[Mario Plazio]
Non mi capita spesso di entusiasmarsi per una nuova cantina. Il povero degustatore, obbligato ad assaggiare di tutto e di più, è a volte quasi anestetizzato dall’eccesso di proposte. Non voglio tirarmela, non sono il tipo. Però negli anni subentra in certi momenti un’aria di routine. Per fortuna ci capitano spesso anche delle belle sorprese. È il caso degli Champagne di Bérèche, assaggiati alla cieca e sempre usciti tra i migliori.
L’azienda si trova sulla Montagne de Reims, ma possiede vigneti in varie zone. L’approccio è naturale, orientato verso il biodinamico, ma senza alcuna certificazione. Un grande lavoro in vigna tende a rispettare le caratteristiche intrinseche di ogni tipologia e vigneto, alla ricerca di una ideale tensione gustativa e della mineralità. Non si usano diserbanti, i trattamenti sono rari e a base di zolfo e rame, le rese molto basse per la regione. In cantina si usa molto il legno, la malolattica non viene quasi mai svolta, e i dosaggi sono minimi per preservare l’origine del vino. Missione raggiunta: i vini sono puri, vivi, lunghi e dedicati alla tavola. Questi i miei giudizi sulla gamma.
Brut Réserve. Crosta di pane e nocciola. Complesso e floreale, salino e dotato di notevole acidità. Potrà evolvere.
2 faccini e mezzo :-) :-)
Extra Brut Réserve. Naso più austero e minerale, gessoso. Poi frutta rossa. L’acidità spinge e si fonde con la consueta nota salita e iodata.
3 faccini :-) :-) :-)
Brut Rosé. Decisamente frutta rossa al naso, lamponi e poi mineralità spinta. Sembra più un bianco che un rosé per la struttura verticale.
2+ faccini :-) :)
Millésime 2004. Complesso e speziato, elegante. Funghi e frutta secca, bella dimensione al palato, dove la freschezza è apportata da aromi di gesso, fiori e mare. Cambia continuamente e sembra poter evolvere a lungo.
3 faccini :-) :-) :-)
Vallée de la Marne Rive Gauche. Vecchia vigna di Pinot Meunier. Bilanciato, maturo e fine al tempo stesso, ancora giovane, viene prodotto con l’antica tecnica del “bouchon liège”, quindi sui lieviti con tappo in sughero. Ed è interessante vedere la diversità dei risultati. Grande palato, fresco e con bollicine satinate e impalpabili.
3 faccini :-) :-) :-)
Reflet d’Antan. Prodotto con metodo solera iniziato nel 1985. Mi piace citare cosa scive il produttore nella scheda: “Seulement 2/3 de chaque fût sont mis en bouteille. Le tiers restant contribuant à informer la vendange suivante”. Cioè: 2/3 passano in bottiglia, mentre l’altro terzo contribuisce a informare la vendemmia seguente. Bellissimo. Il liquido ha una complessità enorme, la sensazione di rovere deriva dal tappo in sughero e se ne va dopo qualche anno di bottiglia. L’ossidazione è evidente, si respirano le spezie, lo zenzero, la frutta secca e aromi autunnali. La magia sta nel fatto che il tutto è perfettamente equilibrato, non ci sono eccessi e l’acidità detta i ritmi di un palato magnifico.
3 faccini e oltre :-) :-) :-)
2007 Arbanne - Petit Meslier. Vino non in vendita realizzato a partire da vitigni storici oggi non più uso nella regione. Sembra un Trebbiano di Valentini. Vorticoso, ferroso, e aromi da fattoria. Sensazione tattile alla beva, dove è potente, forse non elegantissimo ma lunghissimo. Estremo.
3- faccini :-) :-) :-)
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6 aprile 2012
3 aprile 2012
Bianchi friulani da macerazione
[Mario Plazio]
Una cenetta in casa con alcuni amici è stata l’occasione per assaggiare alcuni vini del Friuli che avevo in cantina e che mi sono stati affidati dall’Osteria Devetak (se siete dalle parti di Gorizia andateci, cibo e vini sono eccellenti e non occorre rompere il salvadanaio), che qui ringrazio. Si tratta di produttori bio o naturali che dir si voglia, e che in gran parte adottano macerazioni prolungate sulle bucce per i vini bianchi, come fossero dei rossi. Per l’affinamento diverse sono le strade, dal legno, all’acciaio fino alle anfore di Vodopivec e Paraschos.
Evangelos Paraschos, Venezia Giulia Kaj 2005. Balsamico, unguento, ferro, pesca e cachi. Al palato svela una decisa tannicità, ma mantiene dinamismo e non esercita troppa pressione. È delicato e non insiste troppo nella concentrazione, ne risulta una beva abbastanza semplice per la categoria. 90/100
Il Carpino, Vis Uvae 2006. È un pinot grigio e si vede. Profilo decisamente scontroso, fa ben poco per farsi piacere. Sulfureo. Meglio in bocca, con però una presenza invadente dell’alcol. Imponente e massiccio, manca di finezza ed è destinato ai veri aficionados della tipologia. 80/100
Damijan Podversic, Bianco Kaplja 2005. Molto interessante. Frutto pulito con sfumature balsamiche (pomata), di fieno e minerali. La maturità del frutto conquista il palato, è un vino sferico e morbido che conserva una eccellente bevibilità. 90/100
Zidarich, Carso Vitovska 2006. Accentuata sensazione minerale al naso. Armonico ed elegante, ravvivato da una spinta acida ideale, ottima versione di vino macerato sulle bucce, senza alcuna deviazione aromatica. Il miglior vino della serata. 93/100
Vodopivec, Vitovska Solo MM4 (2004). Bottiglia molto giovane, sorprendente. Spezie, zolfo, pesca e sottobosco sono le sensazioni olfattive. Al palato tannino e materia vanno di pari passo, il tutto senza eccessi e con una buona eleganza. 92/100
Una cenetta in casa con alcuni amici è stata l’occasione per assaggiare alcuni vini del Friuli che avevo in cantina e che mi sono stati affidati dall’Osteria Devetak (se siete dalle parti di Gorizia andateci, cibo e vini sono eccellenti e non occorre rompere il salvadanaio), che qui ringrazio. Si tratta di produttori bio o naturali che dir si voglia, e che in gran parte adottano macerazioni prolungate sulle bucce per i vini bianchi, come fossero dei rossi. Per l’affinamento diverse sono le strade, dal legno, all’acciaio fino alle anfore di Vodopivec e Paraschos.
Evangelos Paraschos, Venezia Giulia Kaj 2005. Balsamico, unguento, ferro, pesca e cachi. Al palato svela una decisa tannicità, ma mantiene dinamismo e non esercita troppa pressione. È delicato e non insiste troppo nella concentrazione, ne risulta una beva abbastanza semplice per la categoria. 90/100
Il Carpino, Vis Uvae 2006. È un pinot grigio e si vede. Profilo decisamente scontroso, fa ben poco per farsi piacere. Sulfureo. Meglio in bocca, con però una presenza invadente dell’alcol. Imponente e massiccio, manca di finezza ed è destinato ai veri aficionados della tipologia. 80/100
Damijan Podversic, Bianco Kaplja 2005. Molto interessante. Frutto pulito con sfumature balsamiche (pomata), di fieno e minerali. La maturità del frutto conquista il palato, è un vino sferico e morbido che conserva una eccellente bevibilità. 90/100
Zidarich, Carso Vitovska 2006. Accentuata sensazione minerale al naso. Armonico ed elegante, ravvivato da una spinta acida ideale, ottima versione di vino macerato sulle bucce, senza alcuna deviazione aromatica. Il miglior vino della serata. 93/100
Vodopivec, Vitovska Solo MM4 (2004). Bottiglia molto giovane, sorprendente. Spezie, zolfo, pesca e sottobosco sono le sensazioni olfattive. Al palato tannino e materia vanno di pari passo, il tutto senza eccessi e con una buona eleganza. 92/100
29 marzo 2012
I Colli Euganei secondo Il Filò delle Vigne
[Mario Plazio]
Ho detto altre volte che il territorio dei Colli Euganei è poco conosciuto. Se poi andiamo fuori dal Veneto, praticamente non se lo fila nessuno. Ed è un vero peccato. I vini da taglio bordolese non sono certo originali, devono affrontare una concorrenza globale che non lascia scampo. Molti sono però i caratteri specifici del territorio che potrebbero suscitare interesse anche tra i più scettici. Sia tra i vini rossi, che tra i bianchi. Il Filò delle Vigne è una azienda che ho avuto modo di visitare e i cui prodotti mi sono parsi tra i più identitari in assolto. Sono 17 gli ettari di vigna, su terreno calcareo molto sassoso, anche per l’esposizione a pieno sud. Ecco una carellata sui vini. Calto delle Fate 2008
Bianco fermentato in legno, in gran parte vecchio. Profumato, sapido, alcolico e potente. Invecchia bene.
1 faccino e mezzo :-)
Colli Euganei Cabernet Riserva Vigna Cecilia di Baone 2006
Molto bordolese per l’aspetto austero (non si usa legno). Fresco, elegante, pepato e nota marina, tipica della zona. Molto centrato.
2 faccini e mezzo :-) :-)
Io di Baone 2006
Vino da varietà recuperate. Concentrato, frutti neri, vinoso e rustico, con tannini da smussare. Prima annata prodotta.
2 faccini :-) :-)
Colli Euganei Cabernet Borgo delle Casette Riserva 2006
Frutta secca, pepe e spezie, con nota erbacea e ancora sfumature marine. Un po’ più in evidenza il legno, il vino deve affinarsi, ma si sistemerà.
