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4 aprile 2012

Uvapassa, o dell'imperfezione perfettissima

[Angelo Peretti]
Qualche settimana fa Davide Paolini mi ha fatto (nuovamente) l'onore di ospitarmi nella sua trasmissione Il Gastronauta, su Radio24. Si discorreva di vini imperfetti, e di come l'imperfezione, talvolta, possa generare piccoli, irripetibili gioielli.
Tra le imperfezioni che si possono rinvenire nel vino vi è anche l'acidità volatile, che è certamente fastidiosa quasi sempre. Quasi. Salvo che si abbia nel bicchiere un vino dolce. Soprattutto un Recioto (rosso) della Valpolicella, che in fatto di volatile non scherza, e che pure di quest'imperfezione fa tesoro.
M'è tornato in mente il discorrere dei vini tecnicamente imperfetti, ma piacevolmente perfettissimi all'assaggio per chi vada in cerca della personalità, tastando l'Uvapassa del 2004, il Recioto valpolicellese (rarissimo) che fa Cecilia Trucchi nella sua Villabellini, a Castelrotto, che è una specie di isola-collina che emerge dalla piana.
Il colore è scarico, come ha da essere il Recioto (e l'Amarone, figlio del Recioto) quando sia rispettoso della tradizione e figlio della corvina veronese, uva che ha scarso colore.
Avvicino il naso al bicchiere, ed ecco che è come tuffarmi in un invitante mix di frutta secca, con le noci di montagna, e le mandorle amare, e le nocciole. E poi i fiori macerati, quelli nel pout-pourri con le scorze d'arancia essiccate e le spezie. E il tutto trova nell'acidità volatile incredibile slancio, e guai se non ci fosse.
E poi la bocca. Eccola, carnosa e insieme succosa. E il frutto appassito, l'uva passa. E ancora agrumi secchi. E fichi in confettura. Ed erbe officinali seccate al sole. E una lunghezza vellutata e sinuosa.
Bel vino, bellissimo, austeramente dolce, dolcemente aristocratico. Peccato non averne più, peccato non poterne bere una bottiglia fra dieci o fra vent'anni, quando sarà diventato uno strepitoso Amarone ammandorlato, come quelli che si facevano - un po' per caso - quand'ancora l'Amarone non era una moda.
Recioto della Valpolicella Classico Uvapassa 2004 Villabellini
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

2 aprile 2012

Oh, i Borgogna del 2009!

[Angelo Peretti]
Mi sento un po' come un traditore della patria, ma che volete farci, la tentazione era irresistibile. Sì, perché il Vinitaly sarà anche la fiera del vino italiano, ma io sono qui a dirvi di una memorabile degustazione di rossi che invece italici non sono, bensì francesi, o meglio, borgognoni. Sono stati infatti tra i pochi fortunati invitati a una sessione d'assaggio nel soppalco dello stand di Cuzziol, azienda distributrice di vini (e altre cose) d'eccellenza. E l'assaggio (io però in realtà me li sono bevuti: altro che sputare!) era di splendidi rossi di Borgogna del 2006.
A guidare il tasting per dieci, diconsi dieci ospiti, era Jean François Mouchonnat, uno che la Borgogna la conosce come le proprie tasche.E ci ha raccontato che quella del 2009 è stata un'annata "facilissima", calda e molto secca, e dunque con uve mature e sanissime. Talché i tannini sono anch'essi maturi e dolci, il che rende i vini, anche i più complessi, adattissimi anche all'immediata beva, oltre che ad un affinamento d'altri quattro o cinque anni (e qualcosa in più, per quelli maggiormente complessi). "Il 2009 è un'annata da bere" ha ribadito monsieur Mouchonnat. In più, il millesimo è stato tutt'altro che avaro in fatto di quantità d'uve, una delle vendemmie più ricche, quantitativamente, che si siano viste, e non è un male. Insomma: qualità e quantità, cosa volere di più?
Orbene, nel bicchiere ci siamo trovato sei rossi di Borgogna del 2009, tutti ovviamente distribuiti da Cuzziol, e adesso dico le mie impressioni.
Chassagne-Montrachet 1er Cru Budriotte 2009 Ramonet
Bellissimo colore. Tannino levigato. Frutto croccante, avvincente. Speziatissimo. Rosa appassita. Elegante.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Nuits-St. Georges 1er Cru Les Procés 2009 Duband
Lo stile di Duband non fa per me, e ne ho avuto conferma: questione di gusti. Tradizionale, rustico, affumicato.
Un faccino e quasi due :-)
Vosne-Romanée 1er Cru Les Chaumes 2009 Arnoux-Lachaux
Rubino, bello. Teso, affilato. Muscoloso ma non palestrato. Rose, viole. Frutto dolce. Cioccolato al latte. Fascinoso.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Morey Saint-Denis 1er Cru 2009 Dujac
Urca, che vino! Vino maschio. Tensione tannica. Fiori macerati, fruttino. Fumé. Austero e vitale. Elegantissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Chambolle-Musigny 1er Cru 2009 Confuron
Colore più carico. Ricchezza fruttata. Amarena stramatura che contrasta con un tannino quasi rude. Arancia bionda.
Due lieti faccini :-) :-)
Gevrey-Chambertin 1er Cru 2009 Dugat
Naso speziato. Poi, fiori appassiti, terra rossa. Grande complessità. Frutto e tannino in bell'equilibrio. Lunghissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

31 marzo 2012

Il miglior Vinitaly di sempre?

[Angelo Peretti]
Forse esagero, perché mica le ho viste tutte le quarantasei edizioni del Vinitaly, e certamente ce n'è stata qualcheduna di "eroica" in passato. Ma la fiera veronese del vino la frequento da una ventina d'anni, e questo per me è stato il miglior Vinitaly di sempre, se si considera che il "sempre" è riferito all'ultimo ventennio. Sissignori: stavolta è stata una fiera davvero. Una fiera dove si fanno affari, che è quel che conta. Il cambio di date, che anch'io avevo - per quel che conta, per quanto poco io conti - sollecitato, ha funzionato eccome. Gli operatori si son fatti vedere già dalla domenica, i ristoratori sono tornati in numeri abbondanti, tutte e quattro le giornate hanno visto ottimi afflussi, altro che gli anni scorsi, quando si lavorava il giovedì pomeriggio e il venerdì e poi era ressa da sagra strapaesana. Bene, ci voleva. Dunque, un grazie ai vertici di Veronafiere, che il "rischio" del cambiamento se lo sono accollato, e in particolare - permettetemelo - a Elena Amadini, la brand manager di Vinitaly, che allo spostamento di calendario ci ha fortemente creduto (di lei si parla poco e poco gradisce che se ne parli, ma nome e cognome io li voglio proprio fare, congratulandomi).
Certo, di cose da sistemare ce ne sono ancora, ma la scelta fondamentale è fatta, e dunque avanti.
Di cose da cambiare, e in fretta, ce ne sono almeno tre.
La prima è il disastro della telefonia e della connessione. Non deve più accadere quel che è successo, e cioè il black out pressoché totale per buona parte della fiera. Oggi quei marchingegni tecnologici che permettono di far tante cose nel palmo di una mano ce li hanno quasi tutti, e bisogna che li possano adoperare, sennò si perdono occasioni importanti.
Poi occorre una svolta nel servizio d'ordine: non è possibile che a fine giornata girino per i padiglioni piccole orde di ragazzotti ubriachi che urlano e sbevazzano a canna e crollano a terra fradici. Bisogna metterci rimedio: il loro schifosissimo comportamento mette a repentaglio gli investimenti di aziende, consorzi, istituzioni, offrendo ai visitatori - soprattutto stranieri - la peggior immagine del vino italiano.
Il terzo miglioramento dovrebbe riguardare la viabilità: troppi ingorghi per arrivare, ancora di più per uscire. Ma temo che su questo aspetto ci sia davvero poco da fare, considerato che la fiera è "dentro" la città, e dunque sarà necessario far ricorso alla pazienza anche in futuro.
Sarei dunque lieto che si risolvessero il primo e il secondo problema. Il primo penso sia facilmente risolvibile. Sul secondo mi affido a chi è ben più esperto di me in fatto di servizio d'ordine.
Intanto, archivio soddisfatto una gran bella - e sfiancante, meglio così - edizione del Vinitaly.

