10 dicembre 2010

Soave Monte Fiorentine 2007 Cà Rugate

Mario Plazio
Una versione fine ed elegante del Monte Fiorentine, forse non la più complessa e potente, ma fragrante e piacevolissima.
Colpisce la capacità di mettere insieme note più vegetali (basilico) a cenni di maturità che sfumano nell’esotico.
Melone, mandorla, pietra e ruggine caratterizzano il naso, mentre al palato il liquido parte bene per restare un po’ carente nelle fasi seguenti. Manca l’incisività di alcune altre versioni, che riescono ad andare più a fondo.
Rimane l’impressione di un vino ben fatto, per nulla forzato e per questo apprezzabile per la sua spontaneità. Probabilmente l’annata non poteva dare di più.
Due faccini + :-) :-)

9 dicembre 2010

Già: sull'etichetta ci si è... già ripensato?

Angelo Peretti
Anche se mi sono "schierato", non vorrei sembrare un persecutore del Già, il nuovo vino ideato da Fontanafredda e da quel genio del marketing che è Oscar Farinetti, se torno in argomento. Il fatto è che non riesco a capire quale sia l’etichetta “giusta”.
Se si va sul sito del Già (probabilmente... già un po' datato) e si cerca all’interno della Press Area, si trova un file con l’immagine (probabilmente provvisoria) dell’etichetta, sulla quale è scritto, fra l’altro: “Non supera gli 11 gradi”. Se sullo stesso sito si guardano invece altre immagini, tra cui quella del direttore commerciale della Fontanafredda appoggiato a una bottiglia di Già, si nota che la frasetta è sostituita con: “Di bassa gradazione alcolica”. La cosa non è indifferente, e penso che l'etichetta "giusta" sia la seconda.
Potrei sbagliarmi, giacché non sono un super esperto di lesislazione vinicola, ma il problema credo sia questo: il Già è un Langhe rosso doc, per il quale la gradazione minima ammessa dal disciplinare di produzione è di 11 gradi. Ma se l’etichetta dicesse che “non supera gli 11 gradi” vorrebbe dire che il vino ha una gradazione alcolica "esattamente" di 11 gradi, per non contraddire da un lato il disciplinare (gradazione minima 11 gradi) e dall’altro l’etichetta (“non supera gli 11 gradi”), cosa difficilissima da ottenere dal punto di vista tecnico (la difficoltà di "centrare" alla perfezione una certa gradazione è tale che la normativa corrente consente non a caso una tolleranza di mezzo grado tra l’effettiva gradazione e l’indicazione contenuta in etichetta, ma ritengo che questa tolleranza non sia ammessa qualora si sfondi “in basso” la gradazione minima prevista dal disciplinare).
Se dunque - come presumo - l’etichetta “giusta” è la seconda, quella che dice che il Già è “di bassa gradazione alcolica”, allora vuol dire che rispetto alla prima versione in Fontanafredda ci si è ripensato, il che è segno d'intelligenza (e non ne avevo alcun dubbio, vista la sagacia di Farinetti). Ma poiché il ripensamento è saggiamente attuato in Fontanafredda, spero - auspico - ci si ripensi anche riguardo allo spot televisivo, togliendo il riferimento a Serralunga e l’immagine delle botti di legno. Sarebbe una bella cosa (così come sarebbe bello che il sito del Già riportasse l’etichetta corretta: o è una, o è l’altra).

8 dicembre 2010

Nasce vinino.it

Angelo Peretti
Era il 26 ottobre del 2009 quando su quest'InternetGourmet pubblicavo il mio Elogio del vinino ovvero Manifesto per la piacevolezza dei vini da bere.
Sostenevo il piacere dei vini semplici ma non banali. Dei vini che accompagnano la tavola e la chiacchiera, e dunque il convivere, lo stare assieme. Che vogliono stare con cibo e con la gente avendo alle spalle una storia, una tradizione, una cultura, un'identità.
Sembra ieri, ma da allora molte cose sono cambiate nel mondo del vino.
L'11 dicembre 2010, a Ferrara, nell'ambito di Vinix Live! presenterò una mia nuova avventura: nasce vinino.it, un blog dedicato alla piacevolezza dei vini da bere.
Se volete saperne di più, vinino.it lo aprite cliccando qui.
Ps: mica è un caso se oggi qui sotto cito Lambrusco & Pop Corn e pubblico la recensione, curata da Mario Plazio, di uno strepitoso vinino francese.

Lambrusco e pop corn

Lambrusco & pop corn
non è così facile
perchè prima e dopo il sogno c'è
la vita da vivere, vivere.
Lambrusco & pop corn
e via sopravvivere
andata e ritorno classe tre
ma almeno è possibile.
Ligabue, "Lambrusco & Pop Corn", da "Lambrusco Coltelli Rose e Pop Corn", Wea

Marie-Cécile 2002 Château Le Puy

Mario Plazio
L’etichetta recita: “Expression originale du terroir”. E si tratta sicuramente di un bianco di Bordeaux originale.
Lontano dagli Château così glamour della Rive Gauche e della Rive Droite, Marie-Cécile è un pugno in faccia al politicamente (pardon) enologicamente corretto.
Un puro sémillon che se ne frega delle regole e va per la sua strada.
Proviene sicuramente da una prolungata macerazione sulle bucce, e da questo trae un carattere indomito e ribelle.
Odora di erbe di sottobosco, spezie, pesca e frutta secca.
I profumi sono esaltati da una acidità volatile piuttosto importante, che potrebbe anche sconcertare più di qualcuno.
La razza è rivelata da una bocca dotata di una beva imbarazzante (per molti concorrenti), naturale nel senso migliore del termine.
Certo con qualche problema tecnico, ma il vino scorre e si fa bere che è un piacere.
Il finale è provvisto di una acidità vibrante per nulla nascosta, e propone aromi di noce moscata, camomilla e di minerale.
Sono solo 11° ma alla fine il vino è palpitante e vitale.
Due faccini :-) :-)

7 dicembre 2010

Zork! E lo spumante si stappa e si richiude

Angelo Peretti
Allora: gli abitanti dell'Europa si chiamano europei, quelli dell'America americani, quelli dell'Asia asiatici, quelli dell'Africa africani, ma, accidenti, come cavolo si chiamano quelli che stanno in Oceania? Credo che non si chiamino, e pazienza. Ma per capirci li designerò come "oceanici". E dico che 'sti "oceanici" sono un pentolone ribollente quando si parla di chiusure per le bottiglie di vino.
Nella Nuova Zelanda hanno lanciato lo Stelvin, la capsula a vite per eccellenza (ce ne sono anche di altre marche, ma andrà a finire - credo - che chiameremo comunemente Stelvin qualunque tappo a vite per il vino, così come chiamiamo Scotch qualunque nastro adesivo trasparente). In Australia ecco che adesso premiano lo Zork (gli hanno assegnato l'Australian Packaging Awards, una sorta di oscar dell'innovazione nell'area del confezionamento), presentato come la nuova frontiera per la tappatura degli spumanti.
Avremo un futuro di bollicine sotto Zork (o meglio, sotto Spk Zork, ché questa è l'anagrafe esatta)? Difficile dirlo, ma un po' in tutto il mondo - e soprattutto, mi risulterebbe, nell'ambito della grande distribuzione - ci stanno prestando una grande attenzione.
Come definire lo Zork? Il blog Bollicine Divine lo descrive come "il primo tappo richiudibile per per vini spumanti mai realizzato al mondo". Effetto Stelvin, insomma.
Il blog citato si dice convinto che "questa innovazione radicale nel design nel mondo degli sparkling wines cambierà per sempre la presentazione e la chiusura di una bottiglia di spumante". E questo perché "consente di aprire facilmente e di ri-sigillare la bottiglia di bollicine".
Caspita, se fosse vero che è così magari perderemmo un po' di poesia nell'aprire una bolla, ma vuoi mettere la fatica in meno? Domenica ho dovuto stappare una in fila all'altra sette bottiglie di spumante. Be', in due casi il fungo di sughero è uscito facilmente, ma le altre cinque mi hanno fatto penare da tanto erano dure.
E com'è fatto 'sto tappo spumantista? Vien fatto in quattro parti: "un sigillo morbido che mantiene la pressione, un foglio di gas che funge da barriera per impedire che lo spumante si ossidi e si sgasi, un tappo e un cappuccio con meccanismo di bloccaggio."
Ingegnoso. Vedremo se funzionerà.