2 faccini e mezzo :-) :-)
Colli Euganei Borgo delle Casette Riserva 2007
Più intenso del precedente. Aromi di china, cassis e lampone e un supplemento di complessità. Maturità che sfuma nel cacao e dolcezza del frutto. Mantiene eleganza nonostante l’evidente maturità, ma è una caratteristica del luogo. Tannini dolcissimi.
3 - faccini :-) :-) :-)
Colli Euganei Borgo delle Casette Riserva 2002
Perde qualcosa in concentrazione e maturità del tannino. Evidente la ricerca della eleganza, floreale e marino, poi rosmarino e liquirizia. La vigna ha un buon potere drenante e anche nelle cattive annate arriva ad un buon equilibrio.
2 faccini e mezzo :-) :-)
Colli Euganei Cabernet Vigna Cecilia di Baone Riserva 1999
Grande naso, ancora giovane, dominano le spezie con pepe, chiodo di garofano e caffè. Poi carne e liquirizia. Sapido, lungo e vivo, sviluppa molta mineralità.
2 faccini e mezzo :-) :-)
Calto delle Fate 2001
Inizio complicato con gomma bruciata, il legno usato era tutto nuovo. Interessante in bocca dove ha ancora molto da dire. Finale dolce di pasticceria, ma anche vivace.
2 faccini :-) :-)
Luna del Parco 2007
Vendemmia tardiva da uve botritizzate di moscato. Non viene usato legno. Stravagante, grandi aromi, anice e lavanda oltre ai tipici sentori di moscato. Leggero e scorrevole, chiude su ricordi di scorza di arancio e botrite. Finissimo.
3 faccini :-) :-) :-)
22 marzo 2012
I bianchi venuti dal freddo
Mario Plazio
La degustazione aveva lo scopo di comparare vini provenienti da territori freddi, o supposti tali. Queste le mie note di degustazione sintetiche.
Domaine Schueller: Alsace Riesling Le Verre est dans le Fruit 2003. Proviene dal grand cru Eichberg ed è stato declassato. Travolgente al naso con un vortice di sensazioni minerali, di mare, spezie e pasticceria. Fine il palato, balsamico e libero nella sua espressione. 93/100
Domaine Gitton: Sancerre Romains 1998. Tra il tropicale e il vegetale. Classe da vendere al palato dove appare una piccola ossidazione molto gradevole. Pietra focaia e note marine. 92/100
Garlider: Valle Isarco Sylvaner 2005. Uva spina, floreale ed austero. Vero vino “freddo”. Poi liquirizia, erbe montane, foglia di pomodoro. Compassato e serio, al palato è di classe, con fiori (viola e glicine) e grande finezza. 91/100
Kellerei Terlaner : Weissburgunder Vorberg 2001. Tra i più fini. Floreale (mimosa) e minerale, delicato e per nulla aggressivo. Grande beva. 90/100
Domaine Julien Labet: Côtes du Jura La Reine 2004. Ancora chiuso, tra il vegetale e il selvatico. Poi scorza di arancia e anice, rivela la classe alla beva, anche se non dà l’impressione di poter evolvere per molti anni. 89/100
Dr Loosen-Wolf: Pfalz Riesling Forster Ugenheuer Spätlese troken 2001. Vino compiuto e maturo, roccia bagnata, rosa, frutto della passione compongono un bouquet intrigante. Lungo, manca solo di un pizzico di complessità al palato e denuncia una certa freddezza tecnica. 88/100
Clelia Romano, Colli di Lapio: Fiano di Avellino 2005. Naso velato dalla solforosa. Agrumato e sassoso, si esprime al meglio al palato, dove è tra i più fini in assoluto. 86/100
Domaine Grossot: Chablis 1er cru Mont de Milieu 2000. Susine, crema e frutta al naso. Lascia pensare che sia in leggera fase calante, ma resta molto buono. Caratteriale. 85/100
Domaine Dupasquier: Roussette de Savoie Marestel 2000. Grasso ed evoluto, si appesantisce nel finale. 82/100
Daniele Piccinin: Bianco dei Muni 2006. Stile ossidativo, si rivela in bocca dove è molto lungo e personale. 80/100
Walter Massa: Colli Tortonesi Timorasso Costa del Vento 2001. Torba, mare, sulfureo, miele. Al palato è stanco e ossidato. Il produttore ha poi confermato
che quella annata ha avuto un grosso problema di tappi. Le altre bottiglie provate erano tutte difettose.
La degustazione aveva lo scopo di comparare vini provenienti da territori freddi, o supposti tali. Queste le mie note di degustazione sintetiche.
Domaine Schueller: Alsace Riesling Le Verre est dans le Fruit 2003. Proviene dal grand cru Eichberg ed è stato declassato. Travolgente al naso con un vortice di sensazioni minerali, di mare, spezie e pasticceria. Fine il palato, balsamico e libero nella sua espressione. 93/100
Domaine Gitton: Sancerre Romains 1998. Tra il tropicale e il vegetale. Classe da vendere al palato dove appare una piccola ossidazione molto gradevole. Pietra focaia e note marine. 92/100
Garlider: Valle Isarco Sylvaner 2005. Uva spina, floreale ed austero. Vero vino “freddo”. Poi liquirizia, erbe montane, foglia di pomodoro. Compassato e serio, al palato è di classe, con fiori (viola e glicine) e grande finezza. 91/100
Kellerei Terlaner : Weissburgunder Vorberg 2001. Tra i più fini. Floreale (mimosa) e minerale, delicato e per nulla aggressivo. Grande beva. 90/100
Domaine Julien Labet: Côtes du Jura La Reine 2004. Ancora chiuso, tra il vegetale e il selvatico. Poi scorza di arancia e anice, rivela la classe alla beva, anche se non dà l’impressione di poter evolvere per molti anni. 89/100
Dr Loosen-Wolf: Pfalz Riesling Forster Ugenheuer Spätlese troken 2001. Vino compiuto e maturo, roccia bagnata, rosa, frutto della passione compongono un bouquet intrigante. Lungo, manca solo di un pizzico di complessità al palato e denuncia una certa freddezza tecnica. 88/100
Clelia Romano, Colli di Lapio: Fiano di Avellino 2005. Naso velato dalla solforosa. Agrumato e sassoso, si esprime al meglio al palato, dove è tra i più fini in assoluto. 86/100
Domaine Grossot: Chablis 1er cru Mont de Milieu 2000. Susine, crema e frutta al naso. Lascia pensare che sia in leggera fase calante, ma resta molto buono. Caratteriale. 85/100
Domaine Dupasquier: Roussette de Savoie Marestel 2000. Grasso ed evoluto, si appesantisce nel finale. 82/100
Daniele Piccinin: Bianco dei Muni 2006. Stile ossidativo, si rivela in bocca dove è molto lungo e personale. 80/100
Walter Massa: Colli Tortonesi Timorasso Costa del Vento 2001. Torba, mare, sulfureo, miele. Al palato è stanco e ossidato. Il produttore ha poi confermato
che quella annata ha avuto un grosso problema di tappi. Le altre bottiglie provate erano tutte difettose.
20 marzo 2012
Un naso "alla Valentini"
Mario Plazio
Naso “alla Valentini”. Inizialmente molto reticente, sulfureo e recalcitrante. Un vino di bocca, nel senso che è qui che rivela tutta la propria classe.
Ha un frutto morbido e seducente, figlio di una annata piuttosto calda che conferisce spessore e senso di sfericità. Senza però eccessi. Solo il tempo lo libera, escono la camomilla, l’anice, e una decisa nota balsamica.
Dopo qualche giorno tira fuori anche la sua anima mediterranea, fatta di capperi e salsedine. Ha un buon bilanciamento, anche se verso la parte più calda delle sensazioni. Manca forse quel quid, inesprimibile, di alcune annate più criptiche del trebbiano. Quella sensazione di mistero che lo rende un vino così affascinante. Però d’altro canto è da apprezzare la sua disponibilità, la sua apertura e la capacità di accogliere il cibo.
Lunghezza impressionante.
Trebbiano d’Abruzzo 2000 Valentini
Tre -- faccini :-) :-) :-)
Naso “alla Valentini”. Inizialmente molto reticente, sulfureo e recalcitrante. Un vino di bocca, nel senso che è qui che rivela tutta la propria classe.
Ha un frutto morbido e seducente, figlio di una annata piuttosto calda che conferisce spessore e senso di sfericità. Senza però eccessi. Solo il tempo lo libera, escono la camomilla, l’anice, e una decisa nota balsamica.
Dopo qualche giorno tira fuori anche la sua anima mediterranea, fatta di capperi e salsedine. Ha un buon bilanciamento, anche se verso la parte più calda delle sensazioni. Manca forse quel quid, inesprimibile, di alcune annate più criptiche del trebbiano. Quella sensazione di mistero che lo rende un vino così affascinante. Però d’altro canto è da apprezzare la sua disponibilità, la sua apertura e la capacità di accogliere il cibo.
Lunghezza impressionante.
Trebbiano d’Abruzzo 2000 Valentini
Tre -- faccini :-) :-) :-)
14 marzo 2012
L'eleganza suprema del Vouvray démi-sec
Mario Plazio
Una tipologia sottostimata e poco conosciuta dalle nostre parti quella dei vini démi-sec, con un leggero residuo zuccherino. A torto considerati né carne né pesce, sanno invece reggere con eleganza abbinamenti di grande armonia. Purchè si tratti di un grande vino, così come è il caso di questo 2005 di Philippe Foreau, dalla perfetta definizione
Lo chenin si esalta nel terroir tufaceo di Vouvray e nella versione démi-sec. Dominante è la nota minerale e vulcanica, assorbita in un insieme compatto e stilizzato, così come è nello stile di questa splendida realtà. Sullo sfondo timide note di frutta esotica, ananas e frutto della passione, poi pepe bianco e mela cotogna. Il tutto molto ordinato e composto, flemmatico come un lord inglese. In bocca sfodera tutta la sua classe. È dinamico, sottile e venato da una magnifica nota amarognola.