26 marzo 2012

I ghiaccioli agli esquimesi e i bicchieri agli osti

[Angelo Peretti] 
Ecco, so bene che bisogna inventarsele tutte per cercare di attrarre attenzione su un vino, un'azienda, una denominazione, un consorzio. Bisogna perfino fare le capriole, tant'è la concorrenza. Però a volte ci sono delle iniziative che francamente non capisco, e il limite è mio: intendo che se non le capisco è certamente colpa mia e solo mia.
Cito un caso tra i tanti. In uno dei millanta comunicati che ho ricevuto in questi giorni sul tema Vinitaly ho letto che il consorzio tal dei tali "per la promozione della denominazione, quest’anno ha come target l’ho.re.ca." Bene, e fin qui ho capito. Poi dice ancora: "Recentemente è stata avviata un’iniziativa che coinvolgerà i gestori di ristoranti, winebar e enoteche, e la manifestazione veronese rappresenta un momento importante di questo percorso". Urca, mi sono detto, notizia da approfondire, perché è sempre interessate capire come si faccia a "colpire" un segmento così articolato e "difficile" come quello degli hotel, della ristorazione e del catering, e il fatto che il lancio venga realizzato a casa mia, a Verona, mi permetterà, appunto, di approfondire.
Ho proseguito la lettura, ed ecco la soluzione: gli osti che già vendono il vino della tal denominazione, se passano allo stand del Vinitaly ritirano un coupon grazie al quale riceveranno in omaggio sei bicchieri. Gli si regalano sei bicchieri. Agli osti. A gente che di mestiere usa i bicchieri per vendere il vino e che di bicchieri ne ha a centinaia. Sei. E se il tavolo è da otto?
Ecco, io non capisco. Non credo che sarei capace di regalare i ghiaccioli agli esquimesi. Ma a chi ci prova auguro comunque tanta, tanta fortuna.

24 marzo 2012

Verona, istruzioni per enogastronomi fuori Vinitaly

[Angelo Peretti]
Ho visto qui è là sul web affiorare suggerimenti su cosa fare a Verona nel dopo Vinitaly. Insomma, dove andare a bere un bicchiere (eh, già: dopo aver assaggiato tutto il giorno, alla sera un paio di bei calici bevuti come si deve ci vogliono) o a mangiare un boccone. Be', da veronese qualche consiglio lo vorrei dare anch'io, o almeno provarci. Con un'avvertenza: i ristoranti e le osterie di Verona nei giorni (nelle sere) del Vinitaly hanno le densità abitativa delle spiagge della riviera adriatica a ferragosto, con tutto quel che ne consegue.
Vediamo cosa, in dieci mosse.
Un bicchiere di vino. Se si trova posto (anche in piedi), il mio punto di riferimento è l'osteria Monte Baldo, in via Rosa, a due passi da piazza delle Erbe. Ricordate che a Verona bere un bicchere di vino (un gòto, si dice qui) significa anche sbocconcellare qualcosa. Al Monte Baldo ci sono polpettine e bocconcini, perfetti per accompagnare il vino.
Le polpettine. Sono un must delle osterie di Verona. Di carne bovina (a volte equina). Obbligatorio accompagnarle al gòto (bicchiere, vedi sopra) di vino. Le migliori sono quelle dell'osteria Sottoriva, nell'omonimo vicolo, che da solo merita una visita. Aperitivo perfetto.
Il baccalà. Bisogna capirsi: a Verona si chiama baccalà lo stoccafisso: sappiatelo. Il baccalà (stoccafisso) veronese è fatto alla vicentina, ed è l'unica concessione alla vicentinità che i veronesi ammettano. Il migliore (degno di competere con i luoghi cult di Vicenza e provincia) lo trovate al ristorante Al Bersagliere, in via Dietro Pallone, a due passi da piazza Bra.
Il bollito misto. Eh, già: il bollito misto, il piatto d'eccellenza della "vecchia" tavola festiva veronese. Se volete cercarlo in un locale storico di Verona, in piazza San Zeno c'è il Calmiere. Vi consiglio tuttavia di farvi una ventina di minuti di macchina per andare Alla Pergola di Fagnano di Trevenzuolo, nella Bassa Veronese: bollito misto da sogno.
La pastisàda de cavàl. A Verona si mangia carne di cavallo. Il piatto della tradizione è la pastisàda: un umido di carne equina con vino e cipolla (parecchia). Piatto tosto: il giorno dopo non concilia le relazioni sociali (l'alito...). Se proprio volete osare: ristorante dell'albergo Borghetti, nella frazione di Parona, con una notevole scelta di rossi valpolicellesi a bicchiere.
il pesce (di mare). Dico: pesce di mare. Il mare non bagna Verona. Per chi non sapesse rinunciare al sapore del mare suggerisco a botta sicura la trattoria I Masenini, in piazzetta Pescheria. Il locale è di Elia Rizzo, il patron dello stellato Desco. I prezzi qui sono "umani" (è pur sempre mare) e la qualità è davvero notevole.
Il pesce (di lago). Sul Garda si pesca. Inutile cercare pesce di lago in città: bisogna andare sul Garda, e anche qui non è facile trovarlo. Suggerimento d'obbligo il ristorante Alla Fassa di Castelletto di Brenzone (un'ora abbondante da Verona), proprio in riva al lago: da non perdere il fritto misto lacustre. I tempi di servizio sono slow.
Il risotto. Nel Veronese si coltiva il riso. Il vialone nano veronese, che ha il marchio igp. Inutile cercare un risotto in città. Venti minuti e si arriva a Isola della Scala, patria del vialone. Nella piazza del paese c'è la Risotteria Melotti. I Melotti sono produttori di riso. Si mangia solo riso (sono di riso anche il pane, i grissini, la birra e il caffè; il vino è fatto con l'uva).
Le lasagnette. Altro piatto di rito della tradizione scaligera: le lasagnette. Si condiscono col pomodoro o col ragù o con tutti e due, serviti comunque a parte. Meglio andar fuori città anche in questo caso. Si va a Torbe, frazione d'alta collina di Negrar, cuore della Valpolicella Classica: trattoria Caprini, accanto alla chiesa.
I tortellini. I tortellini si mangiano a Valeggio sul Mincio, tre quarti d'ora da Verona. Sono piccoli, sottilissimi. Si servono con burro e salvia. A Valeggio ci sono tanti e tanti ristoranti che li fanno, e sono quasi sempre eccellenti. Il riferimento storico è il ristorante Alla Borsa.

