone in salsa di noci! Che racchiude dentro di sé tutti i segreti dell'amore, ma che per pudore nessuno mai scoprirà.
Maledetto pudore! Maledetto manuale di galateo del Carreño! Per colpa sua il corpo di Tita era destinato ad avvizzire a poco a poco, inesorabilmente. E maledetto Pedro così perbene, così corretto, così virile, così... così amato!
Laura Esquivel, "Dolce come il cioccolato", Garzanti 1996

26 novembre 2011

Vini e cornici

Angelo Peretti
La frase è di Emil Cioran: "Di molte persone si può affermare quanto vale per certi dipinti, cioè che la parte più preziosa è la cornice". Ne sono venuto a conoscenza dalla citazione che ne ha fatto monsignor Gianfranco Ravasi su un'edizione agostana della Domenica del Sole 24 Ore. Leggendola, m'è venuto immediatamente alla mente il parallelo con certi vini e certi produttori.
Nel nome del marketing esasperato, dell'ossessiva ricerca dell'affermazione sul mercato internazionale, a partire dalla fine degli anni Ottanta, e poi per tutti e due i decenni successivi, ed ancora adesso, un'orda di parvenue ha assalito il mondo del vino, portandovi stili di vita e comportamenti aziendali che col lavoro della terra non hanno a che fare. E tanti vignaioli li hanno imitati, cercando il successo immediato, il profitto che arricchisce con rapidità, e ti permette di costruire la cantina nuova finto antica, coi dipinti sui muri e i mattoni che sembrano vecchi, e di comprarti il macchinone e di vestire griffato da vigneron radical chic. Ci si vende per poco, alla fin fine, se l'apparenza è quel che conta. Ma ecco, questa gente somiglia oramai a un dipinto la cui parte più preziosa è la cornice, e dentro c'è il vuoto dei valori della terra o una loro copia malamente artefatta.
Così è per i vini stessi. Consulenti di grido, tecnologia ostentata, lieviti selezionati, etichette d'autore, bottiglie pesanti quanto mai: tutto questo è cornice e tanto spesso conta molto, molto più del vino che sta nella bottiglia, costruito in fotocopia perché si venda in America o chissà dove o perché piaccia alle guide, fregandosene dell'identità, del territorio, del terroir. Vini cornice, perché è così che si vuole il vino da parte di chi ha in mente solo il guadagno. Ci mancherebbe: guadagnare è bene, è necessario. Ma se si tradiscono i valori della terra e della vigna poi non si abbia anche l'ardire di definirsi vignaioli.

25 novembre 2011

Prima rosso, poi bianco

Angelo Peretti
Charles Elmé Francatelli era un cuoco importante. Così importante che venne chiamato al servizio della regina Vittoria, in Inghilterra. Il cognome è italiano, ma lui è nato a Londra nel 1805 ed è cresciuto in Francia. Nel 1861 diede alle stampe un libro dal titolo "The Cook’s Guide", mai tradotto, che io sappia, in italiano.
Nel libro Francatelli scrisse anche di vino, e c'è una frase che ho letto e riletto. Questa: "It is generally admitted by real gourmets that red wines should precede the introduction of white wines". E cioè, per chi non mastica l'inglese: "Viene generalmente ammesso da parte veri veri buongustai che i vini rossi dovrebbero precedere l'introduzione dei vini bianchi". Esattamente il contrario di quanto c'insegnino oggi i sacri testi dell'abbinamento cibo-vino.
Ora, non voglio dire che l'ammonimento del Francatelli sia da prendere come oro colato, epperò una riflessione ci va fatta. La riflessione che ci faccio è questa: durante un pranzo o una cena nel corso dei quali si servano vini che vi piacciano, non formalizzatevi e bevete tranquillamente un bianco dopo esservi goduto un rosso. Ovvio, mica qualunque bianco, mica qualunque rosso. Ma chi l'ha detto che un burroso Chablis di qualche bell'anno non possa stare dopo, chessò, un giovane Barbaresco? Chi l'ha detto che un Lugana decenne, di quando ancora il Lugana sapeva esattamente di Lugana, e dunque di frutto e idrocarburi, non possa star benone dopo un Valpolicella? Chi l'ha detto che il piacere debba essere per forza codificato, ingabbiato dentro norme rigide, annichilito da dogmi inviolabili?
Oh, be' sì, a dire il vero qualcheduno l'ha detto, ma credo si possa tranquillamente trasgredire a certi precetti. Io trasgredisco, e mi stappo quel che ho voglia di bere in quel momento, con quel preciso piatto. E me n'infischio di quel che ho stappato subito prima.