6 dicembre 2010

Côtes du Jura Vin Jaune 1998 Domaine Morel-Thibaut

Mario Plazio
Nel mondo del vino ci sono alcune tipologie atipiche, particolarissime e originali. Metodi produttivi o uve dalla caratteristiche uniche e inimitabili.
Chi mi ha letto in passato saprà della mia predilezione per i vini ossidati (per scelta produttiva, ovviamente non per errore). Questi, in barba a tutta l’ortodossia enologica, trasformano quello che è un difetto, l’ossidazione appunto, in un pregio. Pensiamo al Marsala, allo Jerez (o Sherry) e, nel nostro caso, ai vini dello Jura.
Al vertice dei vini della regione francese c’è il Vin Jaune, per il quale è previsto un disciplinare molto preciso. Tratto da uve savagnin (lontano parente del traminer), il vino è messo in botti vecchie e scolme. Con il tempo si forma una pellicola (voile) che protegge da ulteriori ossidazioni e conferisce al prodotto finali note tipiche di spezie e noci.
Assaggiare un vin jaune è una esperienza che ogni appassionato di vino dovrebbe provare, cercando di essere molto disponibili ad incontrare qualcosa completamente fuori dagli schemi. Questo di Morel-Thibaut, buon indirizzo dove trovare vini della regione a prezzi convenienti, si rivela particolarmente elegante per la tipologia. Gli aromi vanno dalla noce al curry e allo zafferano, ai quali risponde una bocca sapida dominata da una vibrante acidità (tipica della tipologia e garanzia di durata di alcuni decenni del vino) cui si accompagna una sottile nota fumé. Nel bicchiere poi continua ad evolvere, molto interessanti le note marine. Memorabile la persistenza.
Tre faccini :-) :-) :-)

Champagne Brut Cuvée du Bicentenaire Emile Leclère

Mario Plazio
Una maison che non conoscevo con sede a Mareuil, nei pressi di Epernay.
Questa cuvée è ottenuta da una maggioranza di chardonnay con un 40% di pinot meunier e pinot nero.
È un tipico Champagne da aperitivo dotato di una bollicina molto fine. Lo definirei piuttosto rustico, non so se a causa della provenienza da millesimi magri e di risicata maturità, o per scelta stilistica. Fatto sta che è segnato da un'acidità fin troppo pronunciata (e se lo dico io che adoro l’alta acidità dei vini…) che, associata ad una materia non delle più solari, rende l’insieme comunque non di facilissima decifrazione.
Al palato ha delle buone doti, il finale è sapido e non manca di un accenno di complessità speziata che sfuma nella frutta secca e negli agrumi.
Potrebbe anche necessitare di un ulteriore affinamento in cantina per smussare la grande verticalità.
Un faccino e mezzo :-)

5 dicembre 2010

Già che ci sono dico anch'io qualcosa del Già

Angelo Peretti
Sì, lo capisco lo Ziliani Franco che si dice incazzato. Ecco, magari io preferisco dire che sono deluso, ma il senso in fondo è lo stesso. Il senso è che ciascuno è libero di far vino come meglio crede, e di far business come meglio gli aggrada, e di promuovere la propria produzione con le modalità che meglio ritiene, ma un limite ci deve essere, e non parlo tanto di limiti di legge, ché per quelli c'è un'Authority specifica, ma parlo invece dei limiti della fedeltà alla cultura enoica. Stavolta, a mio sindacabilissimo avviso, il limite è stato superato, e non m'importa se a superarlo è stato un genio come Oscar Farinetti, l'uomo di Eataly e prima di Unieuro. Il limite è quello di presentare in uno spot televisivo un rosso giovinetto di undici gradi e due mesi di vita - tipica wine commodity, magari ben fatta, magari infinitamente meglio d'altre, ma sempre commodity - evocando le colline di Serralunga, terra barolista per eccellenza, quando il vino in questione è figlio "di un connubio tra barbera, dolcetto e nebbiolo" e "le uve arrivano da Langa e Monferrato". No, così non va, ed è un personale, soggettivo parere, e come tale è opinabile fin che si vuole, e accetto ogni critica e ogni posizione contraria, ma la cosa non mi piace, mi delude, ché non possiamo scambiare il vino figlio della tecnica con quello che è partorito dal territorio (e che territorio! Serralunga, mica scherzi). E mi delude che si evochi un'arcaica usanza del vinòt, quello che in terra veneta chiamavamo magari vin piccolo, per far forse immaginare che abbia coerenza con la tradizione la scelta degli undici gradi, quando poi s'apprende che questo rosso "nasce a 13 gradi e poi ne perde due con una operazione di dealcolizzazione fisica con filtri molecolari" (pratica lecita, ci mancherebbe, ma di pura derivazione tecnologica). E non mi piace e mi delude che nella patinata - e filmicamente splendida - campagna televisiva si mandino immagini di botti grandi, che credo di cantine langarole, quando leggo che il vino reclamizzato "nasce nell’acciaio e finisce in bottiglia nell’arco di un mese".
Il vino si chiama Già. Il produttore è Fontanafredda, di cui Farinetti è socio di maggioranza. Lo spot lo si può vedere sulle reti Mediaset oppure su YouTube. Il jingle lo canta Gianmaria Testa, cantautore che adoro (oh, che bella canzone che è "Gli amanti di Roma", una delle più belle della canzone d'autore italiana), e che apprendo esser "non per niente cognato di Oscar Farinetti". Le citazioni che ho virgolettato vengono da un articolo di Sergio Miravalle sul sito del quotidiano La Stampa. L'etichettina del Già l'ho presa dal sito di Wine News, dove c'è un altro articolo. L'incazzatura è di Franco Ziliani e viene dal suo blog Vino al Vino, e magari è meglio se la leggete per intero, e in originale, direttamente lì. E la delusione è mia, e son deluso anche con me stesso, ché in questo modo, parlandone, ho finito per fargliela anch'io una piccola pubblicità al Già.

gennaio-febbraio 2011: corso sulla cucina e sulla medicina popolare a Verona

L’associazione Erbecedario della Lessinia propone a Verona tra gennaio e febbraio del 2011 un corso sul tema "alle origini della nostra alimentazione, ricerca di origini, abitudini, ingredienti della cucina tradizionale e contadina, aspetti salutari e rimedi tradizionali".
Le prime tre lezioni tratteranno i seguenti temi: “la cucina tardo-medievale e delle spezie, la cucina rinascimentale ed i nuovi prodotti esotici, nascita ed origine della cucina veneziana, mentre le ultime tre lezioni verteranno sul tema "mantenersi in salute con la medicina semplice: un approccio non convenzionale ed innovativo alla prevenzione ed al benessere di fegato, cute e polmone”.
Info telefonando al numero 045 6510130, oppure scrivendo a info@erbecedario.it.