23 marzo 2012

Al Vinitaly in elicottero?

Angelo Peretti
Se siete dei frequentatori abituali del Vinitaly vi sarete accorti che davanti alla fiera c'è un gran via vai di elicotteri. Arrivano nel parcheggio che sta dall'altra parte del vialone, e sollevano un gran polverone. Ebbene, sappiate che, se proprio volete togliervi lo sfizio, gli elicotteri si possono noleggiare. Lo si legge sul sito del Vinitaly: "Servizio elicotteri. C’è la possibilità di usufruire del trasporto in elicottero da e per aeroporti ed aziende. Per informazioni telefonare a 045 8600910. La piazzola di atterraggio è nel parcheggio P3 ex Mercato". Accidenti, che figata! Oddìo, temo costi una paccata di quattrini (paccata va di moda di questi tempi), ma volete mettere?
Credo sia interessante riportare anche qualche altra nota "viabilistica" a proposito del Vinitaly.
Per i più "umani" che si muovono in macchina, il sito del Vinitaly dice che si possono avere informazioni via blackbarry e palmare, "grazie al nuovo servizio realizzato da Vinitaly disponibile all’indirizzo http://mobile.vinitaly.it in collegamento con VeronaMobile del Comune di Verona (disponibile su http://213.171.97.105/, http://www.twitter.com/veronamobile, http://www.facebook.com/veronamobile, con un nuovo servizio sms per comunicazioni d’emergenza)".
Sappiate che ci sono sette parcheggi, ma non azzardatevi a posteggiare in zone col cartello del divieto: le multe fioccano come la neve a Natale, e mi riferisco a quei giorni di Natale in cui nevica di brutto. Ci sono anche le zone a disco orario: un'ora di sosta, ma se sgarrate arriva il carro attrezzi.
Soprattutto - ricordatelo! - ci sono dei comodissimi bus navetta gratuiti che collegano il quartiere fieristico alla città e ai parcheggi scambiatori.
Se vi muovete in treno, c'è una biglietteria di Trenitalia presso il Centroservizi Arena, tra i padiglioni 6 e 7.
Se invece avete prenotato il volo in aereo, il sito del Vinitaly dice che c'è un servizio web check-in in collaborazione con l’aeroporto di Verona Villafranca (solo per passeggeri con bagaglio a mano): è al Centroservizi delle Erbe, fra i padiglioni 4 e 5, e c'è anche un servizio navetta fiera.aeroporto.
Mi pare tutto.

21 marzo 2012

Il Vinitaly che vorrei

Angelo Peretti
E così torna Vinitaly. Da domenica 25 a mercoledì 28 marzo, e questa è la novità da mettere alla prova. Basta con la vecchia formula dal giovedì al lunedì. Stavolta c'è un giorno di meno e si comincia di domenica per finire il mercoledì, appunto. Incrocio le dita e spero vada tutto bene, anche perché qualche piccola corresponsabilità nell'aver indotto la riflessione in favore del cambiamento ce l'ho anch'io. Mi dispiacerebbe se non funzionasse, parecchio.
Dal lato dell'adesione delle aziende, mi pare che le cose siano andate come al solito: tutto completo. Con una novità addirittura, il salone di quei vini che in giro si usa chiamare "naturali", e la definizione non mi piace per niente: i biologici e i biodinamici, insomma.
I visitatori probabilmente caleranno, perché c'è un giorno in meno, e manca soprattutto il sabato, che dal pomeriggio vedeva l'afflusso delle masse al pari della domenica, ma non è un problema: alla fin fine, Vinitaly avrebbe sempre dovuto essere una fiera per gli operatori, e gli espositori sarebbero lì per fare affari, mica per allestire, a spese loro, un grande wine bar per gente che vuol solo bere.
Il bagno di folla potrebbe ripetersi quest'anno la domenica, ma, pagato il tributo, gli espositori avranno tre giorni pieni per concentrarsi sul business (prima ne avevano di fatto solo due: il giovedì pomeriggio, tutto il venerdì e poi il sabato mattina, perché la mattina del giovedì era "coperta" dalle varie inaugurazioni, il sabato pomeriggio e la domenica c'era l'assalto della massa, il lunedì si sbaraccava). Spero lo capiscano soprattutto i ristoratori, che non mi pare abbiano frequentato granché il Vinitaly negli ultimi anni. Spero anche che, oltre ai ristoratori, i tre giorni feriali portino tutte le varie categorie dei compratori professionali. La sfida è questa, e il mondo del vino ha bisogno di vincerla.
Poi vedremo: i conti si faranno a salone chiuso. Però già da ora, e dunque in tempi non sospetti, dico qual è il Vinitaly che vorrei, quello che sogno per il futuro. Ed è un Vinitaly che sappia ancora meglio mettere in luce le aree tematiche o geografiche del vino. Una fiera nella quale il visitatore sappia esattamente che cosa trova nei vari padiglioni. Una fiera in cui non si perda tempo alla ricerca di questo o quel tipo di vino, dove si possa girare a botta sicura. Certo, già oggi c'è una qualche divisione per regioni, ma non sempre è così, e anche dentro agli spazi regionali non c'è completa chiarezza. Eppoi ci sarebbero le aree che non sono per forza "regionali" in senso amministrativo, com'è per esempio il "mio" lago di Garda. Posso dire che mi piacerebbe un padiglione dei vini del Garda? Ancora: vediamo come va (e secondo me va) il salone dei vini bio-qualcosa, ma vedrei volentieri anche un padiglione dedicato, per esempio, alla Federazione italiana dei vignaioli indipendenti, magari insieme ai rappresentanti dei vigneron indépendant francesi. Insomma: un Vinitaly che faccia riflettere sui "mondi" del vino, e che già dalla suddivisione dei padiglioni e delle aree interne ai padiglioni sappia "raccontare" con precisione la multiforme realtà del vino italiano. Un racconto che potrebbe rappresentare un plusvalore. Ma forse è troppo presto per parlarne.