Ancora giovanissimo, dirà la sua tra almeno dieci anni.
Una grandissima bottiglia, che non trova uguali tra i vini del nostro Paese.
Eleganza suprema.
Vouvray Domaine de Clos Naudin démi-sec 2005 Philippe Foreau
Tre faccini :-) :-) :-)
Una tipologia sottostimata e poco conosciuta dalle nostre parti quella dei vini démi-sec, con un leggero residuo zuccherino. A torto considerati né carne né pesce, sanno invece reggere con eleganza abbinamenti di grande armonia. Purchè si tratti di un grande vino, così come è il caso di questo 2005 di Philippe Foreau, dalla perfetta definizione
Lo chenin si esalta nel terroir tufaceo di Vouvray e nella versione démi-sec. Dominante è la nota minerale e vulcanica, assorbita in un insieme compatto e stilizzato, così come è nello stile di questa splendida realtà. Sullo sfondo timide note di frutta esotica, ananas e frutto della passione, poi pepe bianco e mela cotogna. Il tutto molto ordinato e composto, flemmatico come un lord inglese. In bocca sfodera tutta la sua classe. È dinamico, sottile e venato da una magnifica nota amarognola.
Ancora giovanissimo, dirà la sua tra almeno dieci anni.
Una grandissima bottiglia, che non trova uguali tra i vini del nostro Paese.
Eleganza suprema.
Vouvray Domaine de Clos Naudin démi-sec 2005 Philippe Foreau
Tre faccini :-) :-) :-)
7 marzo 2012
Il Passito della Rocca
Mario Plazio
Vino passionale e vissuto questo Passito della Rocca, fin dal colore intenso e ambrato.Vorticoso nei profumi di caramello, fichi secchi, frutta candita, caffè in polvere, orzo e dal particolare sentore di tartufo e idrocarburi.
La ricchezza del palato è equilibrata dalla acidità ancora pungente, mentre la dolcezza sembra domata dal passare degli anni.
Un bel vino insomma, che ho abbinato a uno splendido dolce siciliano a base di frutta secca, ma che vedrei anche in abbinamenti più inconsueti. La sua dolcezza non eccessiva lo rende infatti adatto anche ad incontri con formaggi stagionati, fegato grasso o piatti complessi.
Passito della Rocca 1999 Pieropan
Due faccini e mezzo :-) :-)
29 febbraio 2012
Il Costozza del 2001
Mario Plazio
Un’azienda, quella dei Conti da Schio, che, colpa mia, ho perso di vista negli ultimi anni.
Questo Rosso del 2001 mi colpì alla sua uscita, e si beve molto bene in questo momento.
Un po’ classico e un po’ moderno, ha un nasino che non scherza. È infatti viscerale, odora di carne affumicata, tartufo nero, catrame e frutta secca, mentre il legno conferisce aromi di goccia di pino.
Al palato non ha un peso eccessivo, e questo non è sicuramente un limite, rimanendo piuttosto godibile.
Se devo trovare un limite è quello di una mancanza di complessità, risulta alla fine dei conti (da Schio… mi si perdoni la battuta) abbastanza monocorde.
Acidità e tannini non fanno mancare la loro presenza.
Costozza Rosso 2001 Costozza Conti da Schio
Due - faccini :-) :-)
Un’azienda, quella dei Conti da Schio, che, colpa mia, ho perso di vista negli ultimi anni.
Questo Rosso del 2001 mi colpì alla sua uscita, e si beve molto bene in questo momento.
Un po’ classico e un po’ moderno, ha un nasino che non scherza. È infatti viscerale, odora di carne affumicata, tartufo nero, catrame e frutta secca, mentre il legno conferisce aromi di goccia di pino.
Al palato non ha un peso eccessivo, e questo non è sicuramente un limite, rimanendo piuttosto godibile.
Se devo trovare un limite è quello di una mancanza di complessità, risulta alla fine dei conti (da Schio… mi si perdoni la battuta) abbastanza monocorde.
Acidità e tannini non fanno mancare la loro presenza.
Costozza Rosso 2001 Costozza Conti da Schio
Due - faccini :-) :-)
28 febbraio 2012
Il Monte Carbonare
Mario Plazio
Da sempre il Monte Carbonare delle sorelle Tessari è uno dei miei bianchi preferiti.L’annata 2006 è sorprendentemente chiusa, ancora molto giovane e bisognosa di affinamento.
Appena aperto il vino è sulfureo, mentre coi minuti arriva la classica nota di mandorla amara e un tocco di frutta esotica molto discreto. Fine e minerale in bocca, scorre che è un piacere. Piace l’assenza di spigoli e l’equilibrio dell’alcol, sempre più difficile da trovare nelle bottiglie prodotte in questi anni di grande maturità.
Una conferma.
Termino con un piccolo suggerimento: andatevi a prendere l’annata 2009.
Soave Classico Monte Carbonare 2006 Suavia
Due faccini e mezzo :-) :-)
25 febbraio 2012
Pieropan e una bella idea di Valpolicella
Mario Plazio
Chi mi conosce e ha avuto modo di leggere qualche mia elucubrazione su InternetGourmet, avrà probabilmente notato il grande rispetto e l’ammirazione che nutro per Nino Pieropan e per i suoi vini. Grandi bianchi che rispecchiano al meglio il territorio, o meglio, i territori di Soave. Altrettanto sinceramente ho sottolineato le perplessità suscitate dai primi rossi prodotti in terra di Valpolicella, troppo anonimi e politically correct per un vignaiolo di questo calibro.
Quando Nino mi ha consegnato la nuova annata di Ruberpan, mi ha raccomandato di assaggiarlo con attenzione, in quanto a suo avviso era finalmente vicino all’idea che lui e i suoi figli Andrea e Dario avevano rispetto alla Valpolicella. La curiosità era ovviamente notevole.
Voglio subito confessare che finalmente ho trovato un vino al di sopra delle mie aspettative. Come da copione sfodera una pulizia e una confezione impeccabili. I profumi sono caratteriali e vanno dalla ciliegia al melograno e fino agli agrumi. La bocca è invitante, croccante e fresca, con un tannino maturo ma ancora deciso. Un vino da attendere ma a cui è difficile resistere, tutto impostato sulla piacevolezza senza rinunciare alla complessità e alla profondità.
Una perfetta trasposizione del territorio, senza ammiccamenti all’amarone o sdolcinature del tutto inutili. L’invecchiamento dei legni di affinamento e la maggiore età delle vigne hanno sicuramente la loro influenza. Se posso azzardare un paragone direi che non siamo lontanissimi dalla Borgogna, fatte salve le diversità.
Per me è un vinino, anzi un grande vinino.
P.S.: date anche una occhiata all’Amarone 2008.
Valpolicella Superiore Ruberpan 2009 Pieropan
Tre faccini :-) :-) :-)
Chi mi conosce e ha avuto modo di leggere qualche mia elucubrazione su InternetGourmet, avrà probabilmente notato il grande rispetto e l’ammirazione che nutro per Nino Pieropan e per i suoi vini. Grandi bianchi che rispecchiano al meglio il territorio, o meglio, i territori di Soave. Altrettanto sinceramente ho sottolineato le perplessità suscitate dai primi rossi prodotti in terra di Valpolicella, troppo anonimi e politically correct per un vignaiolo di questo calibro.
Quando Nino mi ha consegnato la nuova annata di Ruberpan, mi ha raccomandato di assaggiarlo con attenzione, in quanto a suo avviso era finalmente vicino all’idea che lui e i suoi figli Andrea e Dario avevano rispetto alla Valpolicella. La curiosità era ovviamente notevole.
Voglio subito confessare che finalmente ho trovato un vino al di sopra delle mie aspettative. Come da copione sfodera una pulizia e una confezione impeccabili. I profumi sono caratteriali e vanno dalla ciliegia al melograno e fino agli agrumi. La bocca è invitante, croccante e fresca, con un tannino maturo ma ancora deciso. Un vino da attendere ma a cui è difficile resistere, tutto impostato sulla piacevolezza senza rinunciare alla complessità e alla profondità.
Una perfetta trasposizione del territorio, senza ammiccamenti all’amarone o sdolcinature del tutto inutili. L’invecchiamento dei legni di affinamento e la maggiore età delle vigne hanno sicuramente la loro influenza. Se posso azzardare un paragone direi che non siamo lontanissimi dalla Borgogna, fatte salve le diversità.
Per me è un vinino, anzi un grande vinino.
P.S.: date anche una occhiata all’Amarone 2008.
Valpolicella Superiore Ruberpan 2009 Pieropan
Tre faccini :-) :-) :-)
21 febbraio 2012
1988: Valentini e Quintarelli
Mario Plazio
Vino difficile da trovare il Montepulciano di Valentini, prodotto solo nelle annate veramente grandi, mediamente ogni 3 o 4 anni. Questo ’88 ha un naso travolgente, che parte da aromi piuttosto viscerali di salamoia, olive nere, catrame, mare, sasso, per poi virare su profumi più fini e nobili di spezie e liquore al cacao. La stessa decisione si ritrova bevendolo, le parti sono ben distribuite, la giusta potenza, una buona finezza, concentrazione al servizio del cibo e tannino maturo. Quando entra sembra non se ne voglia più andare. E noi non ci lamenteremo certo per questo.
