6 ottobre 2010

Voglar: la via altoatesina al Sauvignon secondo Peter Dipoli

Mario Plazio
Come tutti i vitigni aromatici, il sauvignon tende a dare vita a vini profumati, gradevoli e facilmente riconoscibili. Il rovescio della medaglia è però che spesso e volentieri si ritrovano nel bicchiere vini stereotipati, prevedibili e alla lunga noiosi. Vendemmiato non troppo maturo conserva il carattere “verde” varietale e una spiccata acidità. Sovramaturo diventa troppo alcolico, poco fine e pesante.
È un'uva quella del sauvignon che “sente” più di altre il terroir. Ha bisogno infatti di un clima e di terreni particolarmente propizi per riuscire a sfuggire dalla gabbia che lo avvolge e lo rende così scontato. I più grandi interpreti di questa uva così bizzarra si trovano in Francia, e più precisamente nella Loira. Qui nascono dei grandissimi vini nelle denominazioni Sancerre e Puilly-Fumé, i soli in grado fino all’altro ieri di trasfigurare la grande aromaticità dell’uva per far emergere la grandezza del terroir. Oggi possiamo aggiungere alla lista anche i Sauvignon neozelandesi, in alcuni casi davvero intriganti e caratterizzati da aromi pungenti di asparago, kiwi e frutta tropicale.
E in Italia? Non ho ancora capito se esistono grandi territori per questa uva. Di certo esistono buoni produttori, ma non si può certo parlare di una “via Italiana” al sauvignon…
Personaggio istrionico, grande tecnico e eccellente conoscitore dei vini di tutto il mondo, Peter Dipoli ha iniziato il progetto del Sauvignon Voglar con alcune certezze: voleva ottenere un grande vino bianco di territorio andando ad eliminare tutti quelli che per lui sono i difetti che abbiamo raccontato più sopra. Quindi nessuna vegetalità o facile deriva varietale, ricerca della massima finezza e di aromi maggiormente orientati verso il minerale e gli agrumi, desiderio di aumentare le capacità evolutive nel tempo.
Il Voglar deriva il nome da un vigneto in località Penon, nei pressi di Cortaccia, a circa 500/600 metri di altezza. Il nome è una contrazione di “Fogolar”, focolare in dialetto locale. Peter ha qui identificato il luogo ideale per produrre un grande bianco, grazie alla ideale combinazione di clima, esposizione e suolo di origine calcarea. Il vigneto è stato riconvertito e la densità degli impianti aumentata fino a 7500 ceppi per ettato.
Nel 1990 viene ottenuta la prima piccola produzione di Sauvignon, che nelle ultime vendemmie si è assestata intorno alle 23mila bottiglie. La filosofia è quella di intervenire il meno possibile, di raccogliere l’uva a maturità ottimale e di cercare di preservare il più possibile quanto racchiuso nel grappolo. A questo fine si è scelto di fermentare il mosto in tini di acacia di medie e grandi dimensioni, di non effettuare la malolattica per preservare la freschezza e di elevare lungamente il vino nelle stesse botti sulle fecce più fini.
Ora le annate: una piccola verticale.

2009. Anteprima di botte. Floreale, teso ed elegante. Poco varietale, sentori di anice e pompelmo rosa. Ancora in fasce ma promette molto bene per il futuro.

2008. Ancora molto giovane, i sentori varietali si intuiscono ma stanno evolvendo verso profumi più fini e minerali. Gli aromi abbracciano uno spettro decisamente ampio: inizano con fiori ed erbe, poi anche anice, pompelmo e infine aromi più maturi di ananas e vaniglia. Dopo un paio di giorni si trova un ottimo equilibrio tra note più giovani e maggiormente fruttate. Esce la menta, cui si aggiungono fiori, rosmarino e mandorla amara. La stoffa si percepisce al palato, fine e cesellato, più profondo che largo. Inizia con un frutto molto dolce e finisce con una acidità impressionante. Andrà sicuramente lontano. Ancora una versione eccellente, segno che la “mano” del vigneto comincia a farsi sentire e che l’età delle piante comincia a dare i giusti frutti.
Tre faccini :-) :-) :-)