4 dicembre 2010

Ribadisco e rilancio: il web serve non a promuovere il vino, ma la sua cultura

Angelo Peretti
Il sasso l'ho buttato, e la reazione c'è stata, e non può che farmi piacere. Il sasso è quello delle affermazioni che - un po' apoditticamente (o bianco o nero, niente scala di grigi) - ho proposto all'incontro recente (live-blog l'avevano battezzato) voluto da Assoenologi del Trentino sul tema del vino e della comunicazione. In particolare, a far discutere sono state due mie argomentazioni. La prima: chi ritenga che il proprio vino abbia una precisa identità e lo voglia come tale promuovere deve analizzare i vari segmenti di cui si compone il mercato e poi scegliere quale di essi risulti più compatibile con la propria offerta. La seconda, soprattutto: se mi chiedono se il web sia compatibile con la promozione del vino, dico che la risposta è no.
Che ci fosse una reazione tra i wine blogger o comunque tra chi investe nella comunicazione via web mi pareva inevitabile, ed inevitabilmente la reazione c'è stata. Ne hanno scritto, spesso criticamente assai, Filippo Ronco sul suo Tigulliovino, e anche Armin Kobler sul Weingut Kobler Blog, e anche Giampero Nadali su Aristide, e anche Elisabetta Tosi su Vino Pigro, e anche Maria Grazia Melegari su Soavemente, e anche Stefano Caffarri su Appuntidigola, e gli son grato, a Stefano, per aver parlato del mio intervento come d'una "provocazione, perfettamente andata a segno". Così come capisco l'interrogativo di Armin: "Ma allora cosa facciamo quì?"
Sul primo punto, e cioè sulla (mia) teoria d'una necessità di definire una precisa identità del vino e conseguentemente modulare il linguaggio comunicazionale sulla base del segmento cui si intende proporlo, ho già risposto in sala e sul web, e in particolare rimando, per chi volesse, a quanto ho replicato a Filippo Ronco nei commenti al suo post su Tigulliovino.
Sull'altro tema - ossia della compatibilità tra web e promozione del vino - credo sia opportuna una "seconda puntata".
Ribadisco - prima puntata - quanto ho già detto e scritto: "Il problema: il vino è compatibile con Internet? Pur coinvolgendo una pluralità di valori immateriali, il vino è pur sempre un bene materiale: se il vino va assaggiato, degustato, bevuto, posso “sostituire” tali esigenze “fisiche” con uno strumento tipicamente immateriale come Internet? Probabilmente, la risposta è no".
Ribadisco, e passo avanti - seconda puntata - dicendo che no, il web, strumento immateriale, non è adatto a promuovere "il vino", bene materiale. La materialità si promuove attraverso la fisicità del rapporto. Con l'assaggio, nel caso del vino. Tasto un vino e dico se mi piace o no e decide se comparmelo o no. E allora il web a cosa serve? Serve a promuovere qualcosa di immateriale. E cos'ha di immateriale il vino? La risposta è semplice: ha la propria cultura. Ecco, in questo il web è utilissimo e addirittura direi in questo momento essenziale: per promuovere la cultura del vino.
Mi si dirà: così sei sofistico, fai solo distinzioni semantiche. Si obietterà che il vino "è" la sua cultura. Invece no: il vino "è" un bene materiale, al punto che rischia spesso di essere considerato semplicemente una commodity, un bene di consumo. E dunque a mio avviso occorre scindere la due opzioni e però percorrerle entrambe: promuovere il più possibile l'incontro fisico, materiale e materico col vino da un lato, divulgare all'infinito la cultura del vino dall'altro lato. Attenzione: ho detto percorrerle entrambe. Promuovere il vino solo con la prossimità fisica può voler dire relegarlo alla funzione di mero bene di consumo, e far così vincere esclusivamente chi sa competere sul prezzo. Promuovere la sola immaterialità del vino può voler dire ghettizzarlo nei club degli enofili impenitenti, ché gli altri non capiscono, e quindi ne fuggono, e dunque occorre studiare forme e modulazioni di linguaggi che lo rendano comprensibile di volta in volta alle varie categorie - segmenti? - nei quali si può tentar di suddividere idealmente l'umana platea. Praticar tutt'e due le cose, a mio avviso, aiuta tanto, cercando di non confondere l'una con l'altra.
E qui mi fermo.

Malware

Angelo Peretti
Ieri per tutta la giornata chi provava a connettersi a InternetGourmet, soprattutto se come browser usava Firefox, poteva vedere visualizzarsi una finestra che avvertiva che il sito era potenzialmente pericoloso quale "diffusore" di programmi dannosi per il computer. Il problema era in realtà legato al fatto che tra gli script della home page di InternetGourmet ve n'era uno che puntava ad un sito nostro partner, che è stato oggetto di attacchi informatici, e dunque prudenzialmente Google ne segnalava la rischiosità "indiretta". Nulla dunque di dipendente né da nostre carenze, né tantomeno dalla nostra volontà. E in ogni caso, me ne scuso ugualmente con i lettori.

3 dicembre 2010

Il Civettaio e il sangiovese di Maremma

Angelo Peretti
Prima o poi dovrò decidermi d'andarci a fare un salto al Civettaio. Credo sia il posto giusto per rilassarsi in un fine settimana. Lontano da tutto: la sera, una bottiglia e la quiete. La bottiglia non potrebb'essere che una di quelle di casa: uno dei Montecucco, da sangiovese in purezza.
Il Civettaio, agriturismo e aziend'agricola biologica, è in Maremma, a Civitella Paganico, nel Grossetano. Lo conduce dal '98 Gregorio dell’Adami de Tarczal, d'una stirpe nobile trentino-tirolese che col vino ha a che fare pressoché da sempre. Lui dice di credere al destino: penso che sia per questo che sul suo sito scrive che "nella scelta del Civettaio, Gregorio non poteva non considerare una strana coincidenza" e cioè che "il nome Civettaio, posto dove si trovano le civette, ha un significato particolare per dell'Adami de Tarczal in quanto la civetta è preminente nello stemma di famiglia". Quanto alle vigne del Civettaio, son state impiantate tra il '99 e il 2011: sette ettari a sangiovese (la più parte) eppoi cabernet sauvignon, merlot e alicante, e con quest'ultime varietà forestiere unite al sangiovese si fa anche un igt, il Poggio al Commessario.
Gregorio lo conosco da tempo. E il richiamo al Civettaio lo avverto spesso, ché si serve della mia stessa tipografia, nel Veronese, e là c'è appeso il poster dell'agriturismo, con quel rosso-terra della casa che spicca sull'azzurro del cielo e ogni volta quell'immagine mi dice che dovrei andarci, ma poi non mi decido. I suoi vini non m'è invece capitato spesso di berli: strano. L'ho comunque tastati qualche poco fa in una degustazione allesista da Luca Ghiotto e dalla sua enoteca Soavino, che distribuisce i vini del Civettaio in terra veneta. Ed ora do conto dei Montecucco, avvertendo che dal Civettaio le bottiglie escono dopo che il vino ha fatto lungo affinamento - ed è cosa ottima - ed ora è dunque fuori ora il 2006.
Montecucco Sangiovese 2006
Che bello trovare un vino toscano che ti dice da subito, appena accostato al naso, "son fatto col sangiovese". In bocca c'è beva considerevole, pur con tannino ancora bene espresso. Il frutto è sodo, croccante. Sul fondo, una vena verde appena accennata, sottili tracce animali, e spezia. Un bicchiere tira l'altro.
Due lieti faccini :-) :-)
Montecucco Sangiovese Riserva Hiuls 2006
Eccola di nuovo l'impronta autoctona: sangiovese. Ed al palato è morbido, rotondo. Dico insomma che il frutto sembra proprio rotolarti in bocca, maturo e giustamente polputo senza però opprimerti come fanno certi rossi stra-concentrati. E ci son venature di viola mammola. Eppoi chiodo di garofano. Tannino vivo, eppure la beva non cede.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