19 marzo 2012

Dieci Sauvignon della Loira

Angelo Peretti
Chi mi conosce, sa che non sono un bevitore dei Sauvignon di casa nostra: troppo verdi, troppo segnati da quell'odore di piì di gatto che a me disturba e tanto. E se non sono così, allora sono troppo densi e alcolici. Insomma, di solito non fanno per me, salvo rarissime eccezioni.
Chi mi conosce sa che invece adoro bere i Sauvignon Blanc della Loira, con quella loro strepitosa freschezza e quel fiore e quel frutto succoso.
Orbene, sabato scorso con un manipolo di amici di Sauvignon della Loira ne ho aperti una decina, trovando qualche sorpresa (un inaspettato, economico Touraine, "firmato" da un grande nome della zona) e delle conferme (Pelle, per esempio, che ormai bevo con soddisfazione da cinque anni, oppure Chateau de Tracy, che ogni volta mi sorprende per come sappia sempre proporre vini di grande eleganza e insieme di fantastica beva).
Ecco qui sotto com'è andata, con un elenco "in ordine di apparizione" sulla mia tavola. Alla fine della descrizione, succinta, del vino, c'è il prezzo in euro che ho pagato acquistandolo on line.
Jardin de La France Le Petit Bourgeois 2010 Henri Bourgeois
L’avrei detto un (buon) altoatesino. Quella nota verde e terpenica non è ciò che cerco. (10,30 euro)
Un faccino :-)
Quincy 2010 Jean-Michel Sorbe
Teso, secco. Polpa e sostanza. Alla lunga concede accenni piacevoli di erbe. Elegante. (12,50)
Due lieti faccini :-) :-)
Menetou-Salon Morogues 2010 Henry Pelle
Il solito gioiellino. Salmastro, iodato, floreale, succoso di frutto bianco. Una certezza. (15,10)
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Sancerre Le Tournebride 2010 Vincent Gaudry
Pompelmo, litchie, ma anche tanta – troppa – morbidezza. Non fa per me. (17,50)
Un faccino :-)
Sancerre La Moussiere 2010 Alphonse Mellot
Un fuoriclasse. Floreale, elegantissimo. Salato, tesissimo. Da strabere. (19,60)
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Jardin de La France Mmm Sauvignon 2009 Fournier Pere et Fils
Era meglio appena uscito. O forse questa era una bottiglia sfortunata. (9,10)
Niente faccini
Sancerre Cuvee Silex 2008 Fournier Pere et Fils
Frutto giallo e pietra focaia e sale: gli serve ancora tanta bottiglia. Lunghissimo. (23,10)
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Touraine Sauvignon Les 2 Pentes 2009 Vincent Careme
Grande rapporto qualità-prezzo. Bacca di gelso bianco, pera. Tracce gessose. (8,00)
Due lieti faccini :-) :-)
Pouilly-Fumé 2008 Chateau de Tracy
La solita straordinaria grazia dei vini di Tracy. Fiori, frutti, sale, lunghezza infinita. (17,90)
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Pouilly-Fumé Blanc Fumé de Pouilly 2008 Didier Dagueneau
Giovane, tanto giovane. Frutto denso, ampio. Sale. Occorre attenderlo ancora. (43,50)
Due lieti faccini :-) :-)

15 marzo 2012

Un Friulano, per favore

Angelo Peretti
Non sono mai stato e temo che difficilmente sarò un grande estimatore del Tocai. Pardon, del Friulano, perché Tocai è vietato da qualche anno in ossequio alle istanze ungheresi fatte proprie dall'Unione europea. Non è nelle mie corde sostanzialmente per tre motivi. Li dico in ordine sparso. Perché mi piacciono i bianchi longevi e il Tocai non le è (salvo eccezioni, ma sono, appunto, eccezioni). Perché in Friuli i bianchi sono un po' troppo alcolici. Perché il Tocai ha (quasi) sempre quella nota amara che non appartiene alla mia maniera di "sentire" il vino.
Qualche sera ha ho potuto assaggiarne alcuni, di Tocai del Friuli. Confermo: non sono vini che fanno per me, anche se qualcheduno l'ho trovato piuttosto interessante, e di certo mi sento di consigliarlo a chi voglia avvicinare il vitigno e il vino.
Collio Friulano 2010 Gianluca Anzelin
Ruspante. Ha la mandorla in bell'evidenza, e poi la noce e anche gli agrumi e la cannella. Bello, diretto, quasi sfacciato. La vena amara ammandorlata c'è, sul fondo, ma è compensata da intriganti, fascinose note saline. Pian piano, nel bicchiere, ecco poi la pesca gialla, perfino sciroppata.
Tre leti faccini :-) :-) :-)
Colli Orientali del Friuli Friulano Vigneto Storico 2010 Adriano Gigante
Ecco, la mandorla compare da subito all'olfatto. In bocca freschezza, ed è soprattutto questo il carattere che convince ed avvince, dando beva. Ancora tipicissima mandorla, ovviamente. E tanta frutta, gialla e bianca, e fiori essiccati e cenni perfino di zafferano, eleganti.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Colli Orientali del Friuli Friulano 2010 La Viarte
Scarico nel colore. Al naso è elegantemente floreale: fiorio bianchi, freschi ed essiccati. Fine. Sottile. La bocca invece, come per contrasto, è più ruvida, tesa, nervosa, a tratti lievemente salina. Un vino essenziale, quasi stilizzato, disegnato con la matita sulla carta.
Due lieti faccini :-) :-)