2007. Naso cristallino. Il vitigno si riconosce ma senza alcuna vegetalità. Profuma di fiori di sambuco, uva spina e asparago (in questo ricorda curiosamente qualche neozelandese). Poi si innesta una briosa vena minerale e ancora esce il kiwi assieme alla linfa. Tutto molto composto e serioso. In bocca è dominato dalla verticalità che conduce a una lunghezza rilevante, scandito da una mineralità imponente con ritorni di mandarino e buccia di limone. Uno dei migliori in assoluto. Da risentire fra qualche anno.
Tre faccini :-) :-) :-)

2006. Annata di notevole maturità e vino di conseguenza più morbido e grasso. Anche i profumi vanno in questa direzione: pesca, pompelmo, infuso di liquirizia e anice. La maturità del frutto attenua la sensazione di acidità, che pure spinge senza però arrivare all’equilibrio perfetto dei vini che seguono o precedono. Finale balsamico e potente.
Due faccini :-) :-)

2005. È quello che più mi ricorda e si avvicina ad un grande Sancerre. Note fresche di agrumi (pompelmo) e di uva spina. Ancora chiuso e dal notevole potenziale. Di che pasta è fatto si intuisce dal palato, lunghissimo, fine e senza alcun cedimento. La acidità conferisce grande equilibrio all’insieme, tanto che non si notano per niente i 3 gr di zucchero residuo. Profumi che nel tempo si aprono sui fiori d’acacia e la mandorla. Affilato e potente, abbina forza ad eleganza. Probabilmente il migliore della serie e forse il più bel sauvignon italiano che mi sia capitato di assaggiare. Esemplare.
Tre faccini :-) :-) :-)

2005 in mezza bottiglia (375 ml). Interessante confronto tra bottiglie di diverse dimensioni. Nel flacone più piccolo viene accentuata la sensazione di maturità. Rimane il côté più austero, ma viene attenuato rispetto alla bottiglia di contenuto doppio. Ha una accelerazione la nota minerale, mentre escono la cera d’api e l’ananas. Al palato si allarga la morbidezza e viene attenuata la rabbiosa acidità del precedente. Il vino è in generale più pronto e morbido, ma rimane intatta l’impressione di una grande bottiglia.
Tre faccini :-) :-) :-)

2004. La bottiglia era purtroppo viziata da un tappo non perfetto. Per quello che si è percepito ci troviamo di fronte ad una annata strana, dove coesistono sensazioni apparentemente discordanti. Alla maturità data dall’ananas, dalla banana e dalla frutta secca, si contrappongono aromi più magri e vegetali. Anche la bocca non chiarisce: il vino è quasi astringente ed evoluto, ma emerge anche una bella mineralità. Da risentire.

2003. Complice l’annata, il vino sembra ritornare sulla terra e abbandonare il suo aspetto più etereo e sottile. E’ il più varietale di tutti, si propone selvatico/verdolino e maturo al tempo stesso. La parte più verde è data dall’ortica e dalle erbe montane come la ruta. Poi escono la liquirizia, un cenno di legno e di frutta secca. Anche in bocca esprime questo dualismo, dove la freschezza viene attenuata da una forte alcolicità, mentre il finale non riesce a distendersi come dovrebbe. Anche la acidità sembra scissa dal resto del liquido.
Un faccino e mezzo :-)

2001. Annata vendemmiata tardivamente ai primi di ottobre caratterizzata da una notevole verticalità e da una maturità al limite. Questo comporta una maggiore presenza di elementi varietali, come l’ortica e una certa vena vegetale. L’insieme però non dispiace affatto, l’equilibrio è ovviamente spostato verso l’acidità e la freschezza, senza però la maturità perfetta del 2005. La struttura è esile ma grintosa, l’acidità recita la parte del leone e viene ravvivata da una piacevole nota salina.
Due faccini :-) :-)

1 commento:

  1. Bella degustazione, chiara e dettagliata. I miei complimenti e tanta invidia. :-)

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