2 dicembre 2010

Se parlare di qualità preoccupa i trentini, vuol dire che...

Angelo Peretti
Confesso, la "questione trentina" mi sta appassionando. Parlo del dibattito che sta coinvolgendo istituzioni, politici, cooperative e vignaioli circa le ipotesi di rilancio di una filiera che sta segnando il passo e che purtroppo ha già visto arrivare al pettine taluni nodi, portando al commissariamento di una delle cantine sociali dell'autonoma provincia tridentina.
Ieri scrivevo qualche mia considerazione circa i contenuti, o almeno quelli resi noti, del progetto elaborato dall'Istituto di San Michele all'Adige. E m'interrogavo se davvero "l’aumento del prezzo di vendita del vino trentino si potrà attuare innanzitutto attraverso il miglioramento della sua qualità e della sua immagine", come ho visto scritto.
Oggi non resisto a tornare in argomento dopo aver letto sul sito della collega della carta stampata e del web Francesca Negri, alias Geisha Gourmet, aggiornatissima fonte di informazione sulle vicende enoiche provinciali, le dichiarazioni di Diego Schelfi, presidentissimo della cooperazione trentina (è lui nella fotina), che riguardo al piano dice così: "Dalle prime impressioni mi sento di affermare la grande preoccupazione del mondo cooperativo per alcune linee di pensiero che traspaiono dal documento di San Michele. Prima fra tutte il concetto di qualità, che sembra venga inteso come un elemento di novità assoluta. Contesto in modo deciso il fatto che all’attività delle cantine trentine non corrisponda la qualità. Essa fa parte, al contrario, del nostro lavoro quotidiano".
Ora, so che farò sobbalzare qualcheduno sulla sedia, ma dico che son d'accordo con Schelfi. E spiego, o cerco di farlo.
Personalmente ritengo che la cooperazione trentina dal lato della qualità - e poi vediamo cosa intendo per qualità - non abbia nulla da rimproverarsi. E insisto: non è quello della qualità il tema attorno al quale personalmente riterrei si debba e si possa sviluppare il confronto in terra di Trento. Ché quando si parla di qualità si va troppo nel profondo nel mondo dell'opinabile, e alla fine per trovare una quadra occorre rifarsi esclusivamente a parametri di qualità tecnica. E da questo lato, dal lato cioè, insisto, della qualità tecnico-enologica, ritengo che le cantine sociali della provincia siano attrezzate per poter produrre e iniettare milioni e milioni di bottiglie sul mercato ad un prezzo "sostenibile" da parte della grande distribuzione e del consumo di massa. Insomma, è come se volessimo porci l'interrogativo se "qualitativamente" sia meglio McDonald's o una qualunque trattoria di campagna: non ho dubbi che sotto il profilo tecnico e sanitario stravincerebbe un'infinità di volte McDonald's. Il che non vuol dire che io non scelga ugualmente la trattoria, ammesso che sia almeno decente, ma questo è un altro paio di maniche, e comunque son maniche che non mettono in discussione il successo commerciale della catena planetaria del fast food.
Detto tutto questo, devo trarre una conclusione, e la conclusione - insisto, l'ho già detto ieri, ma sono uno zuccone - per me non è che una: occorre che in Trentino si ritrovi un'identità vinicola. Se oggi mi chiedono come definire il vino trentino, dico che non lo so, e questo è un guaio, perché come me non lo sa, ritengo, la stragrande maggioranza di chi beve vino. Addirittura, han perso di rappresentatività dei monumenti di cultura enoica come il Marzemino e il Teroldego, sepolti dall'invadente e invasiva presenza del marchio Trentino, che è però impersonale, indefinito, impalpabile in materia di vino. Ecco, forse questa potrebbe essere la strada: tornare a rendere riconoscibile l'identità, il tratto distintivo delle singole produzioni, ritrasformarle in veri e propri brand territoriali e come tali aiutare il pubblico a riconoscerli. Un lavoraccio, probabilmente, ma se parlare di qualità preoccupa i trentini, forse vuol dire che non è la qualità il tema da dibattere. Eppoi di solito la gente di qualità non ha paura del lavoro.

1 dicembre 2010

Qualità è immagine per far salire il prezzo del vino trentino?

Angelo Peretti
C'è una convinzione diffusa nel mondo del vino, ed è quella che se spendi nel "miglioramento dell'immagine" del tuo vino, allora il prezzo del vino cresce, pressoché miracolosamente. Può darsi, ma non sono convinto, almeno non del tutto.
La questione mi si pone leggendo che il progetto di rilancio della vitivinicoltura del Trentino, di recente reso noto, indica fra l'altro che "l’aumento del prezzo di vendita del vino trentino si potrà attuare innanzitutto attraverso il miglioramento della sua qualità e della sua immagine".
Sarò anche un vetero-economista keynesiano, ma continuo a ritenere che i prezzi si formino dall'incrocio fra domanda ed offerta, e basta. Certo, la domanda puoi sollecitarla, puoi intercettare quella latente, ma comunque perché un prezzo possa alzarsi occorre o alzare la domanda a parità di offerta, oppure diminuire l'offerta a parità di domanda: il disequilibrio dovrebbe portare, appunto, a far crescere i prezzi, ammesso (e non concesso) che i "nuovi" e più elevati prezzi possano essere accettati dai mercati - i segmenti di mercato - di riferimento, oppure che si sappiano reperire e convincere altri mercati - segmenti di mercato - che accettano di pagare prezzi più elevati per vini di qualità maggiore.
Si dirà che è il ragionamento della serva: esatto, è il ragionamento della serva, che però funziona nell'economia di mercato.
Ora, vedendo che invece si indicano la "qualità" e l'"immagine" quali driver di possibile crescita, bisognerebbe quanto meno mettersi d'accordo su quali siano i fondamenti della "qualità" e dell'"immagine" del vino. Per me, e parlo con assoluta soggettività, il prerequisito essenziale - a parte quello, banale ma non troppo, che i vini non abbiano difetti enologici - è che si possieda una precisa "identità", e che tale riconoscibile "identità" permetta di andare a cercare di riposizionarsi su taluni segmenti di mercato. In questa maniera la domanda potrebbe diventare eccedentaria rispetto all'offerta, e dunque i prezzi potrebbero muoversi verso l'alto. Altrimenti, temo non ce la si possa fare.
Ma forse mi sbaglio.

