27 luglio 2011

Vigneron e vignaioli: quando l'indipendenza è un valore

Angelo Peretti
Ordunque, la situazione è, grosso modo, questa: in Francia ci sono i Vigneron indépendant, in Italia i Vignaioli indipendenti. I primi, i Vignerons indépendants de France, sono ben seimila e sono organizzati in trentadue federazioni dipartimentali, a loro volta riunite in undici federazioni regionali: una forza, anche sotto il profilo economico e politico. I secondi, gli italiani, sono qualche centinaio e per ora sono organizzati in un'unica federazione nazionale (la Fivi, la Federazione italiana dei vignaioli indipendenti), che ha una serie di responsabili locali: stanno crescendo, e spero crescano sempre di più.
I francesi son di più anche perché hanno una lunga storia, essendo nati nel 1978, mentre per gl'italiani ci sono solo tre anni d'esperienza, visto che la fondazione è avvenuta nel luglio del 2008. Entrambe le federazioni nazionali son comunque assieme dentro alla Cevi, la Confédération européenne des vignerons indépendants, ossia la confederazione europea dei vignaioli indipendenti: i francesi hanno la presidenza, gli italiani la vicepresidenza.
Detto questo, dico che c'è una cosa che, a girare le cantine d'Italia e di Francia, balza subito agli occhi. I vigneron francesi alla loro federazione ci credono in toto, e lo dimostrano. Gli italiani sembrano ancora mostrarsi titubanti. Trent'anni di differenza nell'attività delle rispettive federazioni qualcosa vogliono pur dire, ovvio. E non so se tre decenni fa i transalpini fossero più avanti dei vignaioli nostrani. Epperò fa impressione vedere che in Francia il marchio dell'omino con la botticella in spalla, simbolo dei vigneron indépendant, viene utilizzato come emblema d'appartenenza, ma anche come vera e propria leva di marketing. E dunque lo trovi non solo sulle etichette dei vini, ma anche fuori dalle cantine, sui cartelli stradali che indicano la via per le aziende, sulle vetrine dei punti vendita dei singoli produttori, sulle casse di vino e sulle confezioni da tre bottiglie. Insomma: il marchietto della federazione è visto come un considerevole valore aggiunto. E come tale viene usato.
In Italia il marchietto della Fivi, l'omino con la cesta d'uva sulla testa e l'ombra a forma di bottiglia, ha appena cominciato a far capolino sulle capsule delle bottiglie dei soci. A Vinitaly gli associati alla Fivi mostravano anche un cavaliere di cartoncino con il logo. A dicembre (il 3 e il 4 a Piacenza) si terrà poi il primo Mercato dei vini dei vignaioli indipendenti, dove sarà possibile assaggiare e comprare. Ed è il primo passo, spero, verso l'articolazione di quegli splendidi saloni regionali che in Francia i vigneron allestiscono un po' ovunque durante l'anno, permettendo al pubbblico di acquistare direttamente dal produttore (mica le nostre millanta fiere da dove non si può portare a casa una bottiglia che sia una: del resto, qui da noi la burocrazia non aiuta).
Ma soprattutto spero che i vignaioli indipendenti italiani dimostrino di crederci per davvero alla loro federazione. E l'esposizione - orgogliosa, vivaddìo - del logo è il primo, fondamentale passo perché la federazione sia conosciuta e conti per davvero. "Il Consiglio è certo - ha dichiarato il presidente della Fivi, Costantino Charrere, all'Assemblea generale delle federazione, lo scorso 7 luglio - che il Bollino Vignaioli Indipendenti può diventare un vero ed importante veicolo di aggregazione e di mercato". Per quel che contano le mie certezze, ne sono certo anch'io. Magari, aggiungo, una gita dai colleghi francesi potrebbe far bene a molti. Soprattutto agli indecisi.

7 commenti:

  1. Carissimo Angelo,
    provengo da un mondo diverso dal vino, ma di esperienze associative vanto qualche anno di duro lavoro.
    Purtroppo in Italia non sappiamo fare gruppo, siamo troppo pieni di personalismi e troppo malati di protagonismo.
    Spesso le associazioni nascono solo come veicolo di "protesta" nei confronti di enti o gruppi già esistenti e dai quali ci si vuole distinguere.
    Quando un associazione o un movimento non è alimentato da un idea, da un progetto comune di obiettivi, da un credo e una passione, ma nasce solamente dalla rabbia e dalla volontà di demolire qualcosa di esistente, non ha futuro.
    Ben descritto il tuo paragone con i Francesi, almeno loro sanno fare gruppo portando nel mondo un paese, una bandiera, un territorio, il loro vino prima......l'etichetta poi.
    Purtroppo noi Italiani siamo fermi all'idea che le associazioni devono servire per sponsorizzare il "proprio Brand" e quando questo non trova soddisfazione, la colpa è dell'associazione.
    Pronti allora a rinnegare l'appartenenza e a rifugiarsi in una federazione "di comodo" dove sfruttare la convenienza del momento, sempre però attenti e vigili con l'etichetta, non la botte...in spalla per correre via alla prima difficoltà.
    Caro Angelo, mi auguro che i Vignaioli Italiani imparino a crederci veramente, che capiscano che credere non vuol dire trovare un canale facile di vendita, ma vuol dire adottare uno stile e un etica nel rispetto di un territorio e del suo prodotto. La differenza la fà il cuore e la passione che il vignaiolo sà trasmettere al vino.
    Più che una gita proporrei un corso di formazione sulla capacità di fare gruppo, e non solo ai vignaioli!!!
    Grazie Angelo, una tua appassionata lettrice.

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  2. Io non sono associato alla FIVI, ma la ritengo una associazione interessante e da seguire. Il motivo principale per il quale non sono associato è che per una parte piccola della mia produzione compro delle uve. Compro circa il 10% perchè sono vigne particolari, vecchie, belle, oppure percheè in qualche annata semplicemente ne ho bisogno. In molti casi sono stati piantate vigne da persone che non hanno né le capacità né la voglia di produrre vino, ma non possono essere date in affitto (e quindi rientrare a tutti gli effetti come uve proprie da parte di chi le vinifica) perchè sono legate a strumenti urbanistici che le vincolano perchè sono state utilizzate per giustificare la casetta o il capannone costruito. Insomma, una questione di incroci burocratici, molto italiana.
    La parola indipendente, e qualche chiaccherata fatta con alcuni aderenti alla FIVI mi hanno sempre fatto credere che il punto principale dell'associazione fosse quello di essere produttori del 100% delle uve trasformate, e quindi non avrei potuto farne parte.
    Oggi, a seguito del tuo post, vado sul loro sito e cerco i requisiti per aderire, e questo trovo scritto:

    "La FIVI raggruppa viticoltori che soddisfano i seguenti criteri:

    1) Il vignaiolo che coltiva le sue vigne, imbottiglia il proprio vino, curando personalmente il proprio prodotto. Vende tutto o parte del suo raccolto in bottiglia, sotto la sua responsabilità, con il suo nome e la sua etichetta.
    2) Il vignaiolo rinuncia all’acquisto dell’uva o del vino a fini commerciali. Comprerà uva soltanto per estreme esigenze di vinificazione, in conformità con le leggi in vigore.
    3) Il vignaiolo rispetta le norme enologiche della professione, limitando l’uso di additivi inutili e costosi, concentrando la sua attenzione sulla produzione di uve sane che non hanno bisogno del maquillage di cantina.

    Mi soffermo sul secondo punto: Il vignaiolo rinuncia all'acquisto per fini commerciali, solo in caso di esigenze estreme, e solo per quello che la legge consente.
    Partiamo dall'ultima frase, quello che la legge consente: oggi la legge consente di acquistare fino al 49% della produzione propria per mantenere la qualifica di imprenditore agricolo professionale (e la tassazione a rendita catastale). Di seguito: quali sono le esigenze estreme di vinificazione? Le rate di mutuo da pagare, gli stipendi, i fornitori, la propria famiglia da mantenere, sono considerate o no esigenze estreme?
    E ancora, la rinuncia all'acquisto di uve e vini a scopi commerciali non dovrebbe essere ammessa. Questo vuol dire forse che le uve acquistate, fino al 49% si badi bene, verranno usate per autoconsumo?
    A me il tutto sembra il solito artificio linguistico per dire una cosa e poi farne un altra. Si badi bene che io non condanno affatto chi, nei termini stabiliti dalla legge, compra uve e vini, e addirittura rivendico pure che lo si possa fare a scopo commerciale, che è poi il vero motivo per il quale si fa il vino, ovvero per commerciarlo. E chi distinguerà quali sono le emergenze giuste e quelle "non giuste".
    Mi piacerebbe che si uscisse fuori dalle ipocrisie, di far passare il contadino come uno che non lavora per i soldi, come tutto il resto del mondo, che vive in un pianeta dove i soldi non contano, e magari qualcuno ci vive davvero in quel pianeta, con l'azienda avuta in eredità e magari qualche bel titolo nobiliare ll'inizio del nome.
    Non si potrebbe invece girare meno intorno alle parole e dire piu' semplicemente che il vignaiolo indipendente produce la prevalenza delle sue uve, come prevede la legge, e che per il resto Dio lo salvi nella giungla della burocrazia italiota e eurocratica, in quella di mercati mai liberi e sempre piegati agli interessi di chi ha una posizione consolidata e non di chi vuole emergere, dei clienti che non pagano, ecc.
    Io ci starei subito e con convizione.