12 marzo 2012

Colacino, rossi di Calabria

Angelo Peretti
La doc Savuto non è tra le più note d’Italia. Si fa in Calabria, tra Cosenza e Catanzaro. Ha il bianco, il rosato, il rosso, anche superiore. Di rosso ne ho potute assaggiare due bottiglie, entrambe di Colacino, azienda di Marzi, nel Cosentino.
Ecco, questo vino ho fatto fatica a capirlo. Parlo del Savuto “base” (ma non è un “base”, essendo un cru aziendale, e dunque scrivo “base” per distinguerlo dal Savuto Superiore). Giusto per dire: pensavo avesse fatto legno e invece vedo che nella scheda aziendale si dice che fa solo acciaio. E in più è scritto che non fa la malolattica. Niente legno, niente malolattica: e allora quella morbidezza? Oh, santo cielo: prendo atto che non ci ho capito un’acca. E ammetto che mi toccherà pensarla a fondo la “nuova” Calabria del vino, di cui quest’azienda è piena espressione, ancorché abbia radici profonde, tant’è che anche Mario Soldati ne parlava raccontando delle sue peregrinazioni alla ricerca del vino italiano.
Ecco, tornando al Savuto e alla sua - per me - difficoltà di lettura, allora penso che magari è questione di cuvée, e mi tocca dare ragione ai sostenitori dei tagli di vasca tra vini che vengono da vitigni diversi, perché, dicono, una varietà offre equilibrio all’altra e il mix diventa piacevole. Qui dentro di uve ce n’è parecchie e il sito internet dell’azienda mi dice che sono: arvino (che se non sbaglio sarebbe il gaglioppo), greco nero, magliocco canino, nerello cappuccio, malvasia bianca, pecorello, e cioè, se non capisco male, sia bianche che rosse, e dunque l’equilibrio morbidoso potrebbe venire da lì. Poi, c’è mano enologica.
Savuto Vigna Colle Barabba 2010 Colacino
Colore rosso-violaceo ma non prepotente, naso fruttatissimo e speziato, bocca morbida (parecchio), col frutto rosso maturo (molto maturo) e perfino vanigliata, in parte compensata dal tannino e dalla freschezza. Mi piacerebbe un po’ di grinta in più, che ne rafforzi la beva e compensi quella pronunciata morbidezza, sennò sembra che “internazionalizzi”. Regge (e non cambia impronta) a bottiglia aperta.
Un faccino e quasi due :-)
Savuto Superiore Britto 2008 Colacino
Invece questo fa la malolattica e anche la barrique, ma il legno non s'avverte. È una specie di fratello maggiore (stesse varietà, altro cru). Due vendemmie in più, ma quasi non ci si accorge della differenza d’età. Giovanile, ha impronta morbidosa, peraltro più compensata dalla presenza di tabacco da pipa e di spezia dolce. Il frutto rotola a lungo nel palato. Dopo mezza giornata migliora: il tempo gli fa bene.
Due faccini :-) :-)
Calabria Amanzio 2010 Colacino
Altro rosso, un igt calabro, da uve di magliocco canino. Niente legno, niente malolattica. Ma questo è più "difficile" e di rude beva. Rude per quel tannino vibrante e la vena di liquirizia che resta in bocca a lungo, e d'indomita freschezza, e un bicchiere tira l’altro. Sul fondo, la morbidezza fruttata dei rossi del Sud, ma qui la vena graffiante che mi aspetto c’è tutta, e devo dire che mi piace
Due lieti faccini :-) :-)

9 marzo 2012

Il gelsomino invernale e i bianchi da vasca

Angelo Peretti
Dalle mie parti, in riva al lago di Garda, in febbraio o ai primi di marzo, l'annuncio che la stagione fredda è lì per finire lo danno i gruppi di ciclisti che intasano la strada nel fine settimana e il fiorire del gelsomino invernale lungo i terrapieni e i muri di cinta delle ville signorili Ne godo, guidando, la visione del luminoso giallo quando non devo prestare attenzione a schivare le lunghe teorie
indisciplinate delle biciclette.
Mi piace il gelsomino invernale. Non puoi portarlo in casa: i fiori sono fragili, e ti cadono al minimo scotimento del virgulto. Però quel fiorire nei giorni ancora freddi è un annuncio della primavera imminente. Segno di speranza. Mi ricordano questo fiore semplice e profetico i bianchi che assaggio dalla vasca nelle cantine durante le rigide giornate d'inverno. Ricordano il sole dell'estate lontana, promettono il sole dell'estate che verrà.

6 marzo 2012

Franciacorta: verso una riduzione delle rese?

Angelo Peretti
Giovanni Arcari dei Franciacorta se n'intende. Perché li fa, ovvero aiuta altri a farli. Ha anche un blog, che si chiama TerraUomoCielo, e qualche giorno fa ha pubblicato un post titolato: "Abbassare le rese per evitare l’esubero di uva non è la risposta giusta". Dice Giovanni: "Il caso che porto all’attenzione riguarda la Franciacorta, ma dubito sia diverso da quello di altri territori. Si paventa che per la prossima vendemmia ci sarà un esubero di uva che non sarà ritirata dai soliti, causa crisi globale". Ora, non so se quest'informazione si trasformerà poi in verità dei fatti, perché ovviamente siamo ben lontani dalla vendemmia. Però se anche nella felice Franciacorta si comincia a parlare di esuberi e giacenze...
Il problema è quello indicato da Arcari: "Un eccesso di uva sul mercato porta inevitabilmente all’inflazionarsi del valore della stessa, con un conseguente abbassamento dei prezzi". Spesse volte, per non dire quasi sempre, in casi come questo, gli enti consortili adottano la stessa politica: "riduzione della produzione per ettaro". Ma è una scelta che Arcari definisce "una politica arcaica", perché alla fine "a pagare il prezzo della crisi è soltanto chi coltiva l’uva e non chi la acquista". E dunque propone un'alternativa: "Sostengo sia più opportuno - scrive - ridurre la resa in vino (e non quella in uva), in altre parole pressare meno. Se fino a ieri si ottenevano 65 ettolitri per ettaro, da domani (per fare un esempio senza calcolo) se ne potranno ottenere 55". Le sue motivazioni preferisco le leggiate direttamente sul suo blog. Dico solo che effettivamente pressando meno, il vino con le bolle viene più buono.
Al di là della Franciacorta e dell'ipotesi ventilata, la questione è davvero argomento quotidiano in molte aree vinicole italiane. Per questo mi sono permesso di dire la mia tra i commenti del post. E vorrei riportare una parte del mio pensiero. Ho scritto così: "Quello che credo debba essere tenuto presente - non dai singoli produttori, o meglio, non solo da loro, bensì dall’ente consortile - è che per regolare la domanda e l’offerta si può operare sull’una o sull’altra. Quasi sempre, in caso di difficoltà, i consorzi decidono di agire sull’offerta, riducendola per sostenere il prezzo, attraverso declassamenti o riduzioni delle rese. Io ritengo sia invece necessario agire prioritariamente sulla domanda, ampliandola attraverso opportune azioni di promozione, di informazione, di comunicazione, di marketing, secondo precise linee di pianificazione strategica. Nel primo caso pagano soprattutto i piccoli, nell’altro prevalentemente i grandi, attraverso maggiori costi associativi, sapendo peraltro che l’ampliamento della domanda premierà nel divenire soprattutto chi dispone di massa critica. Si tratta di fare delle scelte".
Ecco, salvo casi d'emergenza assoluta, è questa l'idea di gestione nella quale credo. Magari mi sbaglio, ma la penso così, e propendo per scelte strutturali, non congiunturali.

