Angelo PerettiHo già avuto altre volte occasione di riprendere gli editoriali che Matt Kramer (è lui nella foto qui accanto) firma su Wine Spectator. Già, quando m'arriva a casa la rivistona a stell'e strisce, ammetto che la prima cosa che vado a leggere è proprio il suo pezzo. Sono un suo fan, insomma.
Stavolta, sul numero di marzo, pubblica il suo "Manifesto 2010". Che invita i vigneron alla trasparenza. Chiedendosi: "Perché le aziende vinicole sono così riluttanti nel dire come fanno i loro vini? Colpa vostra, vedete".
Già, per farla breve e sintetizzare un po' a modo mio, è così che dicono i produttori, secondo Kramer: "Non diciamo di più perché la gente non capirebbe". Oppure: "Alla gente non interesserebbe". E invece capirebbe, oh, se capirebbe, e gl'interesserebbe. Perché? Perché, scrive l'editorialista di WS, le cose stanno così: "Nell'epoca dei web site, dei blog e delle applicazioni dello smartphone, l'abilità di raggiungere un pubblico non mediato da, be', gente come me, è senza precedenti. Diteci cosa fate e perché lo fate. Non siamo stupidotti come sembriamo".
E che cosa dovrebbero mai dire i produttori a quei finti scemolotti dei loro clienti? Parecchie cose, che non sono però quelle - o non tanto quelle - che gli iper-razionalisti vorrebbero a mo' di lista degli ingredienti sulle etichette. No, dovrebbero dire la verità, per esempio, su quant'alcol c'è davvero in bottiglia, ché la normativa permette di essere un po' troppo flessibili: mezzo grado di tolleranza da noi, perfino un grado e mezzo negli Stati Uniti quando si dichiarano meno di quattordici gradi (ed è una follia). Oppure spiegare se si sono adottate tecniche di dealcolizzazione, qualunque essa sia. Ovvero se si sia ritoccata l'acidità, e come. E via discorrendo. Tutte informazioni interessanti, ma mica per far le pulci alle aziende e alle loro pratiche di cantine. Semplicemente perché è bene dire, così come è bene sapere.
Ecco, quest'è una cosa che effettivamente il mondo del vino non fa: dire cosa succede in cantina. Spiegare, parlare, comunicare. Non per giustificare, ma per informare. Per creare un clima di fiducia. Per non trattare il cliente da stupidotto, perché sì, nell'epoca di internet, c'è sempre più gente che la sera smanetta sulla tastiera. E magari può scopriore segreti inconfessabili per chissà quale via. Meglio giocare d'anticipo. La trasparenza oggi può essere una buona pratica di marketing.





