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  3. Vero Giapaolo, anch'io avevo notato questa cosa che mi è parsa strana.

    Ho parlato proprio ieri con Mauro Pasquali circa la Fivi, esprimendo la mia perplessità sul fatto che alcuni associati siano o meno dei veri vigneron.

    Forse visto che siamo agli inizi e ci sono pochi associati, va bene far entrare un po' tutti, ripulendo poi in futuro. Forse.

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  4. anche io non sono associata fivi, volevo sentire loro e farmi spiegare bene cosa intendono nel loro statuto, perchè la stessa cosa che ha lasciato perplesso gianpaolo è la stessa cosa che ha lasciato perplessa me.
    le parole sono importanti per me -noi di famiglia-.
    comunque l'idea la trovo bella ed interessante

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  5. Sono d'accordo che ciò che è scritto sul sito non sia chiaro ma lo statuto della Fivi al riguardo è molto preciso:
    "Possono far parte della Federazione:
    Primo: le aziende vitivinicole (ditte individuali e/o società agricole non cooperative), intendendosi per tali le aziende che esplicano al loro interno le tre funzioni - non una esclusa - di gestione del vigneto fino alla raccolta dell'uva, della trasformazione in vino dell'uva raccolta nel vigneto gestito, della commercializzazione del prodotto in tal modo ottenuto; e che comunque siano definibili aziende agricole ai sensi della legge, con particolare riferimento a quanto disposto in fatto di acquisto e utilizzo di uva e di vino da parte di azienda agricola.
    Le aziende vitivinicole che abbiano titolo per dichiarare in etichetta "Imbottigliato dal produttore all'origine" sono comprese fra quelle che possono far parte della Federazione.
    Non possono fare parte dell'associazione le aziende commerciali in qualunque forma esercitate.
    Secondo: le associazioni italiane di aziende vitivinicole come definite al precedente Art.3, lo Statuto delle quali risponda ai principi costitutivi della "FEDERAZIONE ITALIANA VIGNAIOLI INDIPENDENTI" espressi in questo statuto. I Presidenti delle sopraddette associazioni stabiliscono il numero dei soci della associazione di propria competenza e ne garantiscono i requisiti come rispondenti al comma primo del
    presente articolo 3."

    La Fivi deve essere una Federazione in cui i vignaioli si riconoscono e che sentono loro: al nostro interno ci sono associazioni locali di vignaioli che si sono imposti delle regole ancor più restrittive riguardo l'acquisto delle uve, prevedendo, ad esempio, percentuale di acquisto massima del 15%.
    Nel momento in cui si associa alla Fivi un'associazione di vignaioli locale, tutte le aziende di quel territorio si devono adeguare alle regole della stessa.
    In alcune zone, ad esempio di viticoltura di montagna, le aziende devono ricorrere ad acquisto di una percentuale di uve perchè hanno in genere piccole dimensioni e non sarebbero in grado di sostenersi.

    Matilde Poggi
    Vicepresidente Fivi

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  6. Ringrazio Gianpaolo, Stefano e Carolina per gli interventi e Matilde per la replica.
    Quanto a me, dico che ho sempre ritenuto che gli statuti (ne ho scritto qualcuno anch'io) servano a dirimere i litigi quando questi accadono, mentre a contare come valore associativo è invece soprattutto la condivisione delle idee, dei valori. Credo che si debba guardare soprattutto a quanto unisce, a quanto accomuna, per raggiungere obiettivi che vadano nella direzione di quanto si usa chiamare il "bene comune". Sapendo che in assoluto questo - il "bene comune" - è un obiettivo irraggiungibile, ma che comunque il tendervi in molti è di per sé un risultato di enorme portata. Perché cambia le menti, i pensieri, i modi di porsi e di agire.
    Ecco, spero che questo la Fivi possa portare al mondo del vino italiano: orientare i vignaioli verso obiettivi comuni, culturalmente condivisi. Sarebbe già un risultato enorme, e spero che sempre più vignaioli vi contribuiscano.

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