12 ottobre 2010

La Roveglia, il Filo d'Arianna e la nuova via del Lugana

Angelo Peretti
Parecchio che non scrivo di Lugana. Ora di farlo. Perché sono stato alla Tenuta Roveglia a far due parole con Paolo Fabiani - deus ex machina di quest'azienda degli Zweifel Ottone, a Pozzolengo - e a tastare qualche bottiglia e qualche vasca. E, sì, mi pare che si stia delineando quel che sarà il Lugana di domani. Intendo quello che verrà fuori col nuovo disciplinare, che ha aggiunto le tipologie della riserva e della vendemmia tardiva. Che credo potranno cominciare a essere prodotte dalla prossima annata, ché per quest'anno non ritengo sia stato ancora pubblicato il decreto (ma se sbaglio, prego di correggermi).
Ora, chi è della mia stessa opinione, e cioè che il Lugana buono è quello che interpreta il trebbiano luganista delle argille in versione secca il più possibile e acida parimenti - e invece oggidì la morbidezza impera, e il mercato sembra gradirla vieppiù, e il bianco luganista, ad onta della mia personale opinione, ha ottime vendite e prezzi remunerativi -, magari potrebbe avere un fremito a pensare alla vendemmia tardiva. Ché vendage tardive in genere significa zuccheri e dolcezza, e dunque una possibile deriva morbidosa. Be', sì, il rischio ci può essere tutto, ma se la vendemmia tardiva che hanno in mente in Lugana è quella che da una manciata d'anni si sta progettando e mettendo a punto alla Roveglia, be', credo che mi toccherà diventarne un fan, pur continuando a preferire la tipologia più secca & fresca, ovvio (e in questo confido nella tipologia riserva).
Mi riferisco al Filo d'Arianna, che della vendemmia tardiva è un po' un archetipo (oh, se mi piace usare parole come questa: archetipo).
Già con l'annata 2005, che mi era parecchio piaciuta, s'era andati a cercare la tropicalità del frutto e la carnosità della polpa e perfino il miele, ma devo dire anche senza andar sopra le righe, ed anzi facendo uscire dalla lunga sosta in legno grande una gran mole di spezia e un che di gasolio che fa rieslingheggiare il trebbiano della Lugana. Insomma: era un bel bianco. Certo, non facilissimo da mettere in tavola.
Nel 2008 Paolo Fabiani ha spinto la raccolta dell'uve fino a ottobre inoltrato. E l'uva turbiana ha retto benissimo la prova. E s'è sì concentrata, ma ha preservato anche freschezza e messo insieme i primi vaghi sentori d'idrocarburi, che sono - o dovrebbero essere - tipicissimi del trebbiano e delle argille di queste plaghe gardesane. Ebbene, se conosci il 2005 (e anche il 2006), appena porti al naso la nuova annata non hai dubbi: è il Filo d'Arianna. Resinoso, speziato, minerale. Idem in bocca. Polputo di frutto giallo stramaturo, a tratti dolce, grasso ma non grosso, e invece teso, nervoso, direi perfino tannico nel finale lunghissimo e avvincente. Un vino di quelli che s'usano definire estremi per concezione ed esecuzione. E chissà cosa sarà dopo qualche anno di bottiglia, quando il trebbiano tirerà fuori del tutto - e non ho dubbi che lo farà - quei suoi sentori di kerosene.
Ho avuto la buonasorte di poter provare dalla botte anche il 2009, vendemmiato addirittura a novembre, e se il 2008 l'ho appena citato qui sopra come un vino agli estremi, be', non oso pensare cosa verrà fuori dall'annata calda portata a essere raccolta nei giorni freddi, in là nella stagione, fino alle prime brume. Dico solo che ho pregato Paolo Fabiani di tenermene da parte una cassa: prenotazione en primeur, come dicono i francesi, ché chissà quando ci andrà, questo bianco, nella bottiglia. Per ora è lì, nel legno grande, e aspetta. Aspetto anch'io: non vorrei perdermelo, questo Filo. D'Arianna. E pensare che a me piacciono secchi, in Lugana.

1 commento:

  1. mi vengono in mente le aquile
    sono gli animali più soli al mondo, e meno noti anche
    sono contenta per il risultato del progetto di Paolo, e attendo con impazienza che venga premiato -
    ti aspettiamo, spero a presto Ambra

    RispondiElimina