Montepulciano d’Abruzzo 1988 Valentini
3 faccini abbondanti :-) :-) :-)
Ho avuto la fortuna (in realtà le bottiglie erano in cantina, quindi non è fortuna ma scelta ponderata) di bere questa bottiglia insieme al Montepulciano di Valentini dello stesso millesimo. Insomma una serata da ricordare, e non erano le sole bottiglie. L’Amarone del Bepi è come vorresti che fossero tutti gli amaroni. Eleganza allo stato puro. Profondo nelle note di erbe in infusione e frutta come il lampone. Si tratta di seta pura, una congerie di morbidezza, tannino e alcol di un equilibrio miracoloso. L’acidità coglie nel finale e accompagna le sensazioni per un tempo interminabile. Il vino è dinamico, si evolve continuamente, senza mai cedere un istante. Una delle più belle bottiglie che mai ho assaggiato e, purtroppo, l’ultima. Certo le bottiglie di Quintarelli sono care, ma quanti vini al mondo possono vantare questa classe?
Amarone della Valpolicella 1988 Quintarelli
3 faccini e oltre :-) :-) :-)
15 febbraio 2012
Naturali parte 5: la Loira
Mario Plazio
Quinta e ultima parte dei miei assaggi di vini naturali effettuati a Dive Bouteille, nella Loira. Nei giorni scorsi ho raccontato di Champagne, Borgogna, Rhone, Alsazia, Jura. Per ultimi ho tenuto proprio i padroni di casa della Loire.
Il Domaine Picatier ha presentato uno Chardonnay 2010 leggero (1 faccino) e un Gamay 2010 fin troppo ossidativo.
Alexandre Bain produce un Rouge 2010 da pinot nero e gamay dal grande frutto (2+ faccini), un Pouilly-Fumé Pierre Précieuse 2010 dal bel naso di miele e spezie (2 faccini e mezzo) e un Pouilly-Fumé Madamoiselle M 2010 più austero e minerale, ancora in fermentazione ma dall’ottimo potenziale (2 faccini e mezzo).
Les Vins Contés ha etichette alternative interessanti, come Le Puits 2011, sauvignon fresco con un pizzico di zucchero residuo che non stona (2 faccini), Le P’tit Rouquin 2011, gamay tutto frutto (2- faccini), R 11, gamay, cot e grolleau speziato e fresco (2+ faccini), Poivre et Sel 2010, pinot d’Aunis e gamay da vigne di 70 anni, profumato di sottobosco e pepe verde, lungo e godibile (2 faccini e mezzo) e Cheville de Fer 2010, ancora chiuso ma profondo e minerale (2 faccini e mezzo).
L.B. Jousset ha una bollicina austera e secca, Bubulle 2010 (1+ faccini), cui seguono Les Auduines 2010, poco interessante (1- faccini), Montlouis Premier Rendez-vous 2010, chiuso e potente (2 faccini), Montlouis Singulier 2010 su argilla, deciso e terroso (2+ faccini) e il Montlouis Démi-sec Trait d’Union 2011, giovane e gradevole, da attendere (2 faccini).
Il Domaine Guiberteau offre un Saumur Clos de Guichaux 2010 coperto dal legno (1 faccino e mezzo) e un Saumur 2010 dal naso di caffelatte e ancora bloccato dal legno (1 faccino).
Una piccola delusione per un produttore molto rispettato. Nicolas Réau gode di buona reputazione e presenta un Anjou Clos 2011 teso e nervoso, solo ossidativo in finale, ma è un campione di botte (1+ faccini). L’Anjou Victoire 2010 fa sentire lo chenin e ha un legno ben dosato (2 faccini). Il Gamay Primeur 2011 è profumato (2- faccini) e si beve piacevolmente, mentre l’Anjou Pompois 2010 è un bel vino elegante e speziato (2+ faccini). Bene anche il Chinon Garance 2009, tannico e potente (2 faccini e mezzo), mentre meno centrato è l’Anjou 2008, 36 mesi in legno che hanno stancato il vino.
Sabastien Brunet produce un Vouvray sec Arpent 2010 solare e piacevole (2 faccini) e un Vouvray Démi-sec La Folie 2010 maturo, fine, speziato e divertente (2- faccini).
Tra i vini del padrone di casa, lo Château de Brézé, ottimo il Saumur Clos David 2010, agrumato e completo (2+ faccini). Un domaine del quale sentiremo parlare nei prossimi anni e che sta convertendo completamente i vigneti e cambiando lo stile di vinificazione verso una maggiore naturalezza.
Quinta e ultima parte dei miei assaggi di vini naturali effettuati a Dive Bouteille, nella Loira. Nei giorni scorsi ho raccontato di Champagne, Borgogna, Rhone, Alsazia, Jura. Per ultimi ho tenuto proprio i padroni di casa della Loire.
Il Domaine Picatier ha presentato uno Chardonnay 2010 leggero (1 faccino) e un Gamay 2010 fin troppo ossidativo.
Alexandre Bain produce un Rouge 2010 da pinot nero e gamay dal grande frutto (2+ faccini), un Pouilly-Fumé Pierre Précieuse 2010 dal bel naso di miele e spezie (2 faccini e mezzo) e un Pouilly-Fumé Madamoiselle M 2010 più austero e minerale, ancora in fermentazione ma dall’ottimo potenziale (2 faccini e mezzo).
Les Vins Contés ha etichette alternative interessanti, come Le Puits 2011, sauvignon fresco con un pizzico di zucchero residuo che non stona (2 faccini), Le P’tit Rouquin 2011, gamay tutto frutto (2- faccini), R 11, gamay, cot e grolleau speziato e fresco (2+ faccini), Poivre et Sel 2010, pinot d’Aunis e gamay da vigne di 70 anni, profumato di sottobosco e pepe verde, lungo e godibile (2 faccini e mezzo) e Cheville de Fer 2010, ancora chiuso ma profondo e minerale (2 faccini e mezzo).
L.B. Jousset ha una bollicina austera e secca, Bubulle 2010 (1+ faccini), cui seguono Les Auduines 2010, poco interessante (1- faccini), Montlouis Premier Rendez-vous 2010, chiuso e potente (2 faccini), Montlouis Singulier 2010 su argilla, deciso e terroso (2+ faccini) e il Montlouis Démi-sec Trait d’Union 2011, giovane e gradevole, da attendere (2 faccini).
Il Domaine Guiberteau offre un Saumur Clos de Guichaux 2010 coperto dal legno (1 faccino e mezzo) e un Saumur 2010 dal naso di caffelatte e ancora bloccato dal legno (1 faccino).
Una piccola delusione per un produttore molto rispettato. Nicolas Réau gode di buona reputazione e presenta un Anjou Clos 2011 teso e nervoso, solo ossidativo in finale, ma è un campione di botte (1+ faccini). L’Anjou Victoire 2010 fa sentire lo chenin e ha un legno ben dosato (2 faccini). Il Gamay Primeur 2011 è profumato (2- faccini) e si beve piacevolmente, mentre l’Anjou Pompois 2010 è un bel vino elegante e speziato (2+ faccini). Bene anche il Chinon Garance 2009, tannico e potente (2 faccini e mezzo), mentre meno centrato è l’Anjou 2008, 36 mesi in legno che hanno stancato il vino.
Sabastien Brunet produce un Vouvray sec Arpent 2010 solare e piacevole (2 faccini) e un Vouvray Démi-sec La Folie 2010 maturo, fine, speziato e divertente (2- faccini).
Tra i vini del padrone di casa, lo Château de Brézé, ottimo il Saumur Clos David 2010, agrumato e completo (2+ faccini). Un domaine del quale sentiremo parlare nei prossimi anni e che sta convertendo completamente i vigneti e cambiando lo stile di vinificazione verso una maggiore naturalezza.
14 febbraio 2012
Naturali parte 4: Rhone e Jura
Mario Plazio
Quarta puntata delle mie note di degustazione dei vini provati a Dive Bouteille, il salone dei vini naturali svoltosi nella Loira recentemente, presso lo Château de Brézé, vicino a Saumur.Dopo Champagne, Borgogna (e Beaujolais), Alsazia e Sud Ovest, riprendo dalla Côtes du Rhone.
In Côtes du Rhone segnalo la eccellente prestazione di Michel Stéphane. Il Côte-Rotie 2010 ha un 10% di viognier che ne caratterizza il naso, molto aromatico. Bene il palato (2 faccini e mezzo). Il Côte-Rotie Coteaux de Tupin 2008 ha il 100% di syrah e presenta un naso scolastico di pepe bianco. Ancora giovanissimo, sarà magnifico tra almeno 10 anni (3 faccini), mentre ancora più grande è il Côte-Rotie Bassenon 2008, che contiene un 20% di viognier, ed è profondo, affumicato, fruttato e con una classe superiore al palato (3+ faccini).
Passo allo Château Revelette di Peter Fischer. Non amo particolarmente i bianchi del sud della Francia, ma Le Grand Blanc de Revelette 2010, da chardonnay e sauvignon, è proprio riuscito, mantiene il carattere sudista, la bocca grassa e morbida è molto equilibrata (2+ faccini). Il Pur 2010 è un grenache non filtrato e senza SO2. Tutta la facilità di questo tipo di vini senza alcun difetto, insomma un vinino (2 faccini e mezzo). Ancora più buono Le Grand Vin Rouge de Revelette 2009, pulito, moderno e potente (3 faccini).
Andando in Jura ho provato i vini del Domaine de La Tournelle, che non mi hanno molto convinto. I bianchi in particolare mancavano di fondo e di grassezza, amplificando le note acide caratteristiche della denominazione.