5 marzo 2012

Champagne: e poi ci illudiamo di superarlo

Angelo Peretti.
Ogni tanto mi capita di leggere qui e là dichiarazioni in stile "lo spumante supera lo Champagne", oppure "il Prosecco supera lo Champagne". Affermazioni che immediatamente rubrico nella categoria "ma chi se ne frega". Per chi invece fosse tentato dall'orgoglio autarchico e applaudisse agli annunci di sorpasso, riporto qui di seguito alcuni dei dati che ho letto in un comunicato dell'efficiente Centro Informazioni Champagne, che rappresenta in Italia il Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne (in sigla Civc).
Ebbene, si esordisce scrivendo così: "Nel 2011 le spedizioni registrano una crescita superiore al 7% a valore, ossia 4,4 miliardi di euro, pari a un volume di 323 milioni di bottiglie". Ora, prendendo il telefonino e accedendo alla funzione calcolatrice, non è difficile rendersi conto che quelle bottiglie sono state piazzate ad un prezzo medio di 13,6 euro. Dico: 13,6 euro alla bottiglia. Che non mi pare corrisponda al prezzo meglio degli "spumanti" italici e men che meno del Prosecco da export. Il che è sufficiente per chiudere qualunque argomentazione sotto un silenzio tombale.
Per la cronaca, e per la curiosità di chi è attento a queste statistiche, riporto anche il resto del comunicato champagnista. Si dice: "I maggiori incrementi sono realizzati in mercati lontani. Gli Stati Uniti raggiungono 19,4 milioni di bottiglie (+14,4%) e il Giappone 7,9 milioni di bottiglie (+6,7%). L’Australia si distingue sfiorando una crescita del 32% (4,9 milioni di bottiglie). Le vendite destinate all'Unione Europea (Francia esclusa) crescono del 2,1%, trainate dalla Germania (14,2 milioni di bottiglie, +8,5%), il Belgio (9,5 milioni di bottiglie, +8,5%), l’Italia (7,6 milioni di bottiglie, +6,3%) e Svezia, che fa il suo ingresso tra i primi dieci mercati all’export (2,4 milioni di bottiglie, +6,6% ). Il mercato francese è in lieve flessione rispetto allo scorso anno (-1,9%) a causa di una tassazione delle vendite nel corso degli ultimi mesi dell’anno. I paesi emergenti confermano il loro ruolo di volàno della crescita. La Russia cresce del 24% con 1,3 milioni di bottiglie, il Brasile del 7% e supera il milione di bottiglie. Numerosi paesi dell’Asia stanno conoscendo crescite sostenute: Singapore (+20%, 1,5 milioni di bottiglie), Hong Kong (+15%, 1,4 milioni di bottiglie), Cina (+19%, 1,3 milioni bottiglie), Corea del Sud (+31%, 481.000 bottiglie), India (+58%, 290.000 bottiglie), Malesia (+44%, 266 000 bottiglie). Gli Emirati Arabi Uniti confermano un forte potenziale con poco meno di 1,4 milioni di bottiglie (+18%) ossia quasi cinque volte in più rispetto a dieci anni fa. Da segnalare infine alcuni altri paesi, quali il Messico (800.700 bottiglie, +18%), la Nigeria (688.000 bottiglie, +16%), il Sud Africa (443.000 bottiglie, +15%), la Nuova Zelanda (335.000 bottiglie, +19%) e l’Argentina, che raddoppia i sui volumi (126.000 bottiglie)".
Aggiungo solo che temo di aver dato un qualche contributo alle vendite sul mercato italiano, ma non me la sento di verificare, estratto conto della carta di credito alla mano, se il mio incremento negli acquisti sia pari al 6,3%, in media con quello italiano. Potrei accorgermi di essere oltre...

2 marzo 2012

L'infinita bellezza del nebbiolo

Angelo Peretti
Ieri sera ho bevuto nebbioli. Mi piace un sacco il nebbiolo, e non vedo come potrebbe essere altrimenti, visto che è il vitigno più importante che abbiamo in terra italica. So che al mondo tutto è opinabile, e dunque anche la mia precedente affermazione lo è. Ma sì, per me non c'è vitigno che possa stargli al passo. In Italia.
Ero con Massimo Zanichelli, della guida de L'Espresso, e con una ventina di produttori del "mio" Bardolino. L'idea era quella di farsi una qualche opinione di come un vitigno si adatti alle diverse situazioni ambientali e faccia da strumento alle differenti culture enologiche. Non so se il messaggio sia passato, ma so che ho bevuto bene, e già questo è un bel risultato.
Qui di seguito le mie impressioni sui vini, sette, tutti nati da uve di nebbiolo. Impressioni buttate giù di getto mentre bevevo. Appunti. In ordine di apparizione.
Barbaresco Paiorè 2008 Rizzi
Snellezza, succosità, florealità. Soprattutto florealità. Più elegante che ricco, viva l'eleganza. Equilibrio acidità-tannino. Tannino sottile. Dopo un'ora, origano, erbe officinali. Buonissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Su Vini d'Italia de L'Espresso ha 18,5/20
Valle d'Aosta Donnas Napoleon 2007 Caves Cooperatives de Donnas
Rusticità. Si concede con lentezza. Tabacco, spezia, pellame. Roccioso e salato. Montanaro. Occorre avere pazienza e aspettarlo nel bicchiere. Ha un bel futuro davanti a sé.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Su Vini d'Italia de L'Espresso ha 18/20
Barolo Rocche dell'Annunziata 2007 Aurelio Settimo
Appena avuto nel bicchiere mi son detto: "Ne compro un bancale". Elegante, nobile. Floreale. Lungo, bevibilissimo. E poi humus, terra nera, terroso in tutto e per tutto. Erbe alpestri.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Su Vini d'Italia de L'Espresso ha 18/20
Gattinara Osso San Grato 2007 Antoniolo
Subito è cioccolato al latte. E poi ecco la cenere e il sale. E tante vole, e petali di rosa essiccati. Avanza in progressione. Giovanissimo, ti chiede la pazienza di aspettarlo.
Due lieti faccini :-) :-)
Su Vini d'Italia de L'Espresso ha 18,5/20
Barbaresco Asili 2006 Roagna
Quando scrivo dei vini che bevo indico la piacevolezza in una scala da uno a tre faccini. Qui ci vorrebbe il quarto, ed è tutto dire. Elegantissimo, complesso, infinito. La finezza.
Tre lieti faccini perché non ne ho di più :-) :-) :-)
Su Vini d'Italia de L'Espresso ha 20/20
Barolo Riserva Gramolere 2005 Giovanni Manzone
D'immediato ferra, china, rabarbaro, tannino rustico, giovinezza. Vino "maschio", a tratti cupo. Grande carattere. Si apre con lentezza e ti dice che avrà un futuro radioso.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Su Vini d'Italia de L'Espresso ha 18,5/20
Valtellina Superiore Grumello Riserva Buon Consiglio 2001 Ar.Pe.Pe.
Letto bene: 2001, ed è appena uscito. Che complessità, che personalità! Wow! Minerale, ferroso. Terra di bosco, sentori di sottobosco. Tartufo. Vena affumicata. Fiori macerati.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Su Vini d'Italia de L'Espresso ha 19,5/20

23 febbraio 2012

Riscoprire l'aceto?