30 novembre 2010

Montepulciano d’Abruzzo Le Vigne 2002 Faraone

Mario Plazio
Un’interpretazione tradizionale ed austera di questo magnifico vitigno del Cento Italia. Quindi botti grandi, concentrazioni tutt’altro che estreme, acidità in rilievo.
Peccato che il produttore abbia manifestato l’intenzione di chiudere con questa tipologia di vino per passare a una versione più “moderna”, con ricorso a barriques e similia.
La mia ultima bottiglia di 2002 è di una sottile eleganza, sottolineata da una materia mai invadente e da un’acidità che la destina idealmente ad un abbinamento con la cucina sapida e ricca della zona di produzione.
Sostenuto da una evidente acidità volatile, il naso alterna elementi viscerali come tartufo, china e minerale, a frutta (fragoline) e note più verdi di cicoria ed erbe.
Il tannino abbondante non è perfettamente combinato con l’acidità, ma resta un gran vino da bere e soprattutto da mettere a fianco di una piatto denso di sapori.
Due faccini :-) :-)

29 novembre 2010

Il decalogo di Parker: sarà davvero il tempo della capsula a vite?

Angelo Peretti
Il decalogo di Robert Parker sul futuro del vino l'hanno potuto ascoltare i partecipanti al Boroli Wine Forum 2010 svoltosi nei giorni scorsi a Castiglione Falletto presso la cantina La Brunella. Io non c'ero, e ne ho letto su WineNews. E credo sia importante meditarle le indicazioni di Parker, perché, bene o male, è lui che ha dettato la strada del commercio internazionale del vino nell'ultima quindicina d'anni, tant'è che si parla da tempo di parkerizzazione della produzione, e dunque di vini concentrati, possenti, tannici, scurissimi. Sapere come la pensa il profeta del vinone è fondamentale per vedere l'aria che tira.
Ora, il decalogo parkeriano lo riporto pari pari qui di seguito.
1. L’utilizzo dei siti specializzati diventerà di uso comune, diffondendo in maniera più democratica ogni genere di informazione;
2. scoppieranno vere e proprie guerre per aggiudicarsi i vini migliori: grazie alla pressione dei nuovi mercati come Asia, Sud America e Europa centrale e dell’Est, una cassa di grande Bordeaux che oggi costa 4.000 dollari toccherà i 10.000;
3. la Francia avrà un ridimensionamento: la globalizzazione del vino avrà conseguenze disastrose per questo Paese, e se il 5% dei produttori continuerà a mettere sul mercato vini top, molti falliranno;
4. i tappi spariranno: entro il 2015 la maggioranza delle bottiglie non avrà più tappi di sughero ma tappi a vite;
5. la Spagna sarà la nuova star dell’industria e, sempre entro il 2015, le regioni più quotate saranno Torno, Jumila e Priorat;
6. esploderà il Malbec: tra 10 anni la grandezza dei vini argentini prodotti con uva Malbec sarà riconosciuta da tutti;
7. la Costa Centrale della California governerà l’America, e la regione di Santa Barbara soppianterà la Napa Valley;
8. il Centro-Sud Italia aumenterà di prestigio: Umbria, Basilicata, Sardegna e Sicilia diventeranno sempre più famose;
9. ci sarà un numero sempre maggiore di buoni vini e buon prezzo, soprattutto di produzione europea e australiana;
10. la parola d’ordine sarà diversità: avremo vini di qualità dai Paesi più inaspettati come Bulgaria, Romania, Russia, Messico, Cina, Giappone, Turchia, Libano e, forse, perfino dall’India.
Ora, qualche commento, mio, personalissimo, opinabilissimo.
1. Che l'utilizzo dei siti specializzati possa diventare di uso comune mi fa piacere e lo spero, visto che un pochettino è anche la mia piccola ambizione; credo ci voglia peraltro tanta, tanta professionalità;
2. e chi se ne frega se i cinesi compreranno sempre più premier cru? mica faccio l'investitore del vino, io, e comunque quando le bolle speculative si allargano, prima o poi scoppiano (dice niente la new econony?);
3. temo che la profezia sulla crisi francese si avveri, ma allora i prezzi dei terreni vitati scenderanno in picchiata e dunque prima o poi ci sarà chi tornerà a investire sulla Francia;
4. magari! non vedo l'ora che lo screwcap - la capsula a vite - conquisti la produzione vinicola, regalandoci la bellezza di vini più freschi, dinamici e soprattutto integri;
5. sulla Spagna stanno concentrandosi - che strano - le attenzioni del mondo anglosassone, e loro, gli spagnoli, si stanno sempre più americanizzando nello stile, e per l'Italia temo possano essere guai seri, ma occorre in primis verificare se i venti di crisi economico-finanziaria che stanno spazzando il paese iberico lasceranno il segno anche sul comparto vitivinicolo;
6. chissà: quella del Malbec sarà mica una nuova moda destinata a durare quel che dura? adesso me li vedo i miei conterranei veneti che tornano a piantare malbèc nelle zone di pianura, come facevano prima dell'infatuazione per il pinot grigio;
7. ah, capito, ma chi se ne frega su quale regione a stelle e strisce prevarrà in America?;
8. siamo certi che i bravi vigneron dell'Italia meridionale sapranno emergere davvero sopra le drammatiche, incarnite contraddizioni che nascono dalla pressione "dell'altro stato" che domina da quelle parti? coraggio, faccio il tifo per voi!;
9. sono completamente d'accordo, ché la competizione a mio avviso sarà proprio su questo terreno: proporre a buon prezzo vini dalla precisa identità;
10. non ho dubbi che avremo vini di qualità anche fuori dall'Europa "classica", e dunque mi aspetto una nuova corsa a investire sui "nuovi mondi": ma dove lo metteremo tutto 'sto vino?

2 dicembre 2010: a Garda serata con la cucina di marroni di San Zeno dop

La rassegna "San Zeno Castagne Bardolino & Monte Veronese", che ha visto protagonisti da metà ottobre a metà novembre cinque ristoranti di San Zeno di Montagna (Verona) con i loro menù degustazione a base di marroni di San Zeno dop e castagne del monte Baldo, avrà una simpatica coda sul lungolago di Garda (Verona) la sera di giovedì 2 dicembre nell'ambito del "Natale tre gli olivi". Sotto il tendone-ristorante allestito nell'ambito della manfestazione, i ristoranti Al Cacciatore, Bellavistam Costabella, Sole e Taverna Kus proporranno infatti un ricco menù composto da una portata per ciascun locale al prezzo promozionale di 25 euro, compresa una bottiglia di vino Bardolino ogni due persone. Un'occasione unica per assaggiare il meglio della cucina del monte Baldo.
Questo il menù:
Ristorante Costabella: sauté di castagne e radicchio rosso nella mela con salsa al Monte Veronese
Ristorante Sole: minestrone di marroni di San Zeno
Ristorante Al Cacciatore: orzotto mantecato con marroni di San Zeno, zucca e salsiccia
Ristorante Taverna Kus: guancia di manzo cotta a bassa temperatura con salsa ai marroni di San Zeno e polenta e verze stufate con marroni
Ristorante Bellavista: doppia frolla di marroni con pere, cioccolato fondente e salsa ai cachi.
Prenotazioni nei singoli ristoranti.