All’opposto impressionante è stata la prestazione del Domaine Ganevat. J’en Veux 2011 è piccolo e leggermente ossidativo, ma si beve bene (2 faccini). Il Côtes du Jura Trousseau 2011 mantiene una bella beva ed è snello (2+ faccini), mentre il Pinot Noir 2011 è ancora chiuso, ma ha eleganza e freschezza (2 faccini e mezzo). Morbido il Côtes du Jura Chardonnay 2010 (2- faccini), mentre eccellente si è rivelata la Cuvée Marguerite 2010, una originale variazione genetica dello chardonnay che origina un vino di notevole bellezza (3 faccini). Il Côtes du Jura les Grande Teppes V.V. 2010 lacia intuire un potenziale enorme (3 faccini), mentre il Côtes du Jura Les Chalasses Marnes Bleues 2010 è un savagnin lungo, fine, speziato e di carattere (3 faccini).
Domani si chiude con i padroni di casa della Loira: quinta e ultima puntata.
9 febbraio 2012
Naturali parte 3: Alsazia e Sud Ovest
Mario Plazio
Eccomi alla terza puntata del resoconto dei miei assaggi a Dive Bouteille, la rassegna dei vini naturali svoltasi pochi giorni fa nella Loira, allo Château de Brézé, poco lontano da Saumur.Ho detto nei giorni scorsi dello Champagne e della Borgogna. Riparto dall'Alsazia.
Stranamente pochi i rappresentanti dell’Alsazia, tradizionalmente fertile di vignerons dall’approccio naturale.
Bott-Geyl presentava un Alsace Riesling Grand Cru Schlossberg 2010 chiuso e minerale, fine e lungo ( 2+ faccini), un Alsace Riesling Grand Cru Schoenenburg 2010 più maturo e rotondo (2 faccini) e un Alsace Riesling Grand Cru Mandelberg 2010 minerale e vegetale, esotico, teso e profondo (2 faccini e mezzo).
Più contrastata la prova del Domaine Binner, tra i più celebrati dalla critica d’oltralpe. Ho trovato alcune cuvée eccellenti, altre fin troppo ossidate, come il pur buono Riesling K 2008, dagli aromi di limone (2+ faccini). Il Riesling Grand Cru Schlossberg 2007 è fine e floreale, con molta materia e un finale che si appesantisce (2 faccini). Il Pinot Noir 2010 è disponibile ed evoluto, con fragoline in evidenza e bocca già avanti (1+ faccini). Miglior vino il Gewurtztraminer cuvée Béatrice 2010, equilibratissimo e per nulla pesante (3 faccini), divertente il Petillant Naturel a base di riesling, fresco e fruttato (1 faccino e mezzo e vinino).
Nella Francia del Sud-Ouest si trovano alcuni produttori interessanti ed originali.
Onore al Domaine De Souch, con Madame Yvonne Hégoboru, già passata alle cronache per la partecipazione al film Mondovino. Personaggio estroso ed istrionico, produce vini bianchi di grande carattere. Il Jurançon sec 2010 è esotico, leggermente amarognolo ed esprime al palato tutto il carattere del magnifico terroir di Jurançon (2+ faccini). Il Jurançon Moelleux 2006 è molto riuscito (2 faccini e mezzo), mentre il Jurançon Moelleux Cuvée Marie-Kattalin 2009 viene prodotto con il solo vitigno petit manseng e passa in legno. Ha una lunghezza interminabile, è solo troppo giovane (3 faccini). Vino indimenticabile.
Finalmente ho avuto l’occasione di assaggiare i vini del Domaine Bernard Plageoles, che in quel di Gaillac coltiva e salva dall’oblio vitigni rari come l’ondenc. Leggero lo spumante Mauzac Nature Quand Même 2010 (1+ faccini), strano, delicato e quasi tannico il Mauzac Vert 2010 (2- faccini), amarognolo e sottile l’Ondenc 2011 (1 faccino e mezzo). Mi è piaciuto il Mauzac Cépage Mauzac Doux 2010, fine, delicato e di beva impressionante, un vinino (3 faccini).
Molti i rappresentanti della regione Languedoc-Roussillon.
Thierry Navarre produce un Saint-Chinian 2010 facile e godibile (2 faccini) e un Saint-Chinian Cuvée Olivier 2010 da vecchie vigne di maggior impatto e complesso (3- faccini).
Le Temps des Cerises propone vini molto giocosi, come Avanti Popolo 2011, dal frutto fresco e di gran beva (2- faccini) e un Fou du Roi 2011 interessante e minerale, un bel vinino (2 faccini).
Interessante il Casot de Mailloles con un bianco a base di grenache gris e blanc, il Blanc du Casot 2011, che ricorda al naso il Trebbiano di Valentini e dalla bocca asciutta e fresca (2 + faccini). Buono anche il rosso a base di syrah El Nino 2011 (2- faccini). Ancora meglio il Soulà 2011, grenache con rese di 10 ettolitri/ettaro, profondo, marino e finissimo (3- faccini) e il Visinum 2011, una parcella dove vengono raccolte le uve rosse da vigne molto vecchie ad alberello. Vino ricco ed elegante saprà sfidare il tempo (3 faccini).
Vinyer de la Ruca è frutto della pazzia di un italiano installato su un territorio selvaggio, andatevi a vedere il sito internet. Meno di 1000 bottiglie all’anno di un vino di una forza tellurica che ho raramente sentito. Il Banyuls 2008 esprime un carattere unico, potenza ma anche raffinatezza. Fuori dall’ordinario (3 faccini e più).
Sempre nel Roussillon si trova la Tour Vieille, che propone diverse varianti di rosso secco. Il Collioure 2009 è riuscito, elegante e minerale (2 faccini e mezzo). Il Collioure Puig Oriol 2009 contiene della syrah, è più beverino e speziato (2+ faccini). Il Collioure Puig Ambeille 2010 ha invece della mouvèdre accanto al grenache ed è il più completo e dinamico (2 faccini e mezzo). Tutti i vini non vedono il legno e hanno un prezzo molto onesto. Il Memoire d’Automne vin de voile è simile a un Vin Jaune dello Jura, morbido e non lunghissimo, ha un naso medicinale (1+ faccini), mentre il Banyuls Vin de Méditation deriva da una solera del 1952, ha note di caffè e frutta secca, è semplice e si beve con piacere (2 faccini).
Appuntamento a martedì prossimo con la quarta puntata, dedicata a Rhone e Jura.
8 febbraio 2012
Naturali parte 2: Borgogna e altro
Mario Plazio
Proseguo l'illustrazione delle mie impressioni al salone dei vini naturali Dive Bouteille, nella Loira. Dopo aver detto ieri dello Champagne e di qualche delusione, eccomi alla Borgogna.In Borgogna le cose vanno piuttosto bene, con alcune scoperte davvero interessanti.
Tra i classici, il Domaine Valette illustra al meglio lo chardonnay del Maçonnais. Il Maçon Village 2009 ha colonna vertebrale e vivacità (2+ faccini), il Viré-Clessé 2008 ha un tocco ossidativo e profuma di burro (2 faccini), il Pouilly-Fuissé 2008 è didattico, burro e crosta di pane, buona la densità e la freschezza (2 faccini e mezzo).
Non conoscevo il Domaine JM Berrux che mi ha fatto assaggiare un Saint Romain blanc 2010 dalle note verdognole e dal bell’equilibrio (2- faccini), un Saint Romain rouge 2010 vinificato con il raspo, solido e fresco (2+ faccini) e un Beaune 2010 chiuso, ma dal palato elegante e molto ben fatto (2 faccini e mezzo).
Altra bella scoperta la Maison Marion, con vini alternativi e divertenti, come il Bourgogne Très-Libre 2010, pinot nero vinificato come un Beaujolais, leggero, poco alcolico e dalla beva prodigiosa (2 faccini e grande vinino) e il Bourgogne Rosé 2010 rinfrescante come una bibita estiva (1 faccino).
Il Domaine Chassoney si trova a Saint Romain e vinifica tradizionalmente, con macerazioni senza diraspamento dei grappoli e in assenza di SO2. I vini sono fin troppo austeri e duri, forse si potranno assaggiare tra 10 anni. Per l’intanto il Volnay 1er cru 2010 è potente e scomposto, ma rivela potenziale di crescita (2 faccini), il Pommard 1er cru Les Puzerolles 2010 ha un bel naso ma in bocca ha troppi tannini e chiude amaro (1 faccino) e il Chambolle-Musigny 2010 è sulla stessa linea (1 faccino). Vorrei sentire qualche annata più vecchia, che rischia di essere fantastica, oggi però i vini sono imbevibili.
Grandissimo Christophe Pacalet, i cui vini respirano davvero aria di Borgogna. Vinificazioni tradizionali, come una volta, a grappoli interi e senza solforosa per l’espressione del terroir e dei lieviti indigeni. Puligny-Montrachet 2010 fine, appena boisé e teso al palato dove si sente il miele. (2+ faccini). Nuits Saint-Georges 2009 dal frutto e acidità bilanciati, naso strepitoso (3- faccini) e Chambolle-Musigny 1er cru 2010 ancora più fine e speziato, sarà grande (3 faccini).
Dal vicino Beaujolais viene il Domaine Marcel Lapierre, il cui Morgon 2011 è ancora impossibile da giudicare in quanto tirato dalla botte e ridotto. (2 faccini di stima, forse più).
Ottimo il Morgon 2009 del Domaine Descombes, pieno di frutto e con un bel futuro davanti (3 faccini).
Non ho molto capito i vini del Domaine Chamonard, le cui bottiglie erano troppo calde, sembravano fini e bevibili, ma le condizioni di degustazione non erano buone.
Classico il Morgon 2010 del Domaine Jean-Paul Thévenet (2 faccini).
Per oggi mi fermo qui. Domani si prosegue ripartendo dall'Alsazia.
