20 luglio 2011

Sostenibilità: le vie per l'inferno sono lastricate di buone intenzioni?

Angelo Peretti
La parola d'ordine è sostenibilità. Va di moda, fa tendenza. Dovrebbe anche far vendere il vino. Pardon: dovrebbe aiutare a fare una viticoltura di qualità, più pulita, e dunque più sostenibile, e a far vendere meglio il vino.
Mi piace che si parli di viticoltura (di agricoltura) sostenibile. Mi piace che ci si preoccupi del riscaldamento globale del pianeta, della riduzione dell'uso della chimica nei campi, della gestione dell'acqua, dei costi energetici. Mi piace che si discuta di biodiversità. Mi piace tutto questo, e dunque m'è piaciuto anche che il tema della viticoltura di qualità, quella appunto più sostenibile, sia stata al centro di un convegno presso le cantine Bolla, in Valpolicella. Convegno voluto e coordinato da un enologo-manager che stimo come Christian Scrinzi. Ma ho tanti dubbi. Uno in particolare: non è che sta succedendo quel che ho già visto nelle banche nell'ultima quindicina d'anni?
Cerco di spiegarmi.
Nella seconda metà degli anni Novanta e poi nei primi anni del nuovo millennio, nelle grandi banche italiane ed estere andò per la maggiore il tema della social responsibility, della responsabilità sociale dell'impresa. Da lì, si arrivò, come evoluzione, alla social sustainability, la sostenibilità sociale dell'impresa, e dunque quando sento parlare di "sostenibilità", ecco, mi viene un po' l'orticaria.
Il fatto è questo. Secondo la stakeholder theory, la teoria dei "portatori di interesse", tutto nel "fare banca" doveva essere fatto nel nome della responsabilità sociale. Mettendo in primo piano il ruolo dei vari stakeholder nella generazione e nella distribuzione del valore dell'impresa. E dunque, spazio ad azionisti, clienti, dipendenti, comunità locali, fornitori. Solo che in un contesto di stampo neoliberista, l'interesse dei primi, gli azionisti, ha finito man mano per sorpassare (e annichilire) quello degli altri. Il processo di concentrazione bancaria ha spinto verso logiche spesso esasperate di massimizzazione del profitto nel breve periodo, accantonando le strategie di medio-lungo periodo (più lente nella "creazione di valore", ossia nell'ottenimento degli utili), strapagando i manager perché gli obiettivi reddituali "sfidanti" fossero raggiunti presto (con premi iperbolici per il management), assegnando ai dipendenti budget sempre più spinti verso i ricavi, anche a scapito della qualità del servizio. Per generare profitti ancora maggiori per l'azionista (divenuto lo stakeholder principe nella teoria della responsabilità sociale d'impresa), si è arrivati a mettere in campo la cosiddetta "finanza creativa".  Il risultato di quella finanza che creativa lo è stato un po' troppo lo stiamo pagando tutti sulla nostra pelle da tre anni: prima la grande crisi finanziaria, ora una delle peggiori crisi economiche di sempre. Forse la peggiore in assoluto, e non ne stiamo uscendo. Anche perché in troppi casi a dettare le ricette per l'uscita dalla crisi sono gli stessi che la crisi l'hanno generata ed alimentata.
Ecco, sì, lo so: ad aver generato la "grande crisi" nella quale ci dibattiamo sono state le esagerazioni, le esasperazioni. Però sono esagerazioni ed esasperazioni nate "a fin di bene", per massimizzare la "creazione di valore" per l'azionista e quindi magari sotto il cappello - o meglio, dietro il paravento, la maschera - della "sostenibilità sociale". Ecco: quel che mi fa paura è che la via dell'infermo è lastricata di buone intenzioni, e temo che possa essere vero anche in agricoltura, anche in viticoltura.
La domanda che (mi) pongo è una: non è che con la buona intenzione della "sostenibilià" finiremo per avere una "viticoltura di precisione" (altra parola d'ordine) che standardizzerà ed omologherà ancora di più il vino? Che livellerà, appiattirà: ad un livello alto, certo, ma privo di quelle splendide "imperfezioni" che rendono il vino così diverso da ogni altra bevenda?
In tutto questo - a fronte di questo mio dubbio - almeno c'è un aspetto importante, ed è che se ne parla. E dunque il mio plauso - per quel che conta - va anche alla Bolla e a Scrinzi e a un convegno che mi ha fatto pensare. E di cui probabilmente ancora parlerò, per chi avrà la pazienza di leggermi.

4 commenti:

  1. Ciao Angelo,

    apprezzo molto la sincerità di Gian Paolo Paglia che dice di essere passato a bottiglie più leggere per risparmiare soldi nell'acquisto e anche nelle spese di trasporto (minor quintalato minor costo del corriere). Se poi aggiugiamo che la bottiglia più leggera genera meno CO2 dalla produzione al trasporto del prodotto finito, meglio.

    A rigurado della standarizzazione del prodotto, proprio ieri ho accompagnato un sommelier di un famoso ristorante di Praga ad acquistare perte di quei vini da collezione che ti avevo accennato.
    Anche lui come accennavi tu in un articolo precedente, sostiene che non riesce più a riconoscere millesimi e sotto zone delle maison di Bordeaux.

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  2. Già, Stefano, e non vorrei che questa indistinguibilità fosse frutto anche della "sostenibilità". Adoro l'insostenibile varianza del vino.

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  3. maddalena pellegrini20 luglio 2011 alle ore 23:17

    Non vedo come si possa parlare di sostenibilità partendo da ettari e ettari di vigneti tutti uguali ,tutti perfetti .Sostenibilità per me è anche rispetto per il territorio che si ha ,che non vuol dire solo "promozione" vuol dire riconoscere zone vocate ,e altre meno ,vuol dire appezzamenti che mantengano l'orografia e la stratigrafia del suolo ,vuol dire non esasperare le produzioni con irrigazioni e concimazioni esagerate...insomma è lunga...

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  4. Aggiungo, Maddalena, che vuol dire anche rispettare l'uomo o la donna che su quel suolo lavorano e vivono, ed è questa, la parte umana del terroir, che così spesso dimentichiamo.

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