27 ottobre 2010

I cattivi maestri

Mario Plazio
Come direbbe il buon Pappalardo: e lasciami sfogare. Oppure il compianto Cossiga: fatemi togliere qualche sassolino dalle scarpe.
Non sono uno di quelli che incontrate su blog o riviste semiclandestine e che brandiscono la spada a destra e a manca. Voglio dire: anche se è da qualche anno che mastico vino, credo di non dover pontificare o insegnare niente a nessuno. Ho una passione che mi fa capire che più so, e più so di non sapere. Per questo credo di avere il diritto di incavolarmi quando vedo gente che si erge a giudice supremo e che lancia giudizi lapidari a qualche povero disgraziato che ha la sfortuna di non essere in linea con il pensiero con la P maiuscola.
Categoria davvero originale è poi quella dei pionieri. Quelli per intenderci che hanno bevuto quel tal vino prima che se ne accorgesse la critica, prima che il mercato tributasse il meritato premio, prima che i prezzi andassero alle stelle. Per loro il massimo è quel vignaiolo che produce 200 bottiglie all’anno di un vino introvabile. Che poi un qualsiasi Château Margaux metta sul mercato 200.000 bottiglie a quel livello, non significa nulla. Sono quelli che il Sassicaia una volta sì che era buono, oggi non vale più niente.
La tipologia che più mi fa arrabbiare è però quella dei cattivi maestri. Quelli che sputano nel piatto in cui hanno mangiato fino a ieri. Quelli che oggi decidono che è buono solo quello che dico io. Ma anche (come direbbe il buon Veltroni) quelli che sono afflitti da bastiancontrarite acuta.
Faccio un esempio che ho trovato recentemente su internet, nel sito di una nota rivista. Sappiamo che certa critica ha provato negli ultimi anni ad ampliare il lessico del vino, andando oltre le semplici descrizioni e cercando di trovare nuovi stili ed interpretazioni più profonde. Tra le caratteristiche che più sono amate e controverse tra i degustatori ci sono la mineralità e la sapidità, indicati sempre più spesso come fattori di qualità. Che talvolta questi termini vengano usati a sproposito lo posso anche ammettere. Vedere però che il solito saccente o qualche suo accolito bacchetti quanti usano questa terminologia, quando fino a ieri era lui a farlo e a bearsene, mi sembra puro snobismo. Come quel bambino a cui hanno rubato il giocattolo con il quale voleva giocare solo lui. Un po’ radical-chic. E molto stupido.

2 commenti:

  1. Ben detto !! pane al pane e vino al vino ... anzi, vin santo al vin santo, come diceva il buon Guccini in OPERA BUFFA

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  2. Parole sante. Sottoscrivo su tutta la linea.
    Mi piacerebbe sapere nel dettaglio di chi si tratta.

    Elai
    elai.culturadelvino@libero.it

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