7 febbraio 2012
Naturali parte 1: nessun litigio in Francia
Mario Plazio
Giuro che non ci siamo messi d’accordo. Non avevo idea che il direttorissimo Angelo Peretti avrebbe scritto qualcosa sul manifesto della Dive Bouteille. Ecco, io a quella manifestazione ci sono proprio andato. Confermo che il luogo, i frequentatori e le bottiglie erano piuttosto fuori di testa. Mi dicono che il nome della manifestazione arriva dallo scrittore di casa in Loire, Rabelais, e che dovrebbe essere l’abbreviazione di “divine”.
Il castello di Brézé, vicino a Saumur, è spettacolare: pietra gialla, forme proporzionate, ambiente suggestivo e rilassante. L’ideale insomma per una degustazione di vini naturali. I viticoltori erano stipati nelle cantine del castello, una ambientazione ricca di pathos.
Il salone è uno dei tanti eventi “off” che accompagnano l’importante Salon des Vins de Loire. La prima considerazione che mi viene in mente riguarda la totale assenza di polemica tra i vari saloni. Ciascuno organizza il suo senza che questo susciti risentimento da parte di nessuno. Da noi il fatto che ci siano due o tre eventi di vini naturali in concomitanza del Vinitaly continua ad alimentare noiose polemiche tra veri o supposti guru che vorrebbero che tutto e tutti finissero nello stesso calderone. Forse per poi ammaestrare i produttori con le proprie teorie. Senza pensare al fatto che ognuno ha il diritto di avere una propria posizione e che, se anche si volessero unire tutte le forze, non sarebbe più possibile trovare un luogo adatto ad ospitare tutti gli espositori.
Impossibile e troppo lungo un resoconto completo della manifestazione. Mi limiterò a proporre nomi nuovi o interessanti (alcuni sono a Villa Favorita e non li ho assaggiati) e a comunicare alcune mie perplessità. Iniziamo proprio da queste. La delusione principale riguarda le tre aziende di Champagne presenti. La mia impressione (confortata da un altro degustatore ed esperto della zona) è che anche i piccoli vigneron, tirati per la giacchetta da una crescita esponenziale della domanda, stiano accorciando i tempi di maturazione dei vini prima del dégorgement. Col risultato di fornire vini poco complessi, stanchi e piatti. Cosa che non accadeva pochi anni fa, quando avevano bisogno di farsi conoscere ed era l’entusiasmo a dominare più che il mercato.
Vouette et Sorbée ha un Blanc d’Argile 2009 (già il 2009…) molto compresso nel finale (1 faccino e mezzo) e un Fidèle (base 2009 non dichiarata) potente ma corto e dal finale di mela cotta (2 – faccini).
Larmandier-Bernier presenta un Blanc de Blancs 1er cru sottile e salino, stanco in bocca (1+ faccini), un Terre De Vertus 2006 sapido, elegante, a cui manca solo un pizzico di tensione in bocca (2 faccini), un Vieilles Vignes de Cramant 2005 minerale e solare, dal legno percettibile, che nel finale vira troppo verso l'ossidazione (2+ faccini) e un Rosé de Saignée 1er cru ben fatto e vinoso (2+ faccini).
Deludente infine Jerome Prevost, La Closerie, Cuvée Les Béguines, (ancora una base 2009…) anche qui non abbastanza complesso e piatto, stanco e ossidato (1 faccino).
Domani proseguo col resto, a cominciare dalla Borgogna.
Giuro che non ci siamo messi d’accordo. Non avevo idea che il direttorissimo Angelo Peretti avrebbe scritto qualcosa sul manifesto della Dive Bouteille. Ecco, io a quella manifestazione ci sono proprio andato. Confermo che il luogo, i frequentatori e le bottiglie erano piuttosto fuori di testa. Mi dicono che il nome della manifestazione arriva dallo scrittore di casa in Loire, Rabelais, e che dovrebbe essere l’abbreviazione di “divine”.
Il castello di Brézé, vicino a Saumur, è spettacolare: pietra gialla, forme proporzionate, ambiente suggestivo e rilassante. L’ideale insomma per una degustazione di vini naturali. I viticoltori erano stipati nelle cantine del castello, una ambientazione ricca di pathos.
Il salone è uno dei tanti eventi “off” che accompagnano l’importante Salon des Vins de Loire. La prima considerazione che mi viene in mente riguarda la totale assenza di polemica tra i vari saloni. Ciascuno organizza il suo senza che questo susciti risentimento da parte di nessuno. Da noi il fatto che ci siano due o tre eventi di vini naturali in concomitanza del Vinitaly continua ad alimentare noiose polemiche tra veri o supposti guru che vorrebbero che tutto e tutti finissero nello stesso calderone. Forse per poi ammaestrare i produttori con le proprie teorie. Senza pensare al fatto che ognuno ha il diritto di avere una propria posizione e che, se anche si volessero unire tutte le forze, non sarebbe più possibile trovare un luogo adatto ad ospitare tutti gli espositori.
Impossibile e troppo lungo un resoconto completo della manifestazione. Mi limiterò a proporre nomi nuovi o interessanti (alcuni sono a Villa Favorita e non li ho assaggiati) e a comunicare alcune mie perplessità. Iniziamo proprio da queste. La delusione principale riguarda le tre aziende di Champagne presenti. La mia impressione (confortata da un altro degustatore ed esperto della zona) è che anche i piccoli vigneron, tirati per la giacchetta da una crescita esponenziale della domanda, stiano accorciando i tempi di maturazione dei vini prima del dégorgement. Col risultato di fornire vini poco complessi, stanchi e piatti. Cosa che non accadeva pochi anni fa, quando avevano bisogno di farsi conoscere ed era l’entusiasmo a dominare più che il mercato.
Vouette et Sorbée ha un Blanc d’Argile 2009 (già il 2009…) molto compresso nel finale (1 faccino e mezzo) e un Fidèle (base 2009 non dichiarata) potente ma corto e dal finale di mela cotta (2 – faccini).
Larmandier-Bernier presenta un Blanc de Blancs 1er cru sottile e salino, stanco in bocca (1+ faccini), un Terre De Vertus 2006 sapido, elegante, a cui manca solo un pizzico di tensione in bocca (2 faccini), un Vieilles Vignes de Cramant 2005 minerale e solare, dal legno percettibile, che nel finale vira troppo verso l'ossidazione (2+ faccini) e un Rosé de Saignée 1er cru ben fatto e vinoso (2+ faccini).
Deludente infine Jerome Prevost, La Closerie, Cuvée Les Béguines, (ancora una base 2009…) anche qui non abbastanza complesso e piatto, stanco e ossidato (1 faccino).
Domani proseguo col resto, a cominciare dalla Borgogna.
2 febbraio 2012
Amarone in Villa parte due
Mario Plazio
Proseguo l'illustrazione delle impressioni degli assaggi effettuati ad Amarone in Villa, il 18 gennaio, a Villa de Winkels, a Tregnago.Qui di seguito un'altra ventina di vini dopo i primi dieci di ieri.
Altre aziende sono state assaggiate, ma non ho attribuito punteggi. Dovendo trarre una conclusione, posso solo dire che mi ha fatto piacere trovare alcuni base (Tommasi e Tedeschi) centrati e di beva eccellente, segno forse di uno spostamento dello stile verso una maggiore sorbevolezza. Non posso che rallegrarmene. Al contrario, molte cantine insistono su materie possenti e legni invasivi che sicuramente non aiutano il consumatore a capire il territorio. Questo, mi si perdoni la franchezza, sembra più un espediente per poter giustificare certi prezzi, che una necessità espressiva. Teniamo conto che stiamo andando verso un tipo di approccio al cibo sempre meno stratificato e con un occhio alla leggerezza. Dove li mettiamo ‘sti Amaroni palestrati?
Tra le aziende “giovani” luci e ombre. Qualcosa sembra comunque muoversi e questo non può che far piacere. Vedremo nel corso degli anni se anche gli ultimi arrivati affineranno il loro stile.