28 novembre 2010

Ma il Trentodoc adesso vuol essere docg?

Angelo Peretti
Ecco, certe cose non le capisco. Per esempio una frase come questa non la capisco: "Il marchio Trentodoc ha aumentato la propria notorietà e il proprio peso in tutti i canali distributivi. Un elemento questo che ha stimolato l’idea di passare a Docg". O è un infortunio dell'estensore del comunicato, o è un infortunio comunque: com'è possibile che si sia investito tanto e poi tanto per creare e promuovere il marchio (registrato, ovviamente) Trentodoc - col termine "doc" dentro al brand - per poi pensare di rinunciare alla doc e passare alla docg? Si cambierà il marchio adesso che comincia con fatica (e soldi a palate) a farsi conoscere? Oppure si vorrà provare a fare un gioco di prestigio dicendo che il Trentodoc è docg, finendo così solo per mettere in confusione la gente?
E poi: com'è possibile che si sia voluto incorporare il termine doc nel marchio d'una denominazione senza pensare di essere coerenti sempre e comunque con una scelta del genere?
Ecco, certe cose non le capisco, e questa è una delle cose che proprio non capisco.

Vin de Pays du Jardin de la France Sauvignon Olivier Cousin

Mario Plazio
Se avete dubbi sui vini biodinamici, su quelli senza zolfo o naturali che siano, allontanatevi da questa etichetta. Non è il miglior esempio da citare per convincere che è incerto od ostile alla tipologia.
Questo Sauvignon è del 2004 (il vin de table non può riportare l’annata) e per fugare qualsiasi dubbio sfodera da subito un colore oro-arancio molto intenso.
Vorticoso il naso, che colpisce soprattutto per l’aspetto balsamico che giunge e sfumature di canfora, con un frutto maturo che però non diviene esotico.
Ecco, questo è un vino che sarebbe divertente servire in un bicchiere nero. Credo che quasi tutti lo prenderebbero per un rosso. E un rosso tosto, mica un vinuccio qualsiasi.
In bocca è proprio il tannino a dettare legge, con un carattere irriducibile che non flette di un millimetro nemmeno dopo qualche giorno. Caffè, ribes e una inevitabile presenza di acidità volatile.
Tirando le somme: un vino a parte, troppo caratterizzato per poterlo valutare, ma che potrebbe sconvolgere qualcuno (nel senso positivo intendo). Da provare comunque per arricchire ulteriormente il proprio bagaglio.
Non valutabile in faccini

27 novembre 2010

Quando impareremo che il terroir viene prima?

Angelo Peretti
Quando mi capita fra le mani, la sfoglia volentieri, 'sta rivista. Si chiama Gola Gioconda. Un trimestrale di grande formato e non tantissime pagine. Curioso, a volte molto orientato verso l'editoria a tema gastronomico (ottima la rassegna libraria), a tratti anche divertente e perfino talvolta irriverente. Insomma: una lettura che sa essere piacevole. Ed in effetti l'oggetto che si legge sul frontespizio è il seguente: "Il piacere della tavola in Toscana in Italia e nel mondo". E che in quanto a piacevolezza del convivio si parta dalla Toscana è spiegato dal fatto che l'editore è fiorentino (ed è quindi ovvio che spesso si tratti d'argomenti toscaneggianti).
Sul numero terzo dell'anno corrente c'è un pezzo di Sandro Bosticco titolato: "Francia-Italia, piatto al centro". Un confronto italo-franzoso su certe faccende enogastronomiche. Salta fuori, andando a sintesi estrema, che il match si conclude con "un bel pareggio" quando si parli di formaggi, un secco 4-1 a favore de' francesi quando si passi al tema degli alcolici e un qualche vantaggio italico in fatto a storicità della letteratura culinaria. Per me, concordo sugli alcolici (ce le suonano di santa ragione, i galletti) e sull'editoria cuciniera, ma non sui formaggi, per i quali - checché se ne dica secondo uno stereotipo corrente - gl'italiani sono in grado di giocarsi la partita, e anche di vincerla, in fatto di produzione (non in materia di promozione, però).
Detto questo, mi soffermo su quanto il Bosticco scrive in tema di vino italo-francese. Dice che di là dalle Alpi, "abili nel mettere in vista i loro prodotti migliori, fanno credere al mondo che dietro un Pétrus o un Lafite ci siano milioni di ettolitri di Bordeaux di qualità appena inferiore. O che tutti i Bourgogne possano in qualche modo ricordare Romanée-Conti. Laddove i produttori italiani vantano continui cambiamenti di enologi, uvaggi e tipi di botti, i francesi zitti zitti fanno lo stesso senza sbandierarlo. Parlano continuamente di terroir mentre vendono un sacco di vini sotto il nome di vitigno".
Ora, al di là dell'impostazione ironica, credo che quest'estratto da Gola Gioconda centri la questione. Tu vai da un produttore italiano e ti fa vedere la cantina - magari griffata da qualche illustre architetto, e comunque perfettamente a norma - e ti presenta l'enologo e a volte anche il cantiniere. Vai da un francese e ti parla di terroir, esprimendo un caloroso senso d'appartenenza, e ti fa tastare vecchie annate e al massimo, se insisti, ti porta a visitare il vigneto, ma pressoché mai la cantina.
Quando impareremo?
Intendo, quando impareremo che l'appartenenza a un terroir e ad un'appellation è un valore, a prescindere che il vicino di casa faccia il vino buono o cattivo, che sia un vignaiuolo o un commerciante, che produca mille bottiglie o che ne venda un milione?
La denominazione "vale" se ci si crede. Tutti.

26 novembre 2010

Arriva la capsula dei vini del Südtirol: e bravi 'sti altoatesini

Angelo Peretti
Qualche tempo fa scrivevo su quest'InternetGourmet che siamo "condannati alla fascetta": che insomma se si vuol rendere distinguibile - tracciabile, dice qualcheduno - una bottiglia, allora la legge italiana non lascia altra soluzione che appiccicare anche sulle bocce dei vini doc - com'è per i docg - la linguetta di carta stampata dalla Zecca (come fossero schèi di carta). Epperò - dico io - sarebbe bello se si potesse usare, al posto della fascetta, una capsula col contrassegmo. Rendendo di fatto riconoscibile la provenienza del vino, come fanno i francesi o gli austriaci.
Leggo ora su Intravino che in Alto Adige - pardon, Südtirol - la capsula l'hanno ideata, e distinguerà i vini della provincia autonoma che abbiano almeno una qualche dignità di prezzo.
Jacopo Cossater, nel post d'Intravino, parte scrivendo: "Facciamo così: invece di dedicare all’argomento qualche riga introduttiva andiamo direttamente oltre e diamo per scontato che l’importanza della riconoscibilità per un determinato territorio sia cosa buona e giusta. Ok? Bene. Appurato questo possiamo iniziare a parlare di quanto sia importante per il famoso consumatore medio capire immediatamete, anche e soprattutto dalla confezione, la provenienza di un prodotto". E condivido.
Poi dice: "Ecco quindi che fa piacere constatare che anche un territorio di primaria importanza come l’Alto Adige ha deciso di puntare ancora di più ed in modo unito verso un concetto chiaro di riconoscibilità. Dall’anno prossimo ed in generale dalla vendemmia 2010, infatti, molte delle cantine della provincia autonoma di Bolzano useranno una capsula comune che riporta sulla testa la dicitura 'Südtirol' con relativo logo". Eppoi spiega che "l’unico scoglio riguarda il prezzo, se un produttore infatti propone bottiglie a denominazione di origine inferiori ai 3,90 euro iva esclusa non si potrà fregiare di questo particolare bollino di appartenenza", ed anche questa non è una cattiva trovata.
Ora, nei commenti al pezzo d'Intravino c'è chi ha sollevato obiezioni, anche accese, al fatto che il nome sia solo in tedesco, e non compaia anche l'italico Alto Adige accanto al teutonico Südtirol, ma a me la cosa non fa impressione: liberi gli altoatesini-sudtirolesi d'applicare il marchio che ritengono più efficace in fatto di comunicazione. E comunque, con questa mossa stanno di un bel passo davanti agli altri vigneron. E un po' li invidio.