Angelo Peretti
Tra le tante sorprese che ho incontrato a Identità Golose, la grande kermesse voluta da Paolo Marchi a Milano, ci sono stati anche gli Amici Acidi. Detto così sembra quasi il nome di una qualche band musicale dedita al vintage psichedelico stile anni Settanta, ma in realtà di tratta di un'associazione di cinque artigiani produttori d'aceto. Che si sono messi insieme per difendere la tradizione. Ed erano appunto a MIlano coi loro aceti.
Gli Amici Acidi sono Sirk, Acetaia Sangiacomo, Mieli Thun, Pojer e Sandri, Baron Widmann. Il Mario Pojer, che oltre che vignaioli e distillatore è anche, appunto, acetificatore, mi ha dato un doppio foglio: sul primo ha scritto della storia dell'aceto, sull'altro l'attualità. La storia la lascio stare e mi soffermo invece sulle cose d'oggi. Partendo dal boom dell'aceto balsamico. Che non è quello tradizionale di Modena o di Reggio Emilia, i quali "sono prodotti unici, ottenuti con tanti anni d'attesa". Ma - uso le parole di Mario - "nulla hanno a che vedere con la varianti proposte sugli scaffali dei supermercati, che di fatto non sono niente di più che aceti al caramello industriali". E questo "aceto al caramello" Pojer lo definisce "un prodotto semplice ma che incontra il gusto del consumatore sempre più deviato verso il dolce e il saporito (glutammato di sodio)".
Così oggi l'aceto tradizionale "è schiacciato da questo mondo idustriale" e "in quasi tutti i ristoranti, dall'agritur alla pizzeria al ristorante stellato, alla richiesta di un aceto, immancabilmente sul tavolo arriva il balsamico al caramello". Perché, dice sempre Pojer, "è stato industrializzato e codificato il gusto, abbiamo dimenticato gli aceti di una volta, magari di produzione famigliare artigianale, dalle mille sfumature, legate a vitigni e territori diversi".
Dunque: "Torniamo all'aceto, quello vero, quello 'dimenticato'".
Una rivoluzione acida. Interessante.

20 febbraio 2012

Le foglie secche del vino

Angelo Peretti
Non è facile leggere i filosofi. Hanno quei loro ragionamento così profondi che costa un sacco di fatica a cercare di capirli, e dopo non sei neanche sicuro di averli capiti. Però resto a bocc'aperta davanti ai ragionamenti dei filosofi: ne sanno di cose, oh, se ne sanno. Così a volte basta comprenderne un pezzetto dei loro ragionamenti, ed ecco che ti si aprono prospettive nuove.
Ci pensavo leggendo - tentando di leggere - sabato scorso il lungo articolo di Emanuele Severino, che è filosofo, appunto, sulle pagine della cultura del Corriere della Sera. Titolo (impegnativo): "La decadenza del capitalismo ridotto come una foglia secca" (il titolo è cliccabile: se volete, potete andare a leggervi l'intero scritto on line). E sotto: "Vorrebbe dominare il mondo ma è sottomesso alla tecnica". Bene, questa è la chiave di volta del pensiero espresso da Severino.
Nel testo, il filosofo dice a un certo punto: "Chi è estimatore di ciò che serve alla sopravvivenza del capitalismo - o delle altre grandi forze del vecchio mondo - e agisce sulla base di quelle diagnosi è il servitore di un cadavere. Il che non esclude che le sue azioni possano essere utili, e perfino molto utili, a imbalsamare le foglie secche, tenendole attaccate ai rami ancora per un po', e perfino per un bel po' - ma in tal modo ritardando la trasformazione a cui il mondo è destinato".
Ecco, questa stessa frase la potrei dire dell'agroalimentare, e in particolare - ma non solo - del vino. Sto leggendo e sentendo tante cose sull'attualità e sul futuro del vino. Per lo più utili nel breve se non nel brevissimo periodo. Toppe messe sul copertone forato. Ma mi pare che non si colga o non si voglia cogliere il cambiamento in atto. Si continua ad agire sulla scorta di logiche che appartengono ad un mondo che non c'è più, o che si appresta a non esserci. Tutto è cambiato, o quanto meno sta cambiando: occorre che le diagnosi partano da qui, non sull'inutile tentativo di conservare quanto non è più o si appresta a non esserlo. Bisogna prenderne atto. Altrimenti si agisce come degli imbalsamatori di cadaveri.
Coraggio.

13 febbraio 2012

Traminer

Angelo Peretti
Adesso non facciamone una questione ideologica, ché sennò ci sarebbe da star qui a discutere per ore e giorni e mesi su quali siano i vitigni su cui investire nel Trentino e del perché e del percome si faccia una caterva di pinot grigio e poi, vigne da bolle a parte, si facciano tanti vini con tante uve diverse e in quantità talora microscopiche e insomma ci sarebbe da spaccarsi la testa per capire il perché di questa frammentazione che probabilmente non fa bene a nessuno o forse fa bene ai piccolini che trovano un loro spazio autonomo, chissà. Non lo so e per adesso non lo voglio sapere. Ordunque, non stiamo a discutere del perché i Torelli a Maso Bastie, a Volano insomma, due passi da Rovereto, Trentino, abbiano deciso di piantarci il traminer. Probabilmente lo hanno fatto perché gli andava di farlo o chissà per quale altro motivo, punto e basta.
E invece punto e basta manco per niente, perché il Traminer che fanno a Maso Bastie, qualunque sia il motivo per cui lo fanno, è proprio buono. Caspita se è buono!
L'ho provato alla rassegna dei Vignaioli del Trentino, in agosto, a Riva del Garda. E devo confessare che ho fatto la finta di niente e dopo il primo assaggio (mica sputato) sono passato a fare il secondo (mica sputato neanche stavolta).
Be', un bianco spettacolare, elegantissimo nella sua precisa linea aromatica che sembra incisa col bulino.
Eppure in teoria 'sto vino avrebbe tutto per non piacermi: è aromatico, appunto, e non amo granché l'aromaticità, è grassoccio, e non mi piacciono i bianchi polposi, e insomma teoricamente è quello che non cerco io da un bianco, che voglio invece, come ho detto una volta, affilato. E invece questo qui ecco che ti avvolge, ti intriga, ti avvince con un carattere di quelli tosti, e c'è tensione e c'è una gran persistenza del frutto. Bel vino, accidenti.
Trentino Traminer Aromatico 2008 Maso Bastie
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