Amarone della Valpolicella Classico Rossan 2006 Terre di Pietra
Un vino originale caratterizzato da una notevole dinamica gustativa. Più profondo che largo, ha un pizzico di volatile che accompagna e sottolinea il frutto. 88/100
Amarone della Valpolicella Zovo
2007 Pietro Zanoni
Interpretazione personale, marino e note fruttate più tipiche che
virano alla prugna. Moderno nel senso migliore del termine, potente
senza essere volgare con una buona acidità. Perde solo di continuità nel
finale per eccesso di rovere. 87/100
Amarone della Valpolicella Classico 2007 Allegrini
Naso che manca in parte di finezza,
al palato è piuttosto tannico e scomposto. Forse è in un momento non
felice, val la pena di risentirlo. 84/100
Amarone della
Valpolicella Classico 2006 Allegrini
Più piccolino del precedente, ne ricalca in parte
gli aspetti più difficili. Entrambi sono stati serviti da doppi magnum,
per cui potrebbe essere un problema di affinamento (e di
temperatura). 83/100
Amarone della Valpolicella
2006 Corte Canella
Piccolissima produzione (meno di 1000 bottiglie) di una azienda ai
suoi primi passi. Esprime concentrazione ed è frenato da un eccesso di
alcol e tannini. Non ha però le note amare riscontrate in altri campioni
e si beve gradevolmente. 80/100
Amarone della
Valpolicella Vigneto Tremenel 2006 Villa Erbice
Piuttosto evoluto, non esercita una
grande pressione sul palato e tutto sommato si beve facilmente, anche se
è un po’ piccolino. 83/100
Amarone della Valpolicella
Vigneto Tremenel 2005 Villa Erbice
Molto diverso nello stile dal precedente,
evidente la ricerca di concentrazione, china e rovere al palato,
piuttosto secco e tagliente. Non mi convince. 78/100
Amarone della Valpolicella Plenum 2004 Villa
Canestrari
Naso speziato, anche
troppo. Poi fiori, menta, sotto si sente il vino che palpita. Facile. 85/100
Amarone della Valpolicella Riserva 2005 Villa Canestrari
Anche qui lo stile
cambia, il vino è monocorde, stanco forse a causa del prolungato
affinamento, con note dolci di marzapane e caramella poco gradevoli. 79/100
Amarone della Valpolicella 2007 Marion
Invitante e
fresco, note erbacee e di marasca. Ancora giovane e austero, ha i mezzi
per evolvere molto positivamente. Buon compromesso tra eleganza e
potenza. 91/100
Amarone della Valpolicella Classico 2006 Marchesi Fumanelli
Semplice e ben fatto, senza grandi ambizioni ma gradevole. 81/100
Amarone della Valpolicella 2007 Fattoria
Garbole
Ecco una versione di Amarone
moderno, concentrato ma bilanciato nei suoi elementi. Certo c’è un uso
disinvolto del legno, ma il vino c’è e si sente, ad esempio vi è una
sottile florealità. E poi i tannini sono eleganti e non c’è sensazione
di amaro. Migliorerà sicuramente tra 5-10 anni. 90/100
Amarone della Valpolicella 2006 Tenuta
S. Maria alla Pieve
Reticente al naso,
non fa molto per farsi ricordare, uscendo rapidamente dal palato. Non
ha punti negativi ma dovrebbe esibire più personalità. 82/100
Amarone della
Valpolicella Classico Ca’ Florian 2007 Tenuta
S. Maria alla Pieve
Più ambizioso del base, va alla
ricerca della morbidezza perdendo in finezza e lunghezza. Fin troppo
piacione e sferico. 79/100
Amarone della Valpolicella
Classico 2006 Terre di Leone
Torniamo su vini dal profilo più slanciato. Morbido e
accogliente, si segnala per note salmastre davvero intriganti.
Persistente e fine. 89/100
Amarone della Valpolicella
Casa del Bepi 2006 Viviani
Elegante e slanciato nonostante la densità. Bravo
Claudio a non farsi scappare la mano, riuscendo a mettere insieme
potenza e finezza (terroir). Ancora molto giovane. 90/100
Amarone della Valpolicella Basaltico 2005 Ernesto Ruffo
Ben fatto e tonico,
sembra però compiacersi del proprio frutto e si imbriglia nel rovere. 79/100
Amarone della Valpolicella Basaltico 2004 Ernesto Ruffo
Meglio del
precedente, probabilmente perché c’è meno materia e il liquido è più
spontaneo. Peccato il finale dolcino di spezie e rovere, avrebbe potuto
essere più interessante. 81/100
1 febbraio 2012
Amarone in Villa parte uno
Amarone in Villa,
la manifestazione svoltasi a Villa de Winckels, a Tregnago, il 18 gennaio, è stata
l'Anteprima dell’Anteprima? La questione non è forse tra le più
appassionanti. Rimane la sensazione di una ennesima divisione, di un
mostrarsi al pubblico e alla stampa come pezzi di un mosaico che non
arriva mai a comporsi. La cornice è invero molto bella, Villa de Winkels
è affascinante e i padroni di casa si sono mostrati accoglienti e in
grado di far sentire a proprio agio produttori e pubblico. Eccellente
anche il cibo, non un semplice contorno ai vini. Non potendo quest’anno
partecipare all'Anteprima istituzionale dell’Amarone 2008 ho colto
comunque l’occasione per farmi una idea di cosa bolle… in bottiglia per
il vino simbolo della Valpolicella.
I produttori presenti comprendevano un buon numero di aziende note e celebrate, accanto ad altre a me sconosciute e che mi interessava particolarmente tastare.
Di seguito le mie considerazioni su una prima decina di vini. Altri, una ventina, seguiranno domani.
Amarone della Valpolicella Valpantena 2006 Tezza
Alcolico e ancora segnato dal legno. Pungente, cacao e boero. Moderno e morbido nel finale, con una nota di agilità che fa tanto Valpantena. 84/100
Amarone della Valpolicella Classico 2007 Tedeschi
Inizialmente freddino, con i minuti si apre e sorprende per la finezza floreale che invita a berne senza problemi. Spigliato, una versione base esemplare. 88/100
Amarone della Valpolicella Classico Capitel Monte Olmi 2007 Tedeschi
Più chiuso e compatto, sembra vivere una fase di ripiegamento che lo rende austero. Accanto a cuoio si affacciano note agrumate e ancora i fiori. Al palato non cerca troppo la concentrazione e questo è un pregio. La valutazione sarà sicuramente più elevata tra qualche anno, al momento è più pronto il base. 87/100
Amarone della Valpolicella Classico 2004 Bertani
Un classico, di nome e di fatto. Dà il meglio di sé in bocca, setoso ed impalpabile, progressivo e mai invadente. Non avrà la potenza del 2003, ma va bene così. 93/100
Amarone della Valpolicella 2006 San Cassiano
Snello e fine, molto floreale e Mazzano fino al midollo. Secco ed equilibrato, non cerca sdolcinature. Elegante e grande beva nonostante l’alcol. Una sorpresa. 90/100
Amarone della Valpolicella Classico 2007 Monte Dall’Ora
Gradevole e croccante, solare per la maturità e fresco nello sviluppo. Erbe, liquirizia, ancora molto giovane e destinato a crescere. 91/100
Amarone della Valpolicella Classico Moropio 2008 Antolini
Fine ed elegante, spezie e frutto, si beve con piacere. Bei tannini. 89/100
I produttori presenti comprendevano un buon numero di aziende note e celebrate, accanto ad altre a me sconosciute e che mi interessava particolarmente tastare.
Di seguito le mie considerazioni su una prima decina di vini. Altri, una ventina, seguiranno domani.
Amarone della Valpolicella Valpantena 2006 Tezza
Alcolico e ancora segnato dal legno. Pungente, cacao e boero. Moderno e morbido nel finale, con una nota di agilità che fa tanto Valpantena. 84/100
Amarone della Valpolicella Classico 2007 Tedeschi
Inizialmente freddino, con i minuti si apre e sorprende per la finezza floreale che invita a berne senza problemi. Spigliato, una versione base esemplare. 88/100
Amarone della Valpolicella Classico Capitel Monte Olmi 2007 Tedeschi
Più chiuso e compatto, sembra vivere una fase di ripiegamento che lo rende austero. Accanto a cuoio si affacciano note agrumate e ancora i fiori. Al palato non cerca troppo la concentrazione e questo è un pregio. La valutazione sarà sicuramente più elevata tra qualche anno, al momento è più pronto il base. 87/100
Amarone della Valpolicella Classico 2004 Bertani
Un classico, di nome e di fatto. Dà il meglio di sé in bocca, setoso ed impalpabile, progressivo e mai invadente. Non avrà la potenza del 2003, ma va bene così. 93/100
Amarone della Valpolicella Classico 2008 Tommasi
Aromi di viola e ciliegia,
semplice e senza complicazioni, un amarone perfetto per la ristorazione e
che va giù con piacere. Ottimo lavoro. 85/100 Amarone della Valpolicella 2006 San Cassiano
Snello e fine, molto floreale e Mazzano fino al midollo. Secco ed equilibrato, non cerca sdolcinature. Elegante e grande beva nonostante l’alcol. Una sorpresa. 90/100
Amarone della Valpolicella Classico 2007 Monte Dall’Ora
Gradevole e croccante, solare per la maturità e fresco nello sviluppo. Erbe, liquirizia, ancora molto giovane e destinato a crescere. 91/100
Amarone della Valpolicella Classico 2005 Le Ragose
Il carattere degli Amaroni di casa Galli non cambia. Finezza, beva
esemplare per la categoria, niente di eccessivo, eppure non manca nulla.
Lontano dai vini da concorso. 90/100Amarone della Valpolicella Classico Moropio 2008 Antolini
Fine ed elegante, spezie e frutto, si beve con piacere. Bei tannini. 89/100
Amarone della Valpolicella Classico Ca’ Coato 2008 Antolini
Se possibile ancora più elegante, melograno,
ciliegia e agrumi. Vellutato. Anche se giovane è già molto buono. 93/100
26 maggio 2011
Una verticale del Cabernet Due Santi del Vigneto Due Santi
Mario Plazio
Tra i numerosi tagli bordolesi veneti, il Cabernet Due Santi prodotto a Bassano dai cugini Adriano e Stefano Zonta si è saputo imporre nel corso degli anni come un vino di grande personalità e dalla crescente eleganza. Questo è il resoconto di una verticale di alcune annate di questo rosso composto classicamente da un assemblaggio di cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc.
