28 luglio 2010

Vino e finanziamenti pubblici: qualcosa non funziona

Angelo Peretti
Considero Fabio Piccoli il miglior analista che abbiamo in Italia per quanto attiene al mondo del vino. I suoi interventi, ormai da qualche anno e con costanza, rendono conto di un rigore metodologico che non è frequentissimo nel settore. Semplificandone al massimo - e forse in questo banalizzandola - la metodologia di lavoro, direi che Fabio ha saputo sviluppare la capacità di raccogliere dati e informazioni anche molto eterogenei per poi farne una sintesi dalla quale prendere le mosse per proporre interrogativi capaci, almeno potenzialmente, di generare risposte operative da parte degli addetti ai lavori. E non è davvero poca cosa.
Cerco dunque di leggere sempre con attenzione i suoi scritti. E così ho fatto per un pezzo lanciato in prima pagina sul numero di metà luglio del Corriere Vinicolo. Titolo: "Controlli, prezzi e fondi bloccati minano la nostra competitività". Mi interessava soprattutto capire qualcosa di più sul terzo dei temi proposti dalla titolazione, quello relativo ai fondi pubblici. Perché, in particolare, la questione dei fondi comunitari rivenienti dalla nuova Organizzazione comune di mercato del vino (Ocm) era stata una delle poche aree di mia mancata condivisione verso le opinioni di Fabio Piccoli. Nel senso che m'è parso che nei mesi scorsi lui vedesse prospetticamente una svolta positiva nella decisione delle autorità europee di consentire l'accesso diretto ai contributi pubblici sulla promozione anche alle imprese, singole o associate, in luogo della vecchia prassi che vedeva protagonisti i soli consorzi di tutela o comunque le realtà associative. Mentre personalmente ero scettico che le cose potessero funzionare.
Intervistati "i principali produttori vinicoli italiani", Piccoli, in tema di "risorse messe a disposizione per la promozione e l'informazione", scrive ora così: "Se si vanno a guardare le risorse fin qui spese su questi fronti non si può non essere delusi e preoccupati". Aggiunge: "Sicuramente la massacrante burocrazia rimane uno dei limiti maggiori. Ma se si va ad analizzare in maniera specifica le ragioni di scarso utilizzo delle risorse per la promozione dei vini italiani nel mondo ci accorgiamo che la principale è la difficoltà delle imprese vitivinicole di ottenere le fidejussioni bancarie previste dai bandi". E sono parole sacrosante.
Poi, Fabio pone l'interrogativo: "La domanda allora sorge spontanea: è mai possibile che di fronte a finanziamenti già ufficialmente riconosciuti non si riesca a trovare il modo che l'istituzione pubblica si faccia garante di fronte alle banche?"
Per me la risposta è: "No, non è possibile". E cerco di spiegare perché.
Il meccanismo dei mega finanziamenti Ocm per la promozione nei paesi terzi è abbastanza semplice: tu, ente o privato, t'impegni a realizzare un intervento di promozione significativo all'estero e io, Unione europea, di cofinanzio le spese al 50 per cento. Addirittura, sono disposta ad anticiparti la mia parte di fondi, ma voglio essere certa che tu quei soldi li spenda davvero per la promozione, e non per altre finalità, e dunque ti chiedo una garanzia bancaria che copra il rischio di utilizzi difformi". Tutto chiaro, tutto semplice. Se non fosse che la garanzia bancaria - la fidejussione - è un vero e proprio affidamento, e le banche lo concedono sono se ci sono i requisiti di affidabilità, il che è raramente possibile, vista la povertà della struttura patrimoniale della quasi totalità delle imprese vitivinicole italiane. Ancora meno è possibile in un periodo di stretta finanziaria come l'attuale. Di fronte a questa difficoltà, chiedere però che l'istituzione pubblica si faccia essa stessa garante appare un controsenso: vorrebbe dire che il soggetto pubblico è colui che contemporaneamente chiede e rilascia la garanzia. Tanto varrebbe allora che non la domandasse neppure. Ma a quel punto significherebbe che se i fondi venissero impiegati male (mai successo?) pagherebbe Pantalone.
La faccenda dei fondi Ocm così com'è stata impostata non mi piaceva e non mi piace. Troppo pesante, troppo limitante. Di fatto, solo poche imprese del vino, dimensionalmente grandi, ne possono avere qualche beneficio, ma solo a condizione che dispongano di uffici efficientissimi e che comunque abbiano già programmato azioni di promozione su paesi verso i quali sono indirizzati i fondi pubblici: spendere per spendere, meglio avere un contributo. Per il resto, temo sia più apparenza che sostanza. Nel senso che gli adempimenti burocratici e gli impegni finanziari sono così rilevanti che occorre per forza far ponte su strutture messe in piedi appositamente, Ma queste strutture hanno dei costi di gestione, e non sono modesti, per cui assorbono una buona parte del finanziamento pubblico. Alla fine, bene che vada, all'imprenditore resta in mano il 30-35 per cento di contributo pubblico. Non è poco, ma non è neanche tanto e comunque non è tale da gisutificare i lacci e lacciuoli che il produttore si trova a dover affrontare. Così non funziona. Non può funzionare. Ma è solo un'opinione: la mia.

2 commenti:

  1. Ciao Angelo.

    Per quanto riguarda i finanziamenti pubblici, ho di recente sentito da amici che li hanno ricevuti che, spesso le comunicazioni e i bandi sono in ritardo mostruoso quindi, tu ti prepari a fare una cosa con largo anticipo, poi non ricevi più risposte nei tempi e quando ti arriva la risposta hai poco tempo e la scadenza di spesa è la stessa quindi, se ti concedono un mutuo non riesci ad attivarlo in tempo e devi fare una fidejussione (che per quel che so ti danno senza problemi) che spesso ha bisogno di una decina di giorni lavorativi e a volte non sono sufficienti e quindi per colpa degli enti ritardatari salta l'operazione.

    Per quanto riguarda le garanzie date dalle aziende, ovvero il patrimonio dell'azienda, le aziende agricole se non sono solo imbottigliatori o se non hanno solo vigneti in affitto, spesso sono le aziende più di garanzia infatti non è come una s.r.l. meccanica che ha il capannone in affitto e i macchinari in leasing. Le aziende vinicole hanno vigneti di proprietà, cantine, attrezzature e volentieri anche le ubicazioni e essendo in pochi casi a relsponsabilità limitata, il titolare risponde in toto.

    Per il tuo ultimo paragrafo relativo alla pesantezza di utilizzo delle azioni volte alla promozione confermo. Oggi mi è arrivata da U.vi.ve. la proposta di fare un gruppo per la promozione all'estero ma, giustamente, bisogna esportare almeno il 5% della produzione, bisogna imbottigliare almeno 600.000 bottiglie oppure il 25% dell'intera produzione e poi bisogna comunque investire un importo minimo a gruppo. Un'azienda agricola piccola, fa fatica a queste condizioni a tentare di farsi conoscere sul mercato internazionale.

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  2. @Stefano. I fondi per la promozione extra Ue prevedono investimenti di ingente importo (centinaia di migliaia di euro): credo sia molto, molto difficile che un'azienda agricola sia in grado di sostenerli, e che comunque una banca sia disposta a garantirne la metà attraverso una fidejussione, che, per determinati importi, non concede (e non può concedere) assolutamente "senza problemi". Un conto è una fidejussione di poche migliaia di euro (equivale ad un banale scoperto di conto corrente), un conto è se la medesima polizza è chiamata a coprire rischi di rilevante ammontare.

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