24 novembre 2011

Piccinin, è nata una stella

Angelo Peretti
Non ho il piacere di conoscere personalmente, per ora, Daniele Piccinin, proprietario viticoltore come scrive lui (piccolo, cinque ettari, suppergiù diecimila bottiglie in tutto) in San Giovanni Ilarione, nell'est veronese, e seguace di Angiolino Maule, con tanto di dedica al maestro sulle controetichette dei vini. Non ho il piacere di conoscerlo, ma chi lo conosce me ne parla un gran bene. E siccome è seguace di Maule, è ovvio che conduca le vigne in biodinamica. Non ho il piacere di conoscerlo, dicevo, ma posso dire una cosa: è bravo, accidenti se è bravo. Sissignori, è nata una stella, credetemi.
Leggo che è giovane, un trentenne, e che prima di darsi alla vita del vigneron ha gestito un ristorante. Chi è stato a vedere la vigna mi dice che è protetta dal bosco, e che lui la biodinamica l'ha abbracciata come una scelta di vita, mica per una strategia di business. Leggo e sento questo, ma in fondo non me n'importa più di tanto di leggere e sentire 'ste cose, perché io mi fido solo dei vini e se mi piacciono mi piacciono e sennò niente. Ma dopo che ho tastato i vini, ebbene sì, sono convinto, e su questo nome mi ci gioco quella poca reputazione che ho.
Certo, i rossi hanno le riduzione dei rossi in biodinamica e i bianchi hanno la doratura dei bianchi in biodinamica: però dategli il tempo di aprirsi e vanno giù un bicchiere dietro l'altro. A proposito: naturalmente, non sono mica filtrati. E sui prezzi non se la tira come fa invece qualche altro bio-qualcosa, e anche questo è bello. Poco belle, invece, e decisamente, le etichette: Daniele, si può far meglio, accidenti.
Adesso, due righe sui vini. Nell'ordine in cui, in date diverse, li ho bevuti.
Rosso dei Muni 2009 Daniele Piccinin
Cabernet e merlot. Il naso subito è chiuso e s'apre pian piano ed ecco il frutto rosso, maturo. In bocca è fruttato (fragola, marasca) e fresco e financo acidulo, epperò è anche vibrante e ricco e selvatico e sul finale perfino floreale.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Pinot Nero 2009 Daniele Piccinin
Uva ostica. Il vino ha grande freschezza, e dinamicità e slancio. Ovvio, occorre aspettare che s'apra, ma quando s'apre ha beva succosa e freschissima e fruttatissima (la fragolona matura), restando comunque a tratti selvaggio.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Montemagro 2009 Daniele Piccinin
Bianco dorato da uve autoctone di durella. Secco, teso, tagliente. Ha carattere e freschezza acida ch'è tipica del vitigno e vene minerali che parlano del territorio. Direi che mira a raccontare la terra e la vigna, più che a piacere per forza.
Un faccino e quasi due :-)
Bianco dei Muni 2009 Daniele Piccinin
La durella incontra lo chardonnay. Bianco dorato. Della prima uva c'è la tesissima freschezza, dell'altra il frutto giallo maturo. Il finale è asciuttissimo, perfino tannico. Il frutto è croccante, la vena officinale avvincente. Gran lunghezza.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

23 novembre 2011

Nec Plus Ultra

Angelo Peretti
Allora, se non ricordo male, Ercole raggiunse la fine del mondo, prese una montagna, la spezzò in due e sopra ci scrisse "nec plus ultra", e cioè, di là non c'è nulla, perché si è arrivati al limite estremo. Ora, che un produttore di vino metta in etichetta la frase scolpita sulle colonne d'Ercole potrebbe sembrare un po' azzardato, ma se il produttore è uno champagnista come Bruno Paillard, che è uno che con le bollicine ci sa fare davvero, be', allora bisogna prestarci attenzione. Fortuna vuole che il Nec Plus Ultra 1996 io possa averlo assaggiato, e posso dire che la sentenza ci sta: siamo proprio agli estremi, e sarebbe meglio dire ai vertici, del piacere del mondo con le bolle.
Ordunque, mi si dice che con questo suo Nec Plus Ultra il suo facitore Paillard abbia voluto provare a realizzare il più grande Champagne che gli sia possibile fare, e per questo occorra attendere che stiano assieme parecchie congiunture favorevoli. Insomma, ci dev'essere un'annata di quelle perfette. La prima fu il '90, poi venne il '95 ed ora ecco uscito il '96.
Metà chardonnay, metà pinot noir, uve prese da quattro dei diciassette villaggi classificati come grand cru. Dodici anni sui lieviti, poi altri tre di riposo dopo la sboccatura (Paillard ci tiene all'affinamento post dégorgement, e sulle bottiglie la data della ritappatura ce la mette sempre). Dosaggio basso basso.
Nel bicchiere ci trovi i fiori essiccati, il fieno, le noci, il frutto disidratato, un che di iodato, di aria di mare. Una cremosità assoluta, che lo rende dapprima quasi impalpabile, e ti viene da pensare alla seta, al cachemire, e ti coccola. Eppoi invece ecco che prende slancio, che corre, che diventa affilato. Sì, raramente si trova una dinamicità di genere in un vino.
È un gran vino, insomma, e come tutti i grandi vini va mica bevuto freddo: meglio tenerlo a temperatura di cantina e poi metterlo in un secchiello con acqua e ghiaccio, che si rinfreschi senza raffreddare.
Ora, però, devo dare un'avvertenza a chi volesse prender su e andare a comprarselo e a berselo, 'sto Champagne delle meraviglie: attenti, ché non costa poco. Cuzziol, il distributore, dice che viene intorno ai centottanta euro più iva, che fa qualcosa come duecentoventi euro, che non sono pochi. Il prezzo della bellezza.
Champagne Brut N.P.U. Nec Plus Ultra 1996 Bruno Paillard
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