25 novembre 2010

Bradisismo 2000 Inama

Mario Plazio
Terreno di grandi potenzialità quello dei Colli Berici.
Anche se con risultati altalenanti (ma sicuramente i vigneti devono ancora invecchiare per entrare nella fase di maturità) e con tentennamenti stilistici, un pugno di aziende sta cercando, e talvolta riuscendo, di dare una identità ad un territorio che ha tremendamente bisogno di trovarne una.
Un punto fermo è che da queste parti è meglio darsi da fare con i rossi. Non me ne vogliano i vignaioli che sudano per portare a casa qualche buon bianco, ma risulta evidente la maggiore vocazione per i rossi.
Casomai il problema è quello di contenere le gradazioni alcoliche e conservare un profilo di eleganza.
Il Bradisismo è a mio avviso una bottiglia che procede in questa direzione, senza bisogno di impressionare per la potenza e la concentrazione.
La caratteristica più positiva è proprio l’eleganza della beva, mentre qualche riserva la emetto a livello olfattivo per uno strano odore di cassetto chiuso che disturba e toglie finezza all’insieme. Inoltre non è finissimo l’impatto del legno, che ritorna nel finale di bocca. Per il resto si tratta di una bottiglia oggi perfetta da bere, godibile e ben abbinabile a svariate preparazioni culinarie.
Due faccini :-) :-)

24 novembre 2010

I Colli Bolognesi e il Gambero "cattivo"

Angelo Peretti
Ho seguito da lontano - da giornali e blog, intendo - la polemica innescata dai produttori dei Colli Bolognesi nei confronti della guida del Gambero Rosso e del suo responsabile locale, rei - a sentire i vigneron del luogo - d'aver trascurato o sottostimato zona e denominazione. E, insomma, per sintetizzare, ricordo che sul Resto del Carlino si son letti vari interventi di cantinieri bolognesi - ed anche della stessa presidenza del Consorzio di tutela - che han dichiarato che non manderanno più il vino agli assaggi della guida gamberista.
Dal canto suo, il direttore della guida, Daniele Cernilli, intervenendo nel fitto dibattito del blog Intravino, ha sostenuto che se i vini non glieli manderanno, vorrà dire che il Gambero se li comprerà. E c'è chi si è spinto a ribattergli: "Attenzione a reperire i campioni contro la volontà delle aziende: le vie legali, a volte, sono infinite…". Minaccia per me inquietante, visto che le bottiglie recensite su quest'InternetGourmet sono per la stragrande maggioranza acquistate dal sottoscritto e dunque reperite senz'alcun consenso del produttore. Il quale produttore, tuttavia, in etichetta o in contr'etichetta non l'ha mica scritto che il suo vino va bevuto previa sottoscrizione di verbale di conciliazione nel quale il compratore s'impegna a non dare giudizio alcuno sul prodotto, obbligandosi invece a bere in totale silenzio. E allora me lo compro, me lo bevo e dico quel che ne penso, vivaddìo.
Detto questo, credo che 'sta questione bolognese sarò curioso di vedere come va a finire, se insomma il faccia a faccia andrà avanti con puntiglio o se invece andrà a finire a crescentina e Pignoletto (dir tarallucci e vino mi sembrava fuori luogo), nel qual secondo caso avverto che non mi dispiacerebbe essere in qualche modo della partita, ché amo certa cucina ruspante e i vini dalla beva non impegnativa.
Giusto così per dire, ricordo che un paio d'anni fa, quando L'Espresso uscì con la copertina di Velenitaly proprio in apertura dell'evento veronese del Vinitaly, raccolsi incavolatissime determinazioni del mondo vinoso circa il "non manderemo mai più i vini alla guida dell'Espresso". Poi la guida uscì e non mi sembra proprio che fosse in formato mignon per deficit di vini assaggiati.

23 novembre 2010

Soave Classico Superiore Monte di Fice 2006 I Stefanini

Mario Plazio
Il Soave Monte di Fice sembra incarnare una nuova via per il vino bianco d’eccellenza del veronese. Almeno questo sembra essere quello che si deduce da questo 2006 ancora estremamente giovane (e dall’assaggio in cantina degli altri vini aziendali).
Colpisce la grande aromaticità ed apertura del vino, il bilanciamento tonale. Intendo dire che ci troviamo di fronte ad uno stile consensuale, lineare, elegante e moderno. Senza però tutti quei tecnicismi che spesso devo dire, molti degustatori confondono con la definizione di “moderno”.
Non sempre abbiamo bisogno di vini introversi, intellettuali e compiaciuti di quanto sono ostici. Dico anche che ogni tanto (o spesso) c’è una non tanto sottile vena di compiacimento nel parlare di questi prodotti poco accessibili, le cui chiavi di lettura sono forniti ai soli iniziati.
Con tutto questo il Monte di Fice non c’entra nulla. È, per dirla in linguaggio internazionale, “easy”. E credo sia una carta notevole da spendere nel panorama di crisi che colpisce anche il mondo del vino.
Di bottiglie come questa ce ne vorrebbero molte, territoriali, semplici e immediate. Sono sicuro che il mercato tributerà il giusto riconoscimento proprio a questo tipo di vini.
Due faccini + :-) :-)