2006. Colore non troppo intenso. Naso che sente ancora un legno di buona finezza, poi spezie, erbe, carne e fiori. Bocca ancora in corso di assestamento, alcolica, ma tenuta da una solida materia e dall’acidità. Finale segnato dai tannini, che risultano molto maturi e presenti. Coi minuti il quadro si fa più elegante, escono la liquirizia e ancora le erbe. Da attendere. 89/100
2005. Più intenso cromaticamente. È in una fase complicata, di chiusura. Con pazienza restituisce frutti rossi, agrumi e una nota terrosa. Al palato è contemporaneamente più elegante e sferico del 2006. I tannini hanno una dinamica diversa: entrano in azione velocemente. Il finale è segnato dal rovere per la nota lattica, mentre l’inizio del palato sembra peccare di un pizzico di diluizione. Anche questo ha bisogno di ritrovarsi in bottiglia. 86/100
2004. Limpido e giovanile nei riflessi. Sembra più compiuto, è senz’altro uno dei più fini. Aromi di more, erbe, grafite, coi minuti accentua il carattere balsamico. Compatto e diretto ha un bel ritmo. Agrumato e complesso, non insiste sulla concentrazione ma sulla continuità delle sensazioni. Forse il più bordolese della serie, e penso sia un bel complimento. 92/100
2003. Più cupo ed intenso, vive già di note terziarie, che virano sul cuoio e la gomma. E poi liquirizia, composta di frutta, tabacco. Potente ed alcolico, rivela anche note verdoline, per una probabile insufficiente maturazione polifenolica. Ne risulta una minore complessità e un vino più prevedibile, con una certa sensazione di amaro nel finale. D’altra parte l’annata sappiamo come è andata. 84/100
2002. Colore rubino, bel naso che denuncia una certa evoluzione. Molto aperto, odora di confettura di lampone. È’ pronto, godibile, forse un pelino semplice, ma giustamente si affida alla facilità di beva senza cercare troppo la concentrazione che evidentemente non era nelle corde di quella vendemmia. Da bere.
84/100
2000. Colore denso e ancora giovanile. Naso macerato, vinoso, la complessità comincia a mostrare i propri segni. Ad esempio con le note ferrose, saline (capperi), accanto al cuoio e alle spezie. Il tutto senza nessuna forzatura. La potenza si rivela al palato, dove forse prevalgono i muscoli sulla eleganza. I tannini sono maturi, mentre il finale ricorda la liquirizia, le olive e l’infuso d’erbe. 89/100
1999. Colore non troppo cupo con note di evoluzione. È tra i più evoluti ed intriganti. Piacciono gli aromi di terra bagnata, roccia, tabacco fresco, acqua di mandorle. È meno loquace al palato rispetto al 2000, risultando per questo più sottile ed elegante, con una maggiore persistenza. 90/100
Nel complesso un vino dalle grosse potenzialità che comincia a prendere una dimensione interessante grazie all’invecchiamento del vigneto e all’esperienza dei due vignaioli. Come i buoni bordolesi, va atteso, anche a lungo perché possa rivelare tutte le sfumature di cui è capace. Forse una piccola riflessione potrebbe essere fatta sull’apporto del legno, che nei primi anni di vita del vino tende talvolta a debordare.
Tra i numerosi tagli bordolesi veneti, il Cabernet Due Santi prodotto a Bassano dai cugini Adriano e Stefano Zonta si è saputo imporre nel corso degli anni come un vino di grande personalità e dalla crescente eleganza. Questo è il resoconto di una verticale di alcune annate di questo rosso composto classicamente da un assemblaggio di cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc.
2006. Colore non troppo intenso. Naso che sente ancora un legno di buona finezza, poi spezie, erbe, carne e fiori. Bocca ancora in corso di assestamento, alcolica, ma tenuta da una solida materia e dall’acidità. Finale segnato dai tannini, che risultano molto maturi e presenti. Coi minuti il quadro si fa più elegante, escono la liquirizia e ancora le erbe. Da attendere. 89/100
2005. Più intenso cromaticamente. È in una fase complicata, di chiusura. Con pazienza restituisce frutti rossi, agrumi e una nota terrosa. Al palato è contemporaneamente più elegante e sferico del 2006. I tannini hanno una dinamica diversa: entrano in azione velocemente. Il finale è segnato dal rovere per la nota lattica, mentre l’inizio del palato sembra peccare di un pizzico di diluizione. Anche questo ha bisogno di ritrovarsi in bottiglia. 86/100
2004. Limpido e giovanile nei riflessi. Sembra più compiuto, è senz’altro uno dei più fini. Aromi di more, erbe, grafite, coi minuti accentua il carattere balsamico. Compatto e diretto ha un bel ritmo. Agrumato e complesso, non insiste sulla concentrazione ma sulla continuità delle sensazioni. Forse il più bordolese della serie, e penso sia un bel complimento. 92/100
2003. Più cupo ed intenso, vive già di note terziarie, che virano sul cuoio e la gomma. E poi liquirizia, composta di frutta, tabacco. Potente ed alcolico, rivela anche note verdoline, per una probabile insufficiente maturazione polifenolica. Ne risulta una minore complessità e un vino più prevedibile, con una certa sensazione di amaro nel finale. D’altra parte l’annata sappiamo come è andata. 84/100
2002. Colore rubino, bel naso che denuncia una certa evoluzione. Molto aperto, odora di confettura di lampone. È’ pronto, godibile, forse un pelino semplice, ma giustamente si affida alla facilità di beva senza cercare troppo la concentrazione che evidentemente non era nelle corde di quella vendemmia. Da bere.
84/100
2000. Colore denso e ancora giovanile. Naso macerato, vinoso, la complessità comincia a mostrare i propri segni. Ad esempio con le note ferrose, saline (capperi), accanto al cuoio e alle spezie. Il tutto senza nessuna forzatura. La potenza si rivela al palato, dove forse prevalgono i muscoli sulla eleganza. I tannini sono maturi, mentre il finale ricorda la liquirizia, le olive e l’infuso d’erbe. 89/100
1999. Colore non troppo cupo con note di evoluzione. È tra i più evoluti ed intriganti. Piacciono gli aromi di terra bagnata, roccia, tabacco fresco, acqua di mandorle. È meno loquace al palato rispetto al 2000, risultando per questo più sottile ed elegante, con una maggiore persistenza. 90/100
Nel complesso un vino dalle grosse potenzialità che comincia a prendere una dimensione interessante grazie all’invecchiamento del vigneto e all’esperienza dei due vignaioli. Come i buoni bordolesi, va atteso, anche a lungo perché possa rivelare tutte le sfumature di cui è capace. Forse una piccola riflessione potrebbe essere fatta sull’apporto del legno, che nei primi anni di vita del vino tende talvolta a debordare.
4 febbraio 2011
Amarone 2007: il vero protagonista è stato il clima
Consueta kermesse di inizio anno, l’anteprima dell’Amarone permette di cominciare a costruirsi una immagine di quello che sarà l’Amarone prossimo venturo. Le impressioni raccolte tra i corridoi della Fiera di Verona e quelle mie personali parlano di una manifestazione che comincia a mostrare qualche segnale di stanchezza e che avrebbe bisogno di un deciso “lifting”. Non è questa la sede per parlarne, ma l’esigenza di rinnovare la formula mi sembra molto concreta.
Andando subito al profilo del vino targato 2007, risalta subito all’attenzione come il vero protagonista sia stato il clima. La stagione è stata la più precoce degli ultimi settant'anni, grazie ad un aprile caldissimo e ad una estate piuttosto siccitosa. Questo ha favorito (almeno sulla carta) i vigneti di collina, più protetti e meno soggetti alle scottature. L’acidità è stata abbastanza bassa, ma equilibrata. Caldo anche il cruciale momento dell’appassimento, con un ulteriore avanzamento delle date della pigiatura al fine di evitare gradazioni fuori controllo. L’altro elemento che dovrebbe fornire opportuni spunti di riflessioni è venuto dalla relazione del presidente del consorzio Luca Sartori. L’annosa questione è quella del numero di bottiglie prodotte. Tra il 1997 e il 2010 si è passati da 1,5 a circa 13 milioni di unità. Tra il 2009 e il 2010 si è compiuto un balzo con annessa giravolta: da 9 a 13 milioni. Cosa significhi tutto ciò nel contesto economico, o meglio macro-economico, è facilmente intuibile. Inoltre non si potranno non avere negative ripercussioni sull’altro vino del territorio, quel Valpolicella che ne porta il nome, ma che fatica e trovare una precisa identità.
Sarete a questo punto ansiosi di sapere come ho visto l’annata 2007. Lo dico subito. Diversamente da come l’ha vista chi l’ha presentata alla stampa.
Mi è parso (potrei anche dire ci è parso) che il tratto caratterizzante dei vini sia una incompleta maturità polifenolica, con conseguenti e accentuati elementi erbacei o vegetali. Molto spesso i vini hanno mostrato un profilo non completamente armonico, in alcuni casi erano fin troppo evoluti o non abbastanza equilibrati nelle loro componenti. In questo possono ricordare i vini del 2003. Sicuramente una maturazione più lunga e più avanzata nel tempo ci consegnerà dei vini più raffinati e preparati ad affrontare un lungo affinamento. Un certo numero di vini presentava anche un eccesso di rovere, quasi si sia cercato di “ammaestrare” la materia con il ricorso a legni fin troppo aggressivi. Tra le note positive invece, ho riscontrato una minore ricerca della pura potenza, il che ha portato a vini di più facile ed immediata bevibilità e di gradazione più moderata. Una strada sicuramente da seguire. Difficili nel complesso i giudizi, visto che parte dei vini era in bottiglia e parte è stata prelevata dalla botte. Non sappiamo quindi quale sarà il vero volto di questi Amaroni una volta in bottiglia. Proprio per questo non vorrei parlare nel dettaglio dei vini degustati, che credo meritino un giudizio più pacato e su campioni definitivi. L’impressione è quella che nel corso di queste degustazioni i migliori (quelli che lo sono abitualmente) siano sempre piuttosto sottotono, mentre i produttori meno quotati escono con più enfasi (e anche questo dovrebbe far riflettere). Una brevissima segnalazione di alcune etichette che mi sono piaciute, con l’impegno di risentirle in futuro: Tedeschi, Gamba, Tenuta Sant’Antonio, Benedetti Corte Antica, Salvaterra, Valentina Cubi, Speri e Cavalchina.
Attendo inoltre di vedere come sono i vini di quei produttori che non hanno potuto o voluto partecipare all’anteprima. Spero possano farlo nei prossimi anni per consentire a tutti i presenti di crearsi una idea più completa del millesimo.
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