11 febbraio 2012

Enogastronomicamente comunicando

Angelo Peretti
È passato qualche po' di tempo (qualche anno) da quando uscì un libro che ho letto e riletto, sfogliato e risfogliato. S'intitola "La comunicazione del food & beverage" ed è di Fabio Piccoli, collega veronese. Un manuale perfetto per chi voglia occuparsi, appunto, di comunicazione e anche di marketing nei settori del vino e dell'agroalimentare in genere. Confesso che gli ho rubato parechie idee. E hanno funzionato.
Molte delle cose che ci sono su quel libro le ritengo tuttora attualissime, ma evidentemente Fabio non la pensa così, visto che da poco è in libreria con un nuovo volumetto, e nelle "avvertenza per la lettura" dice così: "Ho deciso dopo quattro anni di riscrivere il mio manuale 'Comunicazione nel food and beverage" perché lo ritengo superato. Sì, inutile girarci tanto intorno. Avrei potuto cavarmela con qualche piccola correzione ma non sarei rimasto soddisfatto. In quattro anni sono cambiate talmente tante cose che ripercorrere, pur correggendolo, un percorso già fatto, mi sembrava cosa inutile e, per certi aspetti, anche pericolosa".
Il nuovo manuale s'intitola "Enogastronomicamente comunicando" - sottotitolo "L'identità nel food & beverage" - ed è pubblicato dalle Edizioni Le Foglie del Gelso della società Ethica.
Per la riscrittura, Fabio Piccoli ha affiancato il proprio sapere a quello di Lavinia Furlani, che fa il mestiere della "consulente filosofica", occupandosi di comunicazione e formazione. L'ipotesi di base su cui hanno lavorato è che "non c'è momento migliore della crisi per accettare la sfida del cambiamento". E questa sfida la si può accettare mettendosi nella dimensione - cito - di un "ritorno all'uomo 'multidisciplinaare' in antitesi, o meglio in sostituzione, finalmente, all'uomo 'specializzato'", tesi che con me sfonda una porta aperta, avendo personalmente cercato sempre di avere come mia personale "specializzazione" la più ampia "despecializzazione" che mi era possibile, o meglio, se vogliamo, la "multidisciplinarità", che è però termine orrendo.
Magari sul nuovo libro mi capiterà di tornarci dopo averlo letto per bene e averci riflettuto, però per il momento mi corre il piacevole obbligo di un ringraziamento. Perché fra le "case history" citate nel volumetto c'è anche questo mio InternetGourmet. Si legge: "Un caso particolarmente interessante è quello rappresentato da InternetGourmet.it, il web magazine diretto dal giornalista veronese Angelo Peretti". E più avanti si spiega che "è un giornale online dove più che l'informazione emerge il giudizio, il commento del giornalista" e che "in questo caso, pertanto, quello che prevale è l'autorevolezza, l'influenza del direttore della testata che assume un ruolo di opinion leader". Troppa grazia.

6 febbraio 2012

In ricordo di Giorgio Bargioni

Angelo Peretti
Ne scrivo solo oggi, giorno dei funerali. La notizia l'ho letta venerdì sulle pagine de L'Arena, il quotidiano di Verona. È morto Giorgio Bargioni. Il professor Bargioni.
Per chi non è "addetto ai lavori" il nome forse dice poco. Naturale che sia così: ha fatto cose strabilianti per il comparto ortofrutticolo veneto e italiano, ma non amava mettersi in mostra. Credo che per lui l'essere in primo piano fosse una sorta di fastidioso "effetto collaterale" della sua scienza. Mai sentito una volta darsi delle arie, neppure quando avrebbe potuto far valere la sua autorevolezza. E sapeva invece ascoltare. Lucio Bussi, scrivendone su L'Arena, attacca così: "Professore, maestro e soprattutto signore". Condivido. Soprattutto signore.
Bargioni aveva ottantasei anni. Nell'ultimo decennio mi ha onorato della sua stima. Ci univa la passione per l'olivo, l'olio, l'olivicoltura. Ci incontravamo di tanto in tanto a qualche convegno, magari a far da relatori, fianco a fianco. Spendeva sempre buone parole per le mie quattro idee. Gliene sono grato.
Per l'olivicoltura veneta ha fatto tantissimo, senza risparmiarmi. Da inguaribile toscanaccio d'origine (l'accento non l'ha mai mollato, neppure dopo tutto quel tempo vissuto a Verona) diceva pane al pane e vino al vino. Non andava per il sottile: quel che ci voleva, ci voleva. Chi l'ha ascoltato ne ha tratto indubbio beneficio.
A beneficio di chi non l'ha conosciuto, per ricostruirne la carriera uso le parole di Lucio Bussi: "Laureato in Agraria a Firenze nel 1948 con il massimo dei voti e la lode, dal 1951 al 1954 è stato direttore del Centro per l´incremento della frutticoltura ferrarese. Nel 1955 assunse la direzione del nuovo Istituto sperimentale per la frutticoltura fondato dalla Provincia di Verona, a cui ha indissolubilmente legato il nome, incarico che ha mantenuto fino al 1990 anno del pensionamento portando la capacità di aprire a settori innovativi, come la moltiplicazione in vitro delle piante in cui l´Istituto fu tra i precursori non solo in Italia. Istituto che senza di lui di fatto ha seguito ben altro percorso. Dal 1964 era libero docente di Coltivazioni arboree, con titolo depositato all´Università di Padova dove per sei anni ha insegnato Viticoltura. Dal 2004 al 2007 ha avuto l´incarico per un corso di Olivicoltura all´Università di Verona È stato membro effettivo dell´Accademia dei Georgofili, dell´Accademia nazionale dell´olivo e dell´olio, dell´Accademia di agricoltura scienze e lettere di Verona e dell´Accademia nazionale di Agricoltura. Sulle specie da frutto si è concentrato in modo particolare su ciliegio e pesco, colture diffuse nel Veronese, facendo diventare per anni la nostra provincia punto di riferimento nazionale, sia per la selezione varietale sia per il miglioramento genetico. Ha costituito alcune varietà tra cui quella della ciliegia denominata Giorgia, diffusa a livello nazionale. Ha scritto libri su questi temi per editori nazionali e stranieri e collaborato per riviste scientifiche e divulgative e per L´Arena".
I funerali oggi, a Verona. Non potrò esserci. Lo porterò nella mente e nel cuore.

4 febbraio 2012

E da domani c'è Identità Golose

Angelo Peretti
E così da domani ricomincia Identità Golose. L'ottava edizione. A Milano. Fino al 7 febbraio. Per chi non c'è mai stato, faccio fatica a descrivere cosa sia Identità Golose. Chi c'è stato capisce cosa intendo: non è facilmente descrivibile tutto quel che vi accade, perché di eventi ce n'è una montagna. Una kermesse, una grande kermesse della gastronomia, ecco cos'è, se proprio voglio provare a semplificare. Ma tutt'altra cosa rispetto ad altre cose che si fanno in Italia. Qui, nel regno di Paolo Marchi, protagonisti sono gli chef. Star, vere star dell'evento. In un turbinio di accadimenti e di incontri e di show. Gran clima, magari a tratti un po' snob, d'accordo, ma gran clima.
Stavolta, addirittura, Identità Golose raddoppia. Da una parte il classico Congresso internazionale di Cucina d'Autore, dal 5 al 7 febbraio, al primo piano del MiCo di via Gattamelata, con settantasette, diconsi settantasette cuochi e cucinieri e pasticceri e artigiani (una cinquantina, se non ho capito male, al debutto per quanto concerne la rassegna) che si avvicendano nella sala Auditorium e nelle due Sale Blu per raccontare la loro maniera di vedere la cucina. E accanto, fino al 6 (e da oggi) "il più grande temporary restaurant del mondo", come l'hanno definito: il Milano Food&Wine Festival, uno spazio di millequattrocento metri quadri dove sono all'opera una ventina di cuochi da tutto il mondo (firme eccellenti) e un centinaio di vignaioli italiani coi loro vini, selezionati da Helmuth Köcher, presidente e fondatore del Merano WineFestival.
Il biglietto è impegnativo, ma penso ne valga la pena, soprattutto per chi è del settore. Le informazioni le trovate sul sito di Identità Golose: se siete appassionati di (grande) cucina, avrete di che lustrarvi gli occhi col parterre che c'è.