22 novembre 2010

La Federazione italiana vignaioli indipendenti dichiara battaglia all’etilometro

Riceviamo e pubblichiamo questa nota della Fivi, la Federazione italiana dei vignaioli indipendenti, che si dichiara di avere "pronta una denuncia sulla inaffidabilità dell’etilometro, in uso alle Forze dell’Ordine, da inviare al Ministero dei Trasporti".
Di seguito il comunicato.
Costantino Charrère, presidente della Fivi, Federazione italiana vignaioli indipendenti, è sulle barricate da settembre come promotore della battaglia contro l’etilometro, dal 13 novembre diventato obbligatorio (sotto forma di “precursore alcolemico”) anche per i locali che somministrano alcolici dopo la mezzanotte.
Dopo la conferenza stampa di settembre che ha puntato i riflettori ufficialmente sull'inaffidabilità dell’etilometro, la Federazione intende proseguire con forza la sua battaglia contro il Draeger 7110 MK – strumento in dotazione alle Forze dell’Ordine per i controlli su strada - non idoneo a svolgere il compito per cui è stato introdotto, ossia il livello della concentrazione di alcol etilico nel sangue.
“Per sostenere scientificamente la nostra battaglia, ci siamo rivolti ad un luminare come Michael Hlastala, professore emerito in Fisiologia, Biofisica e Medicina dell’Università dello Stato di Washington – prosegue Costantino Charrère – la cui analisi ha sottolineato le imprecisioni legate all'uso dell’etilometro e all’inadeguatezza di questo strumento per la rilevazione dello stato di ebrezza ”.
Oggi, dopo l’introduzione di questo strumento, chi subisce l’attacco più pesante è il vino, considerato più pericoloso della stessa droga e di altre cause, prima fra tutte l’alta velocità. Ecco perché è pronta una denuncia da inviare ala Ministero dei Trasporti per fare chiarezza sui dati e le statistiche sugli incidenti della strada, in modo che il vino possa avere una giusta collocazione nell’incidenza delle sciagure stradali e non continuare ad essere visto come un capro espiatorio.
Per ribadire gli intenti della Federazione, il professor Hlastala sarà presente al prossimo Boroli Wine Forum che si terrà il prossimo 26 novembre presso la Cantina La Brunella di Castiglione Falletto (Cuneo) .

E basta con questo vino delle emozioni!

Angelo Peretti
Oh, non se ne può più di chi vuol farci "emozionare" a tutti i costi. Paolo Ghezzi, giornalista del quotidiano L'Adige ed ottimo conduttore del "live-blog" su vino e comunicazione cui ho partecipato qualche giorno fa a San Michele all'Adige ha ricordato che in un recente meeting dedicato al turismo trentino, tutti gl'intervenuti avevano un'unica parola d'ordine: per prendere villeggianti, occorre emozionarli. Ed ha scherzosamente osservato che quando perfino la guida alpina ha detto che l'obiettivo è quello di emozionare, un attimo un brivido gli è venuto, perché semmai la mission in quel caso è dar sicurezza, altro che emozione.
Ora, ai fan della comunicazione emozionale vorrei far leggere alcune parole che Oscar Farinetti - il signore ritratto nella fotina qui sopra, uno che di business se n'intende, visto che le sue imprese, e soprattutto Eataly, son di successo - ha detto a Marisa Fumagalli per un servizio uscito sul numero scorso di Sette, il magazine del Corriere della Sera.
Osserva dunque Farinetti: "Ha notato che la pubblicità dei prodotti alimentari della grande industria si è inserita nel trend dei consumatori consapevoli? Prendiamo la Ferrero, colosso del settore dolciario. Antenne dritte, negli spot, punta sulla materia prima e la provenienza. Un esempio? Il latte delle valli piemontesi, i limoni di Sicilia, pe una sua specialità da frigorifero. Insomma, meno emozione, più contenuti. È una linea che si sta diffondendo".
Ecco, ma visto che certi soloni del marketing da quartiere seguitano a insistere dicendo che un vino deve emozionare, che un piatto deve emozionare, che un ristorante deve emozionare, magari è il caso di ripeterlo: più contenuti. Le emozioni semmai vengono da sole, se ci son contenuti di livello.

28 novembre 2010: la pearà veronese a Milano

Torna a Milano il Circolo della pearà: appuntamento domenica 28 novembre 2010, alle ore 12.30, al ristorante dell’hotel Ramada Plaza, in via Stamira D'Ancona, 27.
La pearà è la classica salsa da bollito veronese: viene preparata con pane secco grattugiato, brodo di manzo, pollo e vitello, midollo di bue e pepe abbondante. “La maggior parte dei commensali – afferma Gianmaria Radice, ideatore dell’iniziativa – ha origini veronesi o legami con la città scaligera, ma i quarti di veronesità non sono indispensabili, anzi al Circolo della pearà sono ben accetti i foresti, i gourmet, e anche i semplici curiosi, che di un piatto come la pearà finora hanno solo sentito parlare. Più saremo e più sarà importante il contributo economico che riusciremo a offrire alle attività di cooperazione svolte dagli amici di Medici per la pace.”
La cucina è affidata alla supervisione dello chef veronese Giorgio Gioco e del figlio Antonio (sono loro nella foto), titolari del celebre ristorante scaligero Dodici apostoli, e il servizio in sala alla società di catering Papillon diretta da Luca Legnani. I vini sono offerti dall’azienda agricola Brigaldara.
Quote di partecipazione: ospite singolo 50 euro, coppia 80 euro, bimbi e ragazzi gratis.
Il ricavato, assicurano gli organizzatori, sarà interamente devoluto alla onlus Medici per la Pace.
Per informazioni e prenotazioni: Gianmaria Radice, e-mail: gianmaria.radice@bmw.it.

21 novembre 2010

25-29 novembre 2010: il Salon des Vignerons Indépendants a Parigi

Si svolge dal 25 al 29 novembre a Parigi, presso Paris Expo in Place de la Porte de Versailles, il Salon des Vignerons Indépendants, la fiera dell'associazione dei vignaioli indipendenti francesi: presenti quasi mille produttori provenienti da tutte le aree vinicole della Francia. L'orario di apertura è dalle 10 alle 20 il 25 novembre, dalle 10 alle 19.30 il 26, dalle 10 alle 20 il 28 e 29 e dalle 10 alle 18 il 29. Il biglietto intero costa 6 euro.
Per i patiti dell'iPhone è stata realizzata una speciale applicazione che permette di sostituire il vecchio taccuino da degustazione.

25 novembre - 13 dicembre 2010: Bollicine su Trento

Dal 25 novembre al 13 dicembre l'Enoteca di Palazzo Roccabruna, casa dei prodotti trentini, nel cuore di Trento, ospita Bollicine su Trento, un evento dedicato al Trentodoc, lo spumante metodo classico della provincia tridentina: le degustazioni sono aperte il giovedì e il venerdì dalle 17 alle 22 e il sabato e la domenica dalle 11 alle 22, mentre l'8 e 13 dicembre va dalle dalle 17 alle 22.
Venerdì 26 novembre il programma è fittissimo: dalle 10 alle 12 degustazione libera dei circa 40 esempi di Trentodoc presenti a Bollicine su Trento 2010, alle 12 è di scena Gli Introvabili, una degustazione guidata da Marco Sabellico, curatore della guida Vini d'Italia del Gambero Rosso, con 10 campioni di Trentodoc non più in commercio, mentre alle 16 alla sala Calepini, presso la sede della camera di Commercio, è previsto l'incontro "Dialoghi sulle bollicine: evoluzione e tendenze di mercato", con la partecipazione di Giles Fallowfield, esperto inglese di metodo classico, Enzo Vizzari, direttore della guide de L'Espresso, e Marco Sabellico. Nella serata del 26 novembre i produttori trentini saranno presenti nei bar del capoluogo per Trentodoc in Centro": è l'occasione giusta per incontrarli e assaggiare i loro vini.
In concomitanza con Bollicine su Trento, la rassegna Trentodoc on the Road offre invece occasioni di degustazione in numerosi hotel, ristoranti, enoteche, winebar.
Il programma completo si può leggere cliccando qui.