22 novembre 2011

Trentinità e discese ardite

Angelo Peretti
Ha fatto discutere, qui e anche altrove, un mio intervento di qualche giorno fa sulla trentinità del vino. In estrema sintesi, dicevo che la mia impressione è che i vignaioli trentini, pur avversando le scelte massive della cooperazione locale, ne abbiano in realtà di fatto sposato la linea filosofica, che è più fondata sulla qualità enologica - che è oggettivamente alta - che non sulla ricerca identitaria, che non sulla trentinità, appunto. Solo un'impressione, sia chiaro, ma mi pareva giusto esprimerla, e mi pare che, come ho detto, se ne sia parlato.
Ora, dovrei invece dire cos'è che vorrei trovarci in un vino trentino per poterlo riconoscere come tale. La risposta è che non ho una risposta. Nel senso che prima dovrei meglio approfondire, e magari passare qualche frequente e bella ora intorno a un tavolo stappando bottiglie - mica solo trentine - coi vignaioli tridentini, parlando e conversando - e parlando mica solo di vino, ché la cultura del terroir non è, appunto, solo vinicola ed enologica, ma è prima di tutto umanistica e umana - e chissà che non ci sia occasione di cominciare a confrontarsi davanti a una serie di bicchieri.
Detto questo, però, e rischiando per passare per velleitario e forse anche per visionario, butto lì che in un vino trentino mi piacerebbe trovarci quella frase che cantava Lucio Battisti. La canzone era "Io vorrei... Non vorrei... Ma se vuoi..." e mi strapiace quando evoca "le discese ardite e le risalite ". Ecco, è così che me l'immagino un vino trentino ideale, e cioè fatto di discese ardite e di risalite e anche di "verdi terre", che è un'altra citazione della stessa canzone. Perché il Trentino è così: ha montagne e cime e valli e fiumi e verde. Dunque, il vino trentino vorrei che gli somigliasse, in qualche modo, e che dunque portasse dentro alla bottiglia una qualche idea della dinamicità geografica del territorio di cui è figlio. Ma questa dinamicità dovrebbe non essere "solo" quella di una vallata o di un tal territorio o di un certo vitigno, ma piuttosto la sognerei come qualche cosa di comune e trasversale a tutte le zone e a tutti i vitigni della provincia. Prescindendo anzi dalla zona e dal vitigno. Un filo conduttore che mi faccia immediatamente percepire che quello che ho nel bicchiere è un vino trentino e può essere solo un vino trentino.
Detto così so che è criptico. E me li vedo quelli che scuotono la testa. Allora faccio un esempio, e magari più avanti ne farò altri, proponendo vini che questa dinamica del Trentino me l'abbiano evocata.
Il primo esempio è un rosso del 2008, un Merlot, il Rocol di Borgo dei Posseri. Ecco, questo qui è a mio avviso un vino che "sa" di trentinità, o almeno di quella parvenza di idea di trentinità vinicola che vado cercando. Un vino dinamico. Il vino dell'annata precedente, quella del 2007, era descritto da Slow Wine come "un Merlot atipico". Vero, verissimo, se lo prendiamo come Merlot e lo confrontiamo con gli altri Merlot italici, densi di frutto concentrato e morbidi come il velluto, questo è un Merlot atipico. Ma se lo vediamo invece come un rosso trentino (a prescindere che sia fatto col merlot), be', allora per me è proprio tipico. Perché ha dinamicità ed è anzi un continuo e intrigante saliscendi di frutto mai saturo e di spezia e di freschezza. Ha discese ardite e risalite, insomma. Ed è trentino, dunque, almeno per me.
Vigneti delle Dolomiti Merlot Rocolo 2008 Borgo dei Posseri
Tre lieti faccini :-